La chimera di rame, telepresenze e vissuti: intervista a NONE collective

La chimera di rame, telepresenze e vissuti: intervista a NONE collective

Toccare, sfiorare, entrare in contatto, sentire la prossimità, tenersi per mano, guarire dall’abisso delle preoccupazioni, dei dubbi, delle paure e dei timori; avvolti dalle ombre fredde e accecati dalla luce che trafigge non solo le finestre, ma anche le speranze di un’umanità che sta perdendo il suo attributo primario, mai come in questa ora è forte il desiderio di vivere l’altro. Dall’alba dei tempi l’essere umano ha imparato a costruire per donare sicurezza, ha creato per comunicare, ed ha agito per farsi trovare dall’altro, per non rimanere dietro la cortina di fumo. In questi tempi difficili la tecnologia aiuta ad accorciare le distanze, combattendo più di un nemico invisibile, proiettando in territori dai contorni indefiniti, dove gli orizzonti sembrano perdersi, le possibilità si sovrappongono affastellandosi le une sulle altre e l’incontro sfuma nella melanconia dell’effimerità. Si sogna nel dormiveglia o si vive in una realtà perturbante? È il collettivo romano NONE a fare chiarezza sulle possibilità digitali in questo sogno a occhi aperti che sembra non avere fine. Dal 2013 NONE esplora lo spazio liminale dove la tecnologia incontra l’umano, apparizione e materialità si confondono e la chimera di rame si desta finalmente dal suo sonno artificiale.

1 – Il nome NONE, che avete scelto come collettivo, sottolinea l’elemento della privacy e dell’anonimato, non è un caso quindi che riporti alla mente la vicenda di Ulisse, dunque perché avete scelto questo appellativo? Cosa si cela dietro di esso e cosa implica nella relazione con il pubblico?

Si nessuno è il nostro nome, firmiamo i nostri lavori e la nostra ricerca tutti e nessuno. Il collettivo è composto da me Saverio Villirillo, Gregorio De Luca Comandini e Mauro Pace, tante altre persone, collaboratori, assistenti, professionisti, amici, compagni. Tutti e nessuno. L’abbiamo scelto perché riteniamo che non conti chi sei e da dove vieni ma cosa fai, come lo fai e quello che noi vogliamo fare è liberare l’uomo dalle catene della sua esperienza limitata, andare oltre la conoscenza del momento, come nel mito della caverna di Platone. I nostri lavori sono ambienti reali in cui è necessaria la presenza fisica del pubblico e il suo coinvolgimento nell’interazione con la tecnologia. In questo modo si crea un forte legame tra l’installazione e i sensi del pubblico, interazione pura con la propria memoria, coscienza, conoscenza e consapevolezza.

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© NONE collective, J3RR1 a planned torture, 2018.

2 – Una delle vostre più recenti mostre, “There is no wind on the moon”, ha visto come palcoscenico il Contemporary Cluster di Roma. Come avete vissuto questa esperienza, e come vi siete rapportati alla specificità degli spazi ibridi della galleria in relazione al loro dato di forte apertura e interrelazione?

Un’esposizione tra l’altro che si è inaugurata all’inizio di questa pandemia, se non erro è rimasta aperta due o al massimo tre giorni e poi è stato bloccato tutto. Lo spazio della galleria è molto suggestivo e insolito per ospitare un’installazione multidimensionale, infatti ci hanno concesso di allestire un’intera sala per darci la possibilità di isolare completamente fonti di luce e suoni esterne. Oltretutto i sopralluoghi e le settimane precedenti all’inaugurazione ci hanno permesso di disegnare al meglio tutti gli elementi da inserire all’interno dello spazio instaurando un forte rapporto con l’architettura preesistente. Vivremo il percorso dell’esposizione al ritorno da questo lungo viaggio condiviso.

3 – How Will We Live Together? sarà il tema che affronterà la prossima Biennale di Architettura a Venezia. Rispetto al vostro pensiero come pensate sia possibile “vivere insieme”? Collaborazione e interazione cosa vogliono dire per voi? E come vivete questi aspetti all’interno del vostro lavoro artistico?

