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Design e identità di genere

Il mondo che ci circonda è fondamentale nella nostra formazione come individui. Gli oggetti, gli spazi, le immagini formano la nostra coscienza e le nostre opinioni. Il design si ritrova spesso come protagonista nel dare i primi input identitari, soprattutto con i primi giocattoli regalati ai bambini. Da anni siamo abituati a prodotti che perpetuano stereotipi di genere, che inconsciamente modellano il nostro modo di pensare, di agire e come percepiamo noi stessi. Ma è corretto che la funzionalità di un prodotto sia spesso in funzione di un’estetica mirata a colpire una determinata categoria di genere? Un prodotto o un’immagine possono risultare fonte di disagio per persone di identità non binaria o in fase di transizione, ma al tempo stesso tossici per i cliché sulla mascolinità e femminilità che assorbiamo inconsapevolmente. Una progettazione attenta e inclusiva sembra essere l’unica soluzione per attenuare disuguaglianze sociali, individuando il design come agente di reazione e cambiamento.

La World Health Organization definisce l’identità di genere come “l’esperienza di genere profondamente sentita, interna e individuale di una persona, che può corrispondere o meno alla fisiologia della persona o al sesso designato alla nascita”. L’identità di genere non è dunque collegata a un fattore biologico, ma a un fattore personale, culturale e spesso profondamente influenzato da input esterni. Michael Kimmel, nel suo libro The Gendered Society afferma: “La biologia costruisce i sessi e la cultura costruisce la differenza di genere”. L’eredità culturale che portiamo avanti dai secoli precedenti, soprattutto quella del ventesimo secolo, ci ha indotto a ragionare in maniera inconscia secondo stereotipi. Un pubblicitario con il compito di vendere elettrodomestici da cucina farà in modo tale che quelle pubblicità siano inserite durante programmi indirizzati a un target femminile, se dovesse invece vendere una tale marca di birra, probabilmente quella pubblicità sarebbe inserita durante una partita di uno sport qualsiasi. Questo modo di fare marketing è stato dimostrato come più immediato, ma al tempo stesso troppo sommario e inadatto, non solo da un punto di vista etico ma anche dal punto di vista degli acquisti. È opportuno pensare che nessuna donna possa aver mai apprezzato una tale marca di birra? Oppure che un uomo non possa interessarsi a degli elettrodomestici da cucina? Questo è lo stesso ragionamento che porta i designer a progettare un rasoio sui toni del rosa e in plastica leggera per la depilazione femminile, mentre quello da uomo sarà sicuramente con inserti in acciaio e di un colore come il nero o il blu scuro, dimenticandosi che la funzione del rasoio resta una sola e che, secondo una progettazione intelligente, dovrebbe basarsi solo sui diversi tipi di mano e di abilità. Essendo il design totalmente basato sull’utente, non bisognerebbe chiedersi prima quali siano le sue esigenze anziché il suo sesso o la sua identità di genere? Il design dovrebbe essere uno strumento di agevolazione per chiunque, risultando in questo modo l’unico aspetto certo per quanto riguarda l’uguaglianza di etnia, di classe e di genere. Mettere al centro della progettazione coloro che solitamente risultano emarginati dai processi di design significa passare dal caso minore al caso più diffuso, soltanto in questo modo si è certi di aver coperto la totalità dei bisogni.

Qualche anno fa in North Carolina fu emanata la legge HB2, per la quale le persone transgender erano obbligate a utilizzare il bagno concorde con il loro sesso di nascita. La legge tentava di risolvere in modo approssimativo un problema ancora molto discusso, ovvero il genere di un bagno. Ci si chiede ancora se i bagni debbano avere un genere oppure no. È giusto sapere che l’obbligo di separare i servizi pubblici maschili da quelli femminili crea sia una condizione di disagio sia una mancanza di sicurezza nelle persone transgender, o di identità non binaria. La separazione dei bagni per sesso fu spinta sia per voler ridurre un fattore di pericolo, ovvero proteggere le donne da eventuali molestie sessuali, sia da motivi paternalistici, risalendo ai tempi in cui la donna non poteva vivere gli ambienti pubblici e il mondo del lavoro come l’uomo, dovendo avere quindi il proprio bagno. Ma spesso, la condizione di disagio nelle persone trans spinge alla loro totale rinuncia a utilizzare i servizi pubblici. L’introduzione di un bagno pubblico unisex semplificherebbe anche numerose questioni legate alla disabilità; persone disabili, o anziane, sarebbero libere di fare entrare in bagno coloro che li assistono a prescindere dal loro sesso. La questione del bagno porta con sé ancora troppe problematiche che sarebbero risolte studiando la progettazione di uno spazio in grado di tutelare la privacy, la sicurezza e il comfort di donne, disabili, persone transgender e chiunque abbia difficoltà nell’utilizzare i servizi igienici. Spesso, però, la risoluzione di questo problema viene ostacolata anche da regolamenti edilizi.

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Autore sconosciuto, Vintage Advert for the Milady Decollete Gillette Razor, 1916.

