Città Temporanea: l’effimero nel permanente

Città Temporanea: l’effimero nel permanente

L’architettura e la città contemporanea stanno vivendo un “eterno presente”, senza rinnovamenti e innovazioni sostanziali, ormai schiave di credenze passate che non permettono una vera e propria rivoluzione.

Una di queste credenze risulta essere l’idea di Permanenza.

Attraverso due città temporanee – Kumbh Mela e Burning Man Festival – si apre un processo di analisi atto a mettere in discussione il concetto di permanenza come unica possibile configurazione di città.

“Il tempo è la prima architettura che l’uomo si è dato per poter abitare.”

Umberto Galimberti

L’immagine di città dal punto di vista temporale può essere riassunto da un solo termine: Permanenza. L’architettura, secondo l’immaginario comune, dovrebbe tendere ad essere durevole nel tempo, quasi eterna ed immutabile.
La città “eterna” come insieme di costruzioni e infrastrutture però è composta da diverse realtà effimere che nascono e muoiono in poco tempo, ma che collaborano a creare una totalità, che a livello macroscopico risulta essere permanente.

Analizzare quindi la Città Temporanea permette di leggere lo spazio urbano in modo differente, specie in una contemporaneità nella quale l’atto della previsione progettuale fatica a ritrovare significato. L’effimero invita l’architetto ad una continua ricerca nella sua disciplina e nel ruolo di progetto, non opponendosi al permanente, ma alimentandolo nel rinnovo.
Lo spazio può così diventare uno strumento capace di rispondere e adattarsi ad un continuo mutamento.
L’architettura effimera è parte integrante di ogni città, ma risulta essere superflua se paragonata alle costruzioni stabili.
Il panorama contemporaneo ha visto però la nascita di alcune realtà transitorie ma caratterizzate da una grande intensità, quale partecipazione ed estensione.

E’ questo il caso di città temporanee nate per esigenze di ribellione verso la società contemporanea come il Burning Man Festival in Nevada, e per ricorrenze religiose come il Kumbh Mela in India.

L’effimero inizia ad acquisire importanza nel panorama architettonico durante la Biennale di Architettura di Venezia del 2016, con il tema “Reporting from the front”. Questo è stato possibile grazie ad un progetto di ricerca degli architetti Rahul Mehrotra e Felipe Vera, dal titolo “Ephemeral Urbanism: cities in constant flux”.
L’analisi delle città in un flusso costante è incentrata sul più grande raduno religioso del mondo, ovvero il Kumbh Mela. Con oltre 120 milioni di persone partecipanti, esso rappresenta la più grande metropoli temporanea a livello mondiale. Celebrato ogni tre anni in quattro siti diversi a rotazione e ogni dodici anni ad Allahabad, questo festival religioso indù viene celebrato nel luogo in cui,  secondo la tradizione, alcune gocce del sacro nettare dell’immortalità caddero da un brocca (kumbh) contesa tra Dei e Demoni.

Quest’anno l’evento si è svolto proprio nella città di Allahabad che, dal 15 gennaio al 4 marzo, ha accolto, in cicli di 24 ore, dalle 10 alle 30 milioni di persone in coda anche per giorni interi per aver l’opportunità di bagnarsi per pochi attimi nella Triveni Sangam, ovvero la confluenza dei fiumi Gange, Yamuna e Saraswati, fiume sacro e invisibile.
In soli tre mesi viene costruito un insediamento temporaneo che si comporta in ogni suo aspetto come una città reale, vengono realizzate strade, ponti galleggianti, tende e infrastrutture sociali come ospedali e cliniche.

In quanto città temporanea, il Kumbh Mela subisce una continua trasformazione riuscendo a conciliare una pianificazione preordinata con un approccio spontaneo della comunità.
A differenza di altre realtà temporanee caratterizzate da pianificazioni prive di identità, in questa città temporanea indiana la conformazione dello spazio avviene in base alle norme interne delle comunità religiose: ogni settore acquisisce così la forma che esprime in modo migliore l’identità di ogni singola comunità.

La griglia impiegata nella pianificazione della metropoli effimera favorisce in questo modo l’autoespressione democratica. L’esigenza individuale di ridisegnare lo spazio è molto evidente durante l’evento, indipendentemente dal fatto che l’insediamento sarà poi smantellato.
La progettazione urbana non interessa però solamente lo spazio residenziale, ma coordina anche più livelli di servizi come elettricità, acqua, trasporti e fognature.
A differenza delle città permanenti, qui è presente un’infrastruttura morbida, facile da trasportare e smantellare senza l’utilizzo di macchine pesanti, che consente il riciclaggio della maggior parte dei materiali e la loro reintroduzione nell’economia della zona.
All’interno di questa megalopoli, nulla nell’organizzazione è lasciato al caso, persino i flussi dei pellegrini che a prima vista si presentano come percorsi spontanei sono in realtà frutto di processi regolati, anche attraverso l’uso della tecnologia negli ultimi anni.
Questo efficace esempio di progettazione urbana, che interessa ben 32 km2 di area, insegna molto sulla pianificazione, gestione del traffico e rapido impiego degli impianti, ma anche sull’identità culturale, l’adeguamento e l’elasticità sia per le realtà temporanee sia per le realtà permanenti.

Non solo la religione però ha la forza di creare vere e proprie città temporanee.

Dal 1991 ogni anno nell’ultima settimana di Agosto, nel Black Rock Desert in Nevada, appare una vera e propria città che scompare otto giorni dopo senza lasciare traccia.
La Black Rock City, ovvero la città temporanea che ospita il Burning Man Festival, è organizzata perfettamente sia dal punto di vista urbanistico sia da quello amministrativo.

A differenza dei centri abitati odierni, questa città è in continua espansione, tanto da arrivare ad occupare, in dieci anni, 5 miglia quadrate che permettono di ospitare circa 70.000 persone.
Come ogni altra città, Black Rock City ha, dal 1997, un vero e proprio piano urbanistico che mutando anno per anno è arrivato a definire l’attuale disposizione del campo.

Tredici strade concentriche (Avenues) compongono due terzi di un cerchio il cui diametro massimo raggiunge i 2,4 km. Lungo la linea mediana del campo è presente la strada principale, chiamata Esplanade, che collega tutti i punti nevralgici della città: il Center Camp, che ospita la maggior parte delle istituzioni cittadine, e il The Man, simbolo attorno al quale si sviluppa l’intero festival. Quest’ultimo è una statua dalle fattezze umane realizzata in legno, che ogni anno assume diverse forme, il più delle volte facendone variare l’altezza. Ad oggi il più alto realizzato sfiora i 32 metri. In quanto elemento centrale dell’evento, viene bruciato l’ultimo giorno come segnale di fine del festival.
Oltre a questa però vengono date alle fiamme molte delle altre costruzioni in legno situate ne La Playa, tra cui il Tempio. Questo è sicuramente il punto di riferimento “spirituale” del Burning Man, la sua struttura varia ogni anno a seconda del tema scelto, che fino allo scorso anno venne scelto da Larry Harvey, fondatore dell’evento, scomparso nell’Aprile 2018.

Il tema, oltre a guidare la scelta del Tempio e del The Man, influisce su ogni installazione artistica presente.
Nel 2018 il tema scelto fu “I, Robot” che portò alla realizzazione del tempio “Galaxia”, struttura parametrica in legno molto complessa, tanto da portare gli organizzatori a scegliere per quest’anno un tempio più semplice e minimale chiamato “The Temple of Direction”, ispirato ad alcuni santuari giapponesi, guidato dal tema “Metamorphoses”.

L’aspetto più scenografico del festival è rappresentato dalle numerose installazioni d’arte, le quali invitano alla partecipazione ed all’interazione come in effetti tutto all’interno della Black Rock City.
Questa città però non è costituita solo da strutture immobili, ma vi è una forte presenza di veicoli mutanti dalle sembianze post apocalittiche, che insieme alle biciclette, rappresentano gli unici mezzi di trasporto all’interno del campo.
Quello che rende unico il Burning Man Festival però sono le persone che la vivono, infatti i quartieri che compongono la città sono autogenerati da partecipanti con interessi affini che si raggruppano in piccoli villaggi che danno vita alla città nella sua totalità.

Proprio come una città reale, essa è guidata da alcune linee guida che rappresentano il riflesso filosofico e culturale della comunità, ovvero i 10 principi: Inclusione radicale, tutti sono i benvenuti senza distinzione; Dono, all’interno del campo è permesso usare soldi ma vi è un’ economia basata sul regalo e, anche se scoraggiato, sul baratto; Demercificazione, non sono presenti sponsorizzazioni commerciali o pubblicità nell’evento e i contanti sono ammessi solo per caffè e ghiaccio; Autosufficienza radicale, i partecipanti devono portare tutto l’occorrente che permetta loro l’indipendenza e la sopravvivenza per la durata del festival; Autoespressione radicale, ognuno può esprimersi come meglio crede anche attraverso forme d’arte e di abbigliamento; Sforzo comune, i partecipanti sono incoraggiati ad aiutare il prossimo; Responsabilità civica, tutti gli eventi devono essere conformi alle leggi locali, statali e federali; Senza lasciare traccia, rispettare l’ambiente impegnandosi a non lasciare alcuna traccia fisica alla fine dell’evento e cercando di lasciare il luogo meglio di come lo si è trovato; Partecipazione, le persone sono incoraggiate a partecipare, piuttosto che osservare, in ogni ambito della città; Immediatezza, ovvero l’esperienza immediata cercando di superare le barriere imposte dalla cultura odierna.

Tali caratteristiche, fanno del Burning Man Festival, una vera e propria città temporanea, quasi utopica, capace di contrapporsi all’idea di città permanente e ai problemi che questa comporta.

Analizzando i due esempi di città effimere, risultano costanti alcuni aspetti che le caratterizzano: non lasciare traccia una volta conclusi, cercando di riciclare il più possibile i materiali utilizzati;  l’esigenza di autoespressione, creando spazi con forti identità culturali, ed infine la continua trasformazione, ovvero una pianificazione in perenne mutamento.
Attraverso lo studio di queste realtà a breve termine, viene quindi spontaneo chiedersi il motivo di questa immobilità progettuale odierna, da sempre contraria alla natura umana.

L’architettura, oggi, è ancora guidata dalla volontà di sperimentare o si è persa abbagliata dal denaro?

– Luca Reale, Federica Fava e Juan Lòpez Cano, Spazi d’Artificio: Dialoghi sulla città temporanea, Quodlibet, 2016.

Burning Man Festival, www.burningman.org, data di consultazione 19/04/2019.

– John Marx, Burning Man: A spiritual journey, Abitare, Marzo 2018, data di consultazione 19/04/2019.

– Rahul Mehrotra, Felipe Vera, Stefano Andreani, Megalopoli istantanea, Domus N.1033, Marzo 2019, data di consultazione 18/04/2019.

– Federica Portanova, Ephemeral Urbanism. Il ruolo dell’effimero nella città, www.darsmagazine.it; ultima modifica 03/08/2016, data di consultazione 18/04/2019.


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Classe 1994. Studente laureato in Scienze dell’Architettura presso l’Università di Genova. Attualmente frequenta il Politecnico di Milano dove prosegue gli studi. Inoltre appassionato di viaggi e musica elettronica.
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