Rifiuti sacri: l’architettura sostenibile di Michael Reynolds

Rifiuti sacri: l’architettura sostenibile di Michael Reynolds

“La mia azienda si occupava di rifiuti. Noi manipolavamo rifiuti, trattavamo rifiuti, eravamo i cosmologi dei rifiuti. […] I rifiuti sono una cosa religiosa. Noi seppelliamo rifiuti contaminati con un senso di reverenza e timore. È necessario rispettare quello che buttiamo via. […] I gesuiti mi hanno insegnato a esaminare le cose alla ricerca di un secondo significato, di collegamenti più profondi. Chissà se pensavano ai rifiuti? Eravamo i manager dei rifiuti, i giganti dei rifiuti, trattavamo rifiuti universali. I rifiuti hanno un’aura solenne adesso, un aspetto di intoccabilità. Container bianchi di scorie di plutonio con cartellini gialli di avvertimento. Maneggiare con cura. Persino l’infima spazzatura domestica viene controllata attentamente. La gente adesso guarda in modo diverso alla spazzatura, vede ogni bottiglia e cartone schiacciato in un contesto planetario.”¹


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Di un’attualità quasi profetica, Underworld – romanzo del 1997 capolavoro di Don DeLillo – offre una riflessione inedita sul ruolo dei rifiuti, presenza ingombrante e quasi sacrale all’interno di tutta l’opera. Il seppellimento delle scorie, infatti, viene descritto come un rito religioso, una cerimonia che nasconde la consapevolezza del rischio di una nuova contaminazione, o di un disastro ambientale. Don DeLillo sembra suggerire che è proprio dal “mondo di sotto” a cui fa riferimento il titolo – metafora esplicita del subconscio collettivo americano postbellico² – che gli scarti vanno recuperati, andando a rompere quella linearità di vita-morte degli oggetti dettata dalla società capitalistica, a favore di una circolarità virtuosa. Nel lasciare emergere questa ossessione per il riuso, il romanzo appare come un monito a non ignorare gli scarti. Se da una parte la città, centro nevrotico della frenesia economica e commerciale, è il luogo del fluire continuo delle merci scandito dall’imperativo del “nuovo”, dall’altra la periferia diventa l’approdo ultimo che, invece di determinare la fine degli oggetti, ne sancisce la rinascita e la valorizzazione.

Quella dei rifiuti è un’immagine divenuta ormai naturale nella società odierna, soprattutto con l’intensificarsi del dibattito sul cambiamento climatico. La terra e gli oceani soffocano sotto il peso sempre crescente degli scarti, destinati a causare la morte di esseri viventi e a modificare l’aspetto e la morfologia dello spazio urbano e della geografia mondiale. Il processo di decomposizione dei materiali organici dei rifiuti riciclabili nelle discariche rilascia grandi quantità di metano che, insieme all’anidride carbonica derivante dagli svariati processi di combustione nelle attività umane, incide enormemente sui fenomeni di riscaldamento globale. Dati sempre più allarmanti mostrano come la produzione di rifiuti stia aumentando a un ritmo troppo elevato, che non può procedere di pari passo con la crescita economica e il miglioramento del tenore di vita.

Per porre fine a questa correlazione, è opportuno sostituire il concetto di smaltimento attraverso il conferimento in discarica – spesso relegato agli angoli del mondo, alle periferie appunto – con quello di riutilizzo. Ma perché questo avvenga, è necessaria una vera e propria rivoluzione culturale che si concretizzi soprattutto nella presa di consapevolezza che i rifiuti generati dal consumo e gli scarti della produzione rappresentano una fonte di ricchezza, una risorsa. L’economia lineare deve evolversi in un modello circolare, che elimina i rifiuti dando vita ad aggregati riciclati che possano essere utilizzati per fabbricare componenti e materiali.