Sicuramente questa fase delle nostre vite ci aiuterà a tracciare nuovi possibili percorsi da intraprendere. Pre-isolamento ci si chiedeva quanto il digitale ci stava allontanando dalla realtà e dai rapporti reali, proprio su questo si basava la nostra ricerca, sull’interazione tra uomo e macchina. Siamo diventati letteralmente surrogati di noi stessi, nel tentativo di ottenere una soddisfazione quotidiana che adesso, nel pieno dell’isolamento, ci rendiamo conto essere stata incompleta e imperfetta. Oggi, per tutti, il contatto è diventato l’unico luogo da desiderare e vivere. Questo status di blocco totale ci sta facendo esplorare nuovi scenari che prenderanno forme di ogni genere. Intanto ci godiamo questo stress test.

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© NONE collective & Contemporary Cluster, Mosaico Contemporary Cluster, Roma, 2020.

4 – Nella realtà digitale la tecnologia è protagonista assoluta, così come lo è nella vostra arte. Quali sono i termini di convivenza tra l’essere umano e il dato tecnologico e che tipo di relazione si instaura tra di loro? Qual è il prodotto che si genera dall’ibridazione tra relazioni umane e connessioni digitali?

Bella domanda! Come dicevamo prima proprio questo è l’obiettivo della nostra ricerca. Tutto ciò che oggi tocchiamo, ascoltiamo, guardiamo è principalmente tecnologico. Direi che la tecnologia è parte essenziale dell’evoluzione umana. Come in tutte le relazioni serve però consapevolezza, un equilibrio delle dosi, indagine e informazione, ricerca e sperimentazione. Oggi ci rendiamo conto che la connessione digitale non può sostituire in toto le relazioni umane, ma è uno strumento da affiancare a concreti rapporti quotidiani.

5 – Identità, coscienza, memoria, immaginazione, illusione, natura, artificio sono soltanto alcuni degli aspetti sui quali si concentra la vostra ricerca artistica. Quale pensate sia uno dei temi ricorrenti e prioritari per voi da portare al centro del dibattito?

Visione, è un aspetto che accomuna tutto ed è assolutamente attuale e necessario adesso. Coscienti e vigili, avevamo organizzato il 13/14 marzo scorso, in studio da noi, una Jam Session del nostro progetto SIMPOSIO, insieme ad un gruppo di partecipanti eravamo pronti a riunirci per immaginare soluzioni pratiche e scenari prossimi. La session si chiamava “Rifugi dopo l’apocalisse” e nonostante sia stata sospesa, siamo certi che tutti stiano lavorando nel proprio rifugio per poi incontrarci e creare scenari e visioni reali.

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© Cristina Vatielli – NONE collective, DEEPDREAM – Digitalife, 2016.

6 – Qual è il vostro rapporto con l’architettura e come vi rapportate ad essa? Qual è il gioco di interazione e simbiosi che si innesta tra i diversi campi della pratica artistica?

L’architettura è un luogo che accoglie l’uomo in una dimensione sensoriale globale. Risponde a necessità e bisogni. Le nostre installazioni mettono i partecipanti di fronte a un luogo inaspettato, con cui ci si relaziona, che lo affascina e lo estrania allo stesso tempo. Sono un luogo che genera fascinazione e conoscenza.

7 – Facendo un tuffo nel passato, parliamo di origini. Quali sono state le vostre? E qual è stata la vostra evoluzione nel corso del tempo?

Origine, percorsi formativi ed esperienze distinte sono alla base della nostra identità. Io, esploratore di ogni forma e composizione dell’immagine, incontro all’università Mauro, ricercatore tecnologico e maniaco del dettaglio, ne nasce subito una collaborazione e le prime produzioni. Realizziamo progetti di diversa natura e forma ma sempre sperimentando con tecnica e contenuto. Durante uno di questi lavori incontriamo Gregorio, architetto e artista del suono. Tutti e tre riconosciamo le affinità e il potenziale nella nostra unione. Stanchi di rispondere solo alle domande delle agenzie, ai brief, alle necessità comunicative fine a sé stesse, nel 2014 iniziamo un lungo percorso di ricerca artistica e motivazionale nonché lo sviluppo di progetti transmediali nell’intento di interpretare la condizione contemporanea dell’essere nella società digitale. Nasce così il collettivo NONE.

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© NONE collective, Fresa 1.