La nostra identità di genere viene condizionata fin dalla nascita attraverso i primi giocattoli o i prodotti per bambini. Come afferma John Berger nella sua opera seminale Ways of Seeing: “Vedere viene prima delle parole. Il bambino guarda e riconosce prima di poter parlare”. Dovendo progettare un gioco, durante il mio percorso universitario, ho dovuto riflettere sull’importanza dell’estetica gender neutral e del messaggio che ne consegue; utilizzare colori che non siano attribuibili a un determinato sesso, o pensare a illustrazioni che abbiano avatar senza tratti troppo marcatamente maschili o femminili, permette al bambino di non essere influenzato riguardo al suo futuro atteggiamento. Si cresce acquisendo la consapevolezza di ciò che è lecito che ci piaccia. Utilizzare abiti o prodotti solitamente attribuiti al sesso femminile da parte di un uomo, ad esempio, è visto nella cultura popolare in modo ridicolo e svilente, ancora di più rispetto al contrario. Questo avviene principalmente perché il genere femminile è ancora troppo spesso considerato il sesso debole, risultando dunque come un fattore sminuente per la forza e la virilità dell’uomo. Non trattandosi più di semplici preferenze riguardo a un prodotto, l’oggetto si carica di stereotipi sociali e proviamo una sensazione di disagio nello scegliere ciò che semplicemente apprezziamo di più. Ma come si definisce cos’è maschile e cos’è femminile? Secondo il test di determinazione del genere noto come Bem Sex Role Inventory (BSRI) l’androginia è lo stato naturale, in quanto la maggior parte dei partecipanti si identificano come androgini con inclinazioni verso le categorie maschile e femminile. Il BSRI è stato costruito partendo dall’ipotesi che la persona sessualmente tipizzata abbia interiorizzato gli standard considerati socialmente desiderati per i membri del sesso di appartenenza. L’identità di genere spesso emerge nel bambino tra i diciotto mesi e i tre anni, in base alla coscienza su sé stesso e in rapporto con gli altri. Il fatto che la gender identity sia fortemente influenzata dalla cultura di massa è dimostrato anche dai suoi numerosi cambiamenti nel corso degli anni, soprattutto per quanto riguarda i famosi colori rosa e blu. Anche all’inizio degli anni Venti il rosa era ancora considerato un colore di passione e mascolinità, derivando direttamente dal rosso. Invece, in un’edizione del 1918 di Earnshaw’s Infants Department, troviamo scritto che “il blu, che è più delicato e grazioso, risulta migliore per le femmine”. Tutto ciò dimostra quanto sia labile il confine tra ciò che dovrebbe essere maschile e ciò che dovrebbe essere femminile e quanto tutto sia in mutamento. “Rimpicciolisci e rosa” è il mito del design per puntare all’acquirente donna, spesso tralasciando l’ottimizzazione della funzione in sé.

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Autore sconosciuto, Franklin Delano Roosevelt as a child, 1884.

Ma oltre ai bagni e ai giocattoli, una categoria che ancora presenta molti stereotipi di genere è quella del mondo della cucina, dagli accessori agli elettrodomestici. Alcune categorie di prodotti, come quelli per la cucina all’aperto, sembrano riservati soltanto a un pubblico maschile. Quando si tratta di grigliare, gli oggetti vengono progettati e pubblicizzati per un target che vede solo l’uomo protagonista. Risultano, quindi, caratterizzati da un design pulito e realizzati in metallo con finitura opaca, che li rende più pesanti rispetto ai prodotti per donne e spesso il peso maggiore è voluto, non trattandosi di una conseguenza inevitabile. Ma, a parte gli accessori per la cucina all’aperto, quando si parla di elettrodomestici, pentole o utensili, questi vengono indirizzati soprattutto alle donne, in quanto l’attività culinaria è considerata una loro prerogativa essenziale. Risulta dunque più immediato disegnare e promuovere prodotti indirizzandoli a un pubblico femminile, dando per scontato il fatto che debbano per forza cucinare, rispetto a espandere il target a tutti, considerando l’uomo che cucina come un talento o un artista.

In conclusione, il design dovrebbe essere lo strumento sociale in grado di appiattire le disparità fra gli esseri umani. La progettazione ha il compito di garantire conforto e funzionalità. Un design inclusivo è il primo passo per un mondo inclusivo, dove si è liberi di scegliere cosa essere e come essere, senza le pressioni sociali che si possono incontrare tra gli scaffali del supermercato o sui media; con inclusività si intende abbattere i sistemi di oppressione che schiacciano le categorie più deboli. Si è potuto notare che tutto muta velocemente nel corso degli anni, ogni cosa è scardinabile e riadattabile. Assumersi la responsabilità di ricominciare a progettare dai piccoli dettagli che abbiamo sempre trascurato rappresenta l’unico strumento per garantire la parità alle future generazioni.

Design e identità di genere 3

Bourgeois Louise, Femme Maison, 1947.

Copertina: Elena Tonelli, Double face, Milano, 2021.

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Elena Tonelli Author
Classe 1999. Nata a La Spezia, si diploma al liceo scientifico ed attualmente frequenta il corso di studi in Design del Prodotto Industriale presso il Politecnico di Milano. Le sue più grandi passioni sono l’arte ed il design, ma si interessa anche al cinema ed alla musica.
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