È in nome di questa urgenza che l’architetto americano Michael Reynolds – autoproclamatosi biotech – ha deciso di impiegare la propria creatività nella realizzazione di edifici sostenibili completamente autosufficienti, utilizzando materiali di recupero in grado di ridurre l’impatto ambientale. Alla fine degli anni Settanta, quando la televisione inizia a denunciare il problema dei rifiuti e della mancanza di sistemi di smaltimento sostenibili, Reynolds concepisce le Earthships, soluzioni abitative costruite interamente con materiali di scarto e impreziosite da un’appariscente estetica gaudiana. Si tratta di un progetto ambizioso e innovativo, che si concretizza nel 1972 con la realizzazione della prima casa sostenibile, la Thumb House. Questa casa assembla terra cruda con diverse tipologie di materiali di riciclo, come lattine di birra, bottiglie di plastica, alluminio e pneumatici usati. Nel corso degli anni il progetto inizia a richiamare l’attenzione del pubblico, ma attrae anche critiche relative a difetti di fabbricazione, che inducono il Consiglio di Stato degli Architetti del New Mexico a togliere a Michael Reynolds il titolo di architetto e le licenze di costruzione. Intanto “l’architetto dei rifiuti” continua a perfezionare il suo progetto; dopo 17 anni riesce a ottenere nuovamente titolo e licenze, e a dedicarsi alla costruzione di Phoenix, un’abitazione ecosostenibile e autosufficiente, realizzata dopo lo tsunami del 2004 in Indonesia e in grado di resistere a qualsiasi tipo di cataclisma.

Il progetto Earthship Biotecture è oggi un’azienda di edilizia sostenibile conosciuta in tutto il mondo, pioniera di un concetto edificativo rivoluzionario in grado di provvedere al sostentamento di chi vi abita. Michael Reynolds guida il suo team in progetti destinati principalmente ai Paesi vittima di disastri ambientali, adattando le tecniche di costruzione a qualsiasi condizione climatica e insegnando la filosofia che si cela dietro al vivere in armonia con il pianeta. Costruite con risorse rinnovabili e materiali di scarto e riciclo, queste abitazioni presenti in tutto il mondo sono in grado di accumulare il calore del sole d’inverno e vantano un ingegnoso sistema di ventilazione per rinfrescare d’estate. L’acqua piovana viene raccolta in grandi cisterne e depurata, consentendo di immagazzinarne a sufficienza per il sostentamento di ogni famiglia. L’elettricità viene generata dall’energia solare ed eolica, e la gestione autonoma delle acque reflue alimenta una serra interna all’abitazione, dove è possibile coltivare cibo in quantità. Questi principi stanno alla base della concezione di architettura per il pianeta fondata da Reynolds e vengono applicati non solo per la realizzazione di soluzioni abitative, ma anche di edifici pubblici, come le scuole autosufficienti costruite in Uruguay nel 2016 e in Argentina nel 2018.

Sparsi in giro per il mondo, questi esempi di edilizia green rappresentano una delle tante facce della lotta al cambiamento climatico. Una battaglia, questa, in cui l’azione di recupero si rivela necessaria come atto di protesta contro le feroci dinamiche del consumismo e come strategia per limitare l’emissione di gas serra nell’atmosfera e i danni ambientali. E in questa corsa contro il tempo sembra risuonare quel monito, lanciato da Don DeLillo, a trattare i rifiuti con “un senso di reverenza e timore”, strappando all’oblio un’inesauribile fonte di ricchezza.

¹ Don DeLillo, Underworld, Torino, Einaudi, 1999.
² Cecilia Cruccolini, La resistenza abita ai margini. Il riuso dei rifiuti in Underworld, Allegoria, Palumbo Editore, 2018.


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Nasce a Milano nel 1992. Studia lingue e si laurea in traduzione letteraria. Si nutre di storie e ama la narrazione in ogni sua forma, dalla letteratura alla fotografia, dalla pittura al cinema. Non si lascia sfuggire occasione per imparare cose nuove e crede nel potere della bellezza. Scrive per mettere ordine al caos che la circonda.
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