8 – Sempre ricordando eventi passati, quanto ha influito e cosa vi ha lasciato la sperimentazione nell’ambito del Digital Life al Macro Testaccio di Roma nel 2016?

Wow, era l’esclamazione comune a tutti i partecipanti entrando in DEEP DREAM. Direi che ci ha lasciato molto entusiasmo e grande soddisfazione. Quel lavoro è ancora attualissimo. Rispecchia il presente della nostra vita digitale, il cyberspazio e poi il tema della privacy. Un immenso sistema di tecnica e scenografia prodotta da noi, una macchina da selfie così diretta e alienante che oltre a far perdere l’orientamento, con tutti quegli specchi, è stata capace di esplorare reazioni e indagare sulla memoria collettiva che stiamo costruendo nonché sulla criticità del rapporto uomo-macchina.

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© Cristina Vatielli – NONE collective, DEEPDREAM – Digitalife, 2016.

9 – Contemporaneità, storia, società, tecnologia e umanità: qual è il filo rosso che unisce queste parole?

L’amore? No, scherzo. L’evoluzione: rapida, costante, efficace, distopica, utopica, necessaria, tracciabile.

10 – Ultimamente questa necessità del ricercare l’altro, di interagire con l’altro e quindi di “vivere insieme” è maggiormente sentita e acuita dalla situazione attuale di quarantena globale. Pensate sia possibile, nel restringente stato d’isolamento, riuscire effettivamente a trovare l’altro? Come pensate che la pandemia cambierà la realtà dei rapporti umani in merito all’incremento dell’utilizzo di tecnologie di semi telepresenza, come le videochiamate? E cosa comporterà ciò nel vivere insieme?

Questa è una domanda molto soggettiva, rispondo per me, io sto vivendo insieme al Covid19 anche la crescita di mia figlia Mira nata da pochi mesi. Ho deciso e intrapreso in tempo l’isolamento totale in una casa di famiglia nelle isolate campagne umbre, seguendo l’istinto di protezione totale. Ogni giorno è diverso dall’altro, nessun programma e alcun ordine specifico e tutto un divenire, uno studio della magnificenza della vita umana. Seguo tutto a distanza, come tutti, cerco contatti e interazioni con amici e familiari sui led animati da mosaici di volti. Questo rapporto virtuale è bilanciato dall’interazione reale con la natura, il silenzio e lo spazio che vivo fuori all’aria aperta. Credo sia in atto una mutazione ad una velocità mai registrata, è una dura prova che deve in qualche modo riordinare la scala dei valori individuali e collettivi delle relazioni e della società. Ci stiamo riappropriando del nostro corpo, della mente, dello spirito, stiamo ordinando la memoria, i pensieri e lasciamo spazi vuoti che si colmeranno nella futura vita collettiva. Un luogo senza confini è così raggiungibile in poco tempo virtualmente, ora, adesso, che tutto il tempo che abbiamo dedicato a desiderarlo dal vivo, realmente, fisicamente, nel futuro ci darà una nuova consapevolezza.

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© NONE collective, 6_sjs_07.

11 – Dando uno sguardo a visioni future, quali sono i vostri propositi e progetti per il domani?

Il nostro campo è praticamente congelato, ci sono delle iniziative interessanti in rete con le più disparate modalità ma effettivamente la lacuna del luogo fisico del vivere uno spazio collettivamente e l’interazione reale tra individui non si può in alcun modo simulare o sostituire. Rimaniamo in ascolto, elaboriamo, attendiamo, esploriamo, studiamo. Probabilmente ci stiamo reinventando anche noi, lasciamo scorrere e completiamo scene di un grande spettacolo collettivo, elaborando pratiche di ogni forma per un presente post-umano.

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Giornalista freelance, laureata in Arti multimediali e tecnologiche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nasce nel ’94 nel cuore del capoluogo romano dove si diploma al Liceo artistico Ripetta, mentre studia giapponese presso l’Istituto Giapponese di Cultura. Appassionata di arte, cinema e fotografia apre nel 2015 il blog d’arte contemporanea Ritrovarelartewordpress.wordpress.it. Dal 2017 collabora come redattrice per la sezione di arti figurative del magazine on-line Artegrafica.persinsala.it, mentre da febbraio del 2019 inizia a scrivere per la rivista d’arte “Titolo”.
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