Biodesign. Progettare secondo natura per salvare il pianeta

Biodesign. Progettare secondo natura per salvare il pianeta

Da tempo si parla di sostenibilità intesa come cambiamento delle nostre abitudini, di cosa mangiamo, di come viaggiamo o di quali prodotti compriamo; modificare le nostre scelte di vita quotidiana, però, rappresenta una strategia di salvaguardia del pianeta che si è rivelata troppo debole in confronto all’entità del problema. Cambiare il modo in cui le cose vengono progettate e realizzate in modo tale da avere una sostenibilità integrata, potrebbe rappresentare una soluzione?


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L’integrazione della biologia nella produzione di prodotti organici, può nascere dalla semplice osservazione della natura, il costruttore perfetto. Leonardo Da Vinci per creare la prima Macchina Volante, basò anni di studi sui volatili, analizzandone l’anatomia per ideare una superficie alare battente che fosse simile alle ali degli uccelli. Il progettare ispirandosi alla natura sta tramutando in progettare secondo natura. Il design organico, pur essendo da sempre una costante che si ripropone nei secoli, ha raggiunto la sua ultima evoluzione con il biodesign: dall’imitazione della natura solo per quanto riguarda le sue forme, ad una assimilazione di processi di creazione. Ma qual è la differenza sostanziale che divide il nostro modo di progettare da quello naturale? La natura è dotata di lungimiranza e progetta per il futuro; ciò che viene creato è destinato a sopravvivere sul nostro pianeta anche per migliaia di anni, in perfetta armonia con tutto ciò che lo circonda. L’essere umano, invece, ha impattato sull’equilibrio naturale in modo relativamente veloce e in continua evoluzione tecnologica (dai primi mattoni alla plastica), imponendo con forza nuovi materiali del tutto estranei all’ecosistema precedente. Possiamo dunque uscirne grazie al design?

Incorporare sistemi biologici nella creazione di oggetti per renderli totalmente in simbiosi con il nostro ecosistema, è la risposta che il biodesign ci offre per salvare il pianeta. Volendolo definire, si tratta, dunque, di un’intersezione tra biologia e design che integra processi e materiali organici nella produzione dei nostri prodotti o persino dei nostri edifici. I designer hanno cominciato a pensare in piccolo, lavorando con atomi e particelle a livello genetico e a trarre ispirazione anche dall’efficienza e dalla precisione delle strutture di altre specie; la nuova frontiera sta nell’abbandonare il concetto di assemblaggio a favore di quello di crescita, progettare dirigendo gli sviluppi naturali, proprio come avviene in natura.

Negli ultimi anni, il biodesign ha contribuito alla produzione con diverse proposte innovative e totalmente ecosostenibili. Ad esempio, il micelio, ovvero la parte vegetativa dei funghi formata da un insieme di cellule filamentose interconnesse, è diventato un materiale di interesse sostitutivo della plastica, grazie alla capacità di crescere su diversi substrati e cambiare caratteristiche di resistenza, elasticità, omogeneità e idrorepellenza, in base al suo substrato organico. L’azienda statunitense Ecovative, è stata una delle prime al mondo a sfruttare la versatilità di questo materiale, utilizzandolo inizialmente come alternativa al polistirolo da imballaggio, sino ad arrivare alla creazione di tavoli e sedie interamente organiche. Ma il biodesign è anche bioingegneria, come nel caso della Bone Chair, prodotta in alluminio sfruttando un software di ottimizzazione tridimensionale che imita la crescita biologica. La struttura della sedia si basa, dunque, sul processo generativo delle ossa. Con la crescita dello scheletro, le aree esposte a forti sollecitazioni sviluppano la massa maggiore che possono ottenere per garantire più resistenza; eliminando dunque il superfluo alla fine di questo processo, si ottiene una struttura portante ottimizzata che funziona con la minima quantità di materiale necessaria. Il cemento organico dell’azienda BioMason, invece, si basa su una sostanza nutritiva che attiva dei batteri mescolati a sabbia. Ciò riesce a dare vita a una reazione chimica che, nel giro di cinque giorni, trasforma il mix in cemento. Lo scopo consiste nel ridurre l’ingente quantità di anidride carbonica emessa durante la fase di cottura del cemento. L’installazione artistica “Living Things“, opera del designer Ethan Frier in collaborazione con l’architetto Jacob Douenias, propone mobili fotosintetici con l’obbiettivo di sfruttare la fotosintesi naturale per dotarsi di maggiori funzioni. Per la realizzazione di questo tipo di arredamento, hanno scelto di utilizzare la spirulina, specie appartenente alla classe dei Cianobatteri e ottimo integratore alimentare, in quanto ricca di proteine. I mobili agiscono dunque come creature viventi, riciclando luce, calore e anidride carbonica in una biomassa ricca dal punto di vista nutrizionale, impiegabile quindi come possibile sostentamento, fertilizzante o biocarburante. L’obbiettivo consiste nel riciclaggio di ciò che non abbiamo bisogno per ottenerne cibo. Un tavolo potrebbe dunque trasformarsi sia in sorgente luminosa che in “dispensa”. Inoltre, una delle risorse organiche più abbondanti sul nostro pianeta è la chitina, polimero prodotto da organismi quali gamberi, granchi, scorpioni e farfalle. Variandone le concentrazioni chimiche si può ottenere una vasta gamma di proprietà, nonostante la resistenza e l’elasticità rimangano le sue due caratteristiche principali. Presso il laboratorio di ricerca MIT Media Lab di Boston, si è deciso di sfruttare un apposito strumento per stampare strutture in larga scala, capace di modificare direttamente la chitina durante la produzione. Il risultato è rappresentato da strutture lunghe quasi quattro metri formate da un unico materiale riciclabile al 100%. Una volta lasciate asciugare e a contatto con l’aria, assumono la loro forma naturale e la loro caratteristica resistenza. Le bolle d’aria prodotte collateralmente al processo vengono utilizzate per contenere microorganismi fotosintetici apparsi per la prima volta sulla Terra 3,5 miliardi di anni fa. A questo punto, incorporando batteri ingegnerizzati geneticamente con il compito di catturare il carbonio dall’atmosfera per convertirlo in zucchero, si ottengono strutture che possono essere impiegate come travi, reti, e se di dimensioni maggiori, persino finestre. Lavorando dunque con questo materiale antichissimo si ha la possibilità di trasformare una struttura composta da gusci di gamberetti, in una vera e propria architettura. Essendo tutto biodegradabile, una volta che non si rivelino più necessarie, potrebbero essere gettati nel mare diventando nutrimento per pesci, o persino piantati nel suolo per far crescere un albero.

