Giovanni Muzio: un’eredità da tutelare

Giovanni Muzio: un’eredità da tutelare

Il panorama milanese è costellato, in ogni angolo della città, di architetture che nel corso dei secoli sono andate a sviluppare quel carattere autonomo che identifica il capoluogo lombardo. Una sorta di caratteristica intrinseca che molto semplicemente potrebbe definirsi con la parola “Milanesità”. Uno degli artefici di questa peculiarità è un’architetto che nelle prime decadi del ‘900 si ritrovò a cavallo tra stile novecento e modernismo: Giovanni Muzio. È grazie a lui che scaturirono alcuni degli edifici più iconici di Milano, a partire dal palazzo dell’Arengario (oggi museo del ‘900), fino al Palazzo della Triennale dell’Arte, che oggi sta vivendo una nuova primavera. Edifici senza tempo che continuano ad essere vissuti come il primo giorno nonostante la loro età.

“L’Italia l’han fatta per metà l’Iddio e per metà gli architetti”¹ diceva Gio Ponti. Una frase che ancora oggi riveste un’incredibile verità, e che nello specifico caso di Milano è più che mai veritiera.
Un conglomerato di pensieri antropici che porta le firme dei più grandi architetti del nostro tempo e di coloro che in passato, nel bene e nel male, hanno contribuito a scrivere la storia di quella che può essere considerata la capitale dell’architettura moderna italiana. Oggi sono tanti i nomi che vengono ricordati ed associati a palazzi e torri presenti nel capoluogo lombardo. Tuttavia, sono ancora di più quelli il cui nome si è perso nel tempo, nonostante il loro lascito sia ancora sotto gli occhi incuranti di fruitori occasionali o permanenti.
Giovanni Muzio fu uno di quei firmatari che lasciò un’immensa eredità a Milano. Un’eredità che non può essere circoscritta alle sole opere che si affacciano sulle strade e sulle piazze della città, ma che deve anche includere il pensiero controcorrente di un architetto che ai suoi tempi lavorò con un plauso pari a quello conferito a personaggi del calibro di Giò Ponti e Giuseppe Terragni.

Delle oltre 50 opere realizzate nel milanese, credo sia necessario parlare di quelle tre che possono essere definite come i suoi capolavori. Di queste, una non ha mai smesso di vivere mentre le altre due hanno visto nuova luce solo negli ultimi due decenni. Stiamo parlando della Cà Brutta nel quartiere Moscova, del Monumento ai Caduti in Sant’Ambrogio e del Palazzo dell’Arte in Parco Sempione, oggi conosciuto come il Palazzo della Triennale di Milano. Queste tre opere a mio parere sono quelle che, anche per via delle diverse funzioni a cui sono adibite, rappresentano al meglio il lavoro di Giovanni Muzio e il suo lascito ai milanesi.

La Cà Brutta venne edificata tra il 1919 e il 1922 in Via della Moscova e fu da subito, come ne conferma il nome associatogli dai milanesi, oggetto di una singolare fortuna critica. Il progetto prende forma all’interno di un lotto trapezoidale su cui l’ architetto andò a realizzare non un singolo blocco abitativo, ma bensì due strutture divise da una strada ad uso privato. I due volumi vedono quindi la loro unione attraverso l’utilizzo di una serliana che interrompe l’andamento orizzontale delle tre fasce, ricche di elementi classici, che scandiscono la facciata. Il progetto andò a dividere da subito cittadinanza e critica in due scaglioni che ne lodavano e ne disprezzavano la forma e la facciata stessa. Due fazioni che decretavano l’opera o eccessivamente modernista e anticipatrice rispetto al periodo di costruzione o, come la descrisse Marcello Piacentini, un lodevole progetto che riportava alla vita tematiche di un’edilizia minore e che finalmente sanciva un distacco dall’edilizia cementizia degli ultimi decenni, “profondamente antinazionale”².
Un’opera controversa fin dal principio, anche per il pensiero dello stesso Muzio. Negli anni venti del ‘900, infatti, tutte decisioni qualitative in ambito architettonico erano affidate per intero all’iniziativa dei privati costruttori e all’abilità dei progettisti. Scelte qualitative che poi venivano messe al vaglio delle commissioni edilizie che ne decretavano la concessione o meno del nullaosta. Non essendoci tuttavia criteri oggettivi di valutazione, spesso si finiva a concedere autorizzazioni per progetti che mediavano interessi privati e pubblici, e che sfociavano in opere che non tenevano in alcun conto dell’omogeneità delle strutture vicine e dell’urbanistica del lotto. Ebbene, lo stesso Muzio “denunciò” la situazione milanese nel suo saggio sull’architettura neoclassica di Milano del 1921, dove esprimeva il suo astio verso le caotiche e disordinate vie dove si alternavano bizzarri edifici, e invocava al ristabilimento di un principio di ordine al fine di creare un “tutto armonico ed omogeneo”³. Risultò quindi paradossale che un portatore di così sani principi, attirasse a se una critica spregiudicata dove veniva accusato di arbitrarietà e di essere irrispettoso nei confronti della storia e delle condizioni ambientali. In realtà i principi che Muzio voleva fossero richiamati, non si costituivano di un semplice riutilizzo degli elementi classici ma piuttosto in una più ampia veduta del progetto dove luogo e struttura erano chiamati a dialogare e a mettersi in relazione con le mutate esigenze della società. Giovanni Muzio sosteneva infatti un pensiero per il quale la dote artistica dell’individuo andasse a sopraffare la rigidità degli schemi classici.

La seconda opera di cui è necessario parlare è il Monumento ai Caduti in Sant’Ambrogio. Questa è forse l’opera più carica di riferimenti ed espressività di Giovanni Muzio. Uno strano meccanismo che mischia funzionalità e una ricca concentrazione di aspetti allegorici.
Come per la Cà Brutta, il Monumento ai Caduti vide prima della sua realizzazione un lungo iter decisionale, che fece mutare notevoli volte il progetto. Il concorso per la sua progettazione venne bandito nel 1924, lasciando ai partecipanti libertà di scelta per quanto riguardava il tipo di opera da realizzare. Dei 75 partecipanti solo 8 vennero selezionati; tra i finalisti risultarono anche gli architetti Cabiati, Alpago Novello e Giovanni Muzio. Questi avevano preferito, agli scenografici obelischi e sculture arrivate tra le finaliste, il modello dell’arco trionfale romano, usato l’anno prima da Marcello Piacentini a Genova. Nel 1926 prese atto la gara di secondo grado, che tutta via vide anch’essa un nulla di fatto. Temendo che una terza edizione del concorso non avrebbe fatto altro che procrastinare la realizzazione del progetto, si decise di affidare l’opera a Giovanni Muzio e di affiancare a questo la valida collaborazione di Alpago Novello, Ponti, Cabiati e Tommaso Buzzi. A questa decisione seguirono svariate versioni del progetto per le quali non mancarono i numerosi consigli di Marcello Piacentini. Ne scaturì un sontuoso tempio a pianta ottagonale posto all’interno di un recinto rettangolare che riproduce per dimensione e orientamento l’atrio della adiacente Basilica di Sant’Ambrogio. Oltre a questa “analogia”, diversi furono gli accorgimenti allegorici assunti dal tempio. La forma ottagonale si rifà infatti al tiburio basilicale di Sant’Ambrogio e alle otto porte della città di Milano da cui partirono i soldati caduti in battaglia. La struttura si costituisce di un porticato al quale si alternano portali e archi. I primi fanno riferimento ai 4 anni di guerra e sono dedicati alle forze militari, i secondi invece sono dedicati ai patroni della città, alla Venezia Tridentina, alle virtù militari e alla Venezia Giulia. Ulteriori accorgimenti si ritrovano nell’allineamento trasversale della cripta dei santi martiri della Basilica con la cripta dei caduti all’interno del sacrario e nell’orientamento opposto dell’entrata dello stesso rispetto a quello della basilica (a ovest in riferimento al più malinconico tramonto). La struttura si eleva su diversi livelli. Il più basso è quello costituito dalla cripta interrata, salendo poi attraverso una monumentale doppia scala elicoidale ci si trova all’interno del museo dei cimeli. Da qui si raggiunge il famedio, un grande spazio a tutta altezza sormontato da una policromatica cupola.

Terza ed ultima architettura che è necessario trattare è il Palazzo dell’Arte, anche conosciuto come il Palazzo della Triennale. Questo venne ultimato nel 1933 in occasione della quinta triennale d’arte e design industriale, esibizione che fino ad allora si era svolta alla Villa Reale di Monza. La struttura, posta sula perimetro di Parco Sempione, si articola di una forma a ferro di cavallo sulla quale si sviluppano gli spazi espositivi. Il palazzo vede un rigoroso e marcato mutamento di stile rispetto alla Cà Brutta. Un progetto di chiara influenza fascista in linea con le opere di Piacentini e dello stile Romano; un edificio che – insieme al Castello sforzesco, l’Arco della Pace e l’Arena – andò a colmare la mancanza di una quarta architettura all’estremità di uno dei due assi ortogonali su cui si sviluppa Parco Sempione. Negli anni il Palazzo della triennale è stato palcoscenico di avanguardie artistiche e occupazioni studentesche, fino a raggiungere un totale abbandono. Riaperto al pubblico nel 2002, oggi il Palazzo dell’Arte rappresenta probabilmente uno dei poli culturali e artistici più importanti della città; un maestoso esempio di architettura che può essere visto come il lascito più grande di Muzio ai posteri. La massima espressione del binomio tradizione-modernità, generato al fine di dar vita ad una moderna macchina espositiva capace di coniugare espressione formale con un neonato funzionalismo critico.

¹ Cit. Giò Ponti, Amate l’architettura: l’architettura è un cristallo, Milano, Rizzoli, 2008 [1.ed., 1957].
² Fulvio Irace, Cà Brütta, Roma, Officina Edizioni, 1982.
³ Fulvio Irace, Giovanni Muzio 1893-1982: opere, Milano, Electa, 1994.

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Duccio Prassoli Administrator
Laureato al Dipartimento di Architettura di Genova, oggi sta portando avanti la Laurea Magistrale al Politecnico di Milano. Si interessa dell’Architettura del XX secolo e dell’influenza che questa sta avendo sulla società ed il pensiero architettonico contemporaneo.
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