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Sardegna: questione di identità

Quando si parla di “Identità” e si decide di esplorare fondamentalmente a tutto tondo questo termine, seppur non entrando nelle profonde e intricate dinamiche che ne derivano, è chiaro che ogni risvolto semantico si interseca con il seguente più prossimo, che a sua volta si incatena col successivo e via dicendo. La trama di una tela prende così forma, man mano che ci si allontana dal dettaglio e ci si rivolge al quadro complessivo: ecco che storia, geografia, architettura, cucina, lingua, arte applicata, natura, usi e costumi, formano un unicum (dis)omogeneo, che dà vita a un’identità ben precisa. Un esempio? La Sardegna e i Sardi, nell’immaginario collettivo interiore ed esteriore che ne delinea quasi una caricatura, ma che ne anima anche l’essenza più intima.

La parola identità rappresenta, non c’è da negarlo, un compendio di temi che toccano e affrontano tutte le sfumature più o meno quotidiane e profonde della nostra società e della vita umana in generale. E questo se ci soffermiamo solo sull’aspetto sociologico del termine, escludendo – ma non alienando del tutto – aspetti psicologici e filosofici.
Sarebbe semplice limitare a un solo canale di analisi, supponiamo quello architettonico, l’identità di un popolo, o di una più specifica nazione, tralasciando quindi tutte le influenze e i più complessi intrecci che si generano con rimandi e sostrati, per esempio nell’uso della lingua con le sue costruzioni e il suo lessico¹, nei propri costumi, nell’arte² e nell’artigianato³. Tuttavia, sarebbe allo stesso tempo anche riduttivo, poiché – come spesso succede in tutte le piccole comunità – la realtà pratica e quotidiana rimane smussata da influenze sui diversi livelli della società, dando un più lento assorbimento dei caratteri di novità, e allungando l’esistenza di caratteri che si radicano in contemporanea su più aspetti presentandosi complessivamente come meno varia, più omogenea e più storica.

Si può prendere come esempio esplicativo un paragone tra un più storicamente travagliato paese rurale della Pianura Padana e un corrispondente della Sardegna. È innegabile che entrambi si portino dietro la propria specifica identità, con i caratteri tradizionali, architettonici, linguistici e così via; ma una profonda analisi ci porterebbe ad accorgerci di sostanziali differenze termini di origini, di varietà stilistiche, e in generale di stimoli innovatori. Se il primo è il risultato di veloci, continue e molteplici conquiste o amministrazioni, il secondo si presenta meno vario, più omogeneo e ripetitivo, proprio perché figlio di meno stravolgimenti, e di meno volontà innovatrici che ne abbiano introdotto nuovi canoni.
Ma cosa ne deriva da questo? Sicuramente non possono non esserci conseguenze sull’aspetto identitario e sulla percezione delle conseguenze di questi aspetti in ciò che è riconosciuta come identità propria.
Si può, ancora una volta, parlare di Sardegna come esempio di identità che vive, resiste e permane tutt’oggi, con modificazioni e cambiamenti che si sono attuati molto più blandamente che in altri contesti. Questa caratteristica, accumunata indubbiamente ad altre realtà del Sud Italia e delle aree più isolate e rurali delle montagne alpine, è oggi enfatizzata da una grande e viva volontà di auto-preservazione spontanea che, nel caso della Sardegna, è anche contemporaneamente sia autoindotta che indotta dall’esterno.

La base di tutto quello che seguirà in questa riassuntiva analisi, è sicuramente bibliografia, poiché proprio questo fenomeno di identità preservativa ha destato interesse di autori e scrittori. È bene precisare, infatti, che nel corso degli anni ’80 sono nate diverse realtà imprenditoriali e culturali che si sono occupate esplicitamente di tramandare, raccontare e rendere quanto più scientifico ma fruibile, il valore identitario della Sardegna. Non si può, infatti, parlare di Sardegna senza consultare le produzioni più o meno finemente curate di varie case editrici, associazioni culturali e centri studi.
Proprio negli anni più frenetici della cultura pop contemporanea, successivamente al boom economico dei secoli precedenti, una grande attenzione alla narrazione della Sardegna è stata posta, partendo dal recupero di testi noti, la ri-scoperta di produzioni originali più datate e una spinta in nuove ricerche e pubblicazioni.
Seguendo quanto più limitatamente fatto nei decenni precedenti, dagli anni Ottanta è grazie a case editrici come la nuorese Ilisso e la sassarese Carlo Delfino, e a centri di ricerca e promozione culturale come il Centro Studi “Giuseppe Guiso” di Orosei, che è stato possibile la diffusione al grande pubblico di arte, storia, linguistica, narrativa e biografie: spesso tutti testi in tirature limitate e accessibili solo ai più caparbi ricercatori scientifici, se non addirittura inediti. Un’identità, infatti, non può basarsi solo su una semplice operazione di tramandamento orale, ma ha bisogno di scripta, e questi ultimi devono essere quanto più accessibili possibile. Sorprenderà pensare che questa concezione per quanto riguarda la tematica Sardegna è, singolarmente, arrivata molto tardi.

Per oltre un secolo l’attenzione scientifica verso la Sardegna è stata relegata ai viaggiatori, che dal XVIII secolo in poi – con l’arrivo dei Piemontesi sull’Isola – hanno aperto un canale internazionale per una Sardegna dalla flora selvaggia, ricoperta all’80 % di boschi secolari e fondamentalmente priva di tecnologie avanzate.
Basti pensare che nonostante in Sardegna non mancasse la presenza dello Stato moderno, i funzionari locali convivevano ancora con una mentalità fondamentalmente feudale e medievale della società. Fu Giuseppe Cossu, per esempio, il primo – spinto dal governo sabaudo – ad approfondire la sua passione per la storia della Sardegna e a pubblicare nella seconda metà del Settecento alcuni tra i primi testi scientifici, geografici e storici sulla Sardegna⁴. Questo è un passaggio fondamentale, perché sottolinea come non mai quanto la Sardegna fosse stata, nei quattro secoli di dominio spagnolo, una semplicissima colonia nella quale investire poco e niente (eccezion fatta per le due grandi città ai poli dell’isola Cagliari e Sassari), compreso a livello culturale⁵.
Quei pochi che vi si interessavano erano mossi da una più forte curiosità scientifica e opportunità personale che non da un vero e proprio sistematico interesse di pubblica diffusione.

È anche fondamentale comprendere due passaggi cardine per capire quel che oggi viene considerata ”identità sarda”: prima di tutto la graduale scoperta dell’isola e della sua cultura e della sua storia grazie ai Savoia e agli esploratori stranieri⁶; in seconda battuta, invece, la riscoperta della Sardegna in periodo Repubblicano, con la necessità di promozione sociale e turistica e l’arrivo di tutte le comodità moderne.
La Sardegna ha versato in condizione di povertà e di bassa alfabetizzazione per secoli, sempre in forte ritardo rispetto alle altre comunità, e quella che oggi considereremmo una “svolta tecnologica” è avvenuta molto tardiva solo dal 1960 in poi. Non è un caso che nel 1959 il fotografo Carlo Bavagnoli e il giornalista Livio Zanetti realizzarono un reportage sociale su commissione de “L’Espresso” e definirono la Sardegna come l’Africa d’Italia, in condizioni di estrema miseria, povertà e arretratezza⁷. Questo mix di condizioni – generato da forte attaccamento alle tradizioni religiose, mancanza di grandi innovazioni tecnologiche e sociali, un sempre più crescente immaginario narrativo/editoriale che presentava una ripetizione stereotipata dei caratteri osservati da esterni come realtà conclamate e affermate – ha portato la Sardegna all’interno di un cerchio quasi completamente chiuso che ha permesso fino ai tempi più recenti di vivere un’identità propria interiore, ma contemporaneamente indotta da influenze esterne, che ne esaltavano le qualità e ne accentuavano lo straordinario interesse, che a sua volta portava alla preservazione a fine turistico che, di conseguenza, generava un ritorno economico e così via tutto da capo.
Sostanzialmente, è possibile dire che la povertà coloniale e l’attenzione degli esploratori, non hanno contribuito in nessun modo al progresso della Sardegna, ma allo stesso tempo sono state pietre miliari dell’identità sarda, prima quasi inconsapevole di esistere, poi ben consapevole di generare attrazione, e quindi turismo e ritorno economico. Proprio quest’ultimo aspetto è stato fondamentale – sotto tutti i profili – per la definitiva consacrazione di un’identità che ha portato all’autodeterminazione dei Sardi come popolo e come nazione, riconosciuta costituzionalmente da un’autonomia regionale speciale⁸ e da una minoranza linguistica⁹ che contribuisce non poco alla preservazione di quest’immaginario comune sardo.

Ora, bisogna specificare, è chiaro che un’identità ha mille sfaccettature, si scompone in innumerevoli aspetti e che nessun tema identitario che si tratterà potrà essere completamente analizzato e soddisfatto nelle minime specifiche, analizzando i singoli casi e le singole eccezioni. Ma questa lunga premessa è doverosa per capire come nessuna identità sia mai perfettamente ben identificata nella storia, intonsa da influenze, né vera nella sua essenza di per sé. Non fa eccezione certamente la Sardegna, che ha assorbito stimoli, usanze e caratteri, come qualsiasi popolo. L’esempio più interessante, solo per fare un esempio, è lo stile e il carattere dei costumi timici, tutti di derivazione spagnola, successivamente adattato alle disponibilità materiche locali e quindi impoveriti. Tuttavia, visto con gli occhi del XXI secolo, i Sardi dimostrano delle peculiarità, dovute alle poco numerose ma durature dominazioni, agli avvicendamenti economici e tecnologici ben precisi, e a scelte comunicativo-politiche tali da dilatare i tempi di “evoluzione”, mantenendo fissi aspetti che in altre località peninsulari sono state più facilmente soppiantati da nuove usanze e nuovi costumi.

È interessante, a questo proposito, partire da ciò che, secondo alcuni, accomuna nel profondo l’identità dei sardi e che, secondo gli stessi, è ciò che la rende tale: la notevole specificità della lingua sarda come veicolo primario di riconoscimento identitario¹º. Anche in coloro che non si identificano con la lingua minoritaria come prima lingua, si notano inflessioni e sardismi nell’uso dell’italiano, o un vero e proprio ricorso al sardo per esprimere concetti, verbi, situazioni – principalmente pratiche o comunque cariche di figure retoriche e di sarcasmo – che non trovano né per sfumatura, né per resa emotiva un equivalente nell’italiano. Il ricorso alla lingua locale, poi, è spesso necessario per nominare utensili e azioni pratiche che non trovano un corrispondente preciso (se non per adattamento forzato) in italiano¹¹. È quindi la lingua sarda il vero epicentro dell’essere Sardi? Non tutti sono concordi.
Se da una parte alcuni autori tentano di ricondurre proprio alla lingua e alla sua specificità il mantenimento dell’Identità Sarda¹², dall’altra parte altri ritengono, come già analizzato, che non basti un unico ed esclusivo fattore che richiami una certa alterità culturale rispetto, per esempio all’Italia. Questa distinzione, un senso di diversità dal prossimo, è un conflitto¹³ su molteplici fronti che non trovano collimazione o sovrapposizione, ma – nel caso migliore – spirito di convivenza.
La lingua sarda non è una “periferia”, in quanto non è