Ma il biodesign può essere considerato pericoloso? La biologia sintetica sta entrando gradualmente nel nostro quotidiano, ma se non venisse affidata soltanto a coloro che hanno intenzioni etiche e creative, potrebbe diventare una potente arma di distruzione, in grado ad esempio di modificare o creare organismi patogeni. Per questo il biodesign non vede come protagonisti solo biologi, progettisti e ingegneri, ma anche filosofi, avvocati, esperti finanziari e persino rappresentanti dell’FBI. Il pericolo del biodesign comprende anche danni involontari che potrebbero causare squilibri nel nostro ecosistema; ad esempio, se una specie bioingegnerizzata dovesse prevalere su un determinato settore agricolo, le nostre risorse alimentari potrebbero essere più uniformemente vulnerabili a nuovi agenti patogeni. La biologia sintetica offre all’uomo l’opportunità di cambiare a suo volere il nostro mondo naturale, detenendo un potere molto importante; viene dunque naturale chiederci, chi possa essere meritevole di progettare la vita. Questi dubbi etici sono causa della titubanza che caratterizza ancora questa nuova scienza. Non siamo ancora certi che queste nuove soluzioni radicali non possano avere impatti ambientali alternativi che ancora non possiamo conoscere. Il biodesign però, non rappresenterà la soluzione finale all’inquinamento del pianeta fintantoché il nostro sistema sociale sarà legato al consumismo che caratterizza fortemente la nostra cultura. Questa nuova direzione di progettazione dovrebbe essere connessa ad un cambiamento di rotta riguardo al sistema consumista che ci caratterizza da anni; le soluzioni organiche che riducono il nostro senso di colpa legato all’inquinamento, diventerebbero ancora più efficaci se abbinate a un calo dei consumi, localizzando il problema di fondo nei nostri desideri.

Il design diventa, nonostante tutto, l’unico strumento che possa garantirci una possibilità di sopravvivenza: costruire riparando l’equilibrio tra umanità e natura, cercando di recuperare i danni che abbiamo inflitto al nostro pianeta da secoli. Allearci alla natura rappresenta la nuova frontiera di progettazione; osservando i processi di crescita e costruzione naturali, si ha la certezza di creare strutture in armonia con il nostro ecosistema e capaci di resistere nel tempo, proprio perché solidamente interconnesse con ciò che le circonda. Tutto ciò che progetteremo non sarà più entità statica, ma in continuo divenire e mutare, proprio come un organismo. Unendo una maggiore sensibilità a ciò che compriamo e un’attenzione particolare per individuare ciò di cui abbiamo realmente bisogno, a una strategia di produzione basata sulla biologia e sull’organico, si potrebbe seriamente rimediare al collasso ambientale che stiamo vivendo. Citando infine l’architetto e artista Neri Oxman, «Il futuro del design si colloca a cavallo tra il mondo di Henry Ford e quello di Charles Darwin, tra macchina e organismo vivente».

– Arianna Panarella, Broken Nature, le anticipazioni di Paola Antonelli per la XXII Triennale di Milano, Il Giornale dell’Architettura, www.ilgiornaledellarchitettura.com, ultima modifica 27/11/2017, data di consultazione 12/01/2020.
– Sara Chiappori, Milano, il rapporto uomo-natura al centro della XXII Triennale. Sala: “Sarà l’edizione della svolta”, La Repubblica, www.repubblica.it, ultima modifica 13/11/2017, data di consultazione 07/12/2019.
– Brooke Roberts-Islam, The Rise Of Biodesign – Growing Our Way To A More Sustainable Future, Forbes, www.forbes.com, ultima modifica 25/08/2019, data di consultazione 06/01/2020.
– Meg Miller, A Guide to the $13.4 Billion Biodesign Industry, Fast Company, www.fastcompany.com, ultima modifica 03/02/2017, data di consultazione 20/12/2019.
– Valentina Croci, Quando il design è sopravvivenza umana, Domus Innovation Issue, www.domusweb.it, ultima modifica 07/03/2018, data di consultazione 03/12/2019.


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Elena Tonelli Author
Classe 1999. Nata a La Spezia, si diploma al liceo scientifico ed attualmente frequenta il corso di studi in Design del Prodotto Industriale presso il Politecnico di Milano. Le sue più grandi passioni sono l’arte ed il design, ma si interessa anche al cinema ed alla musica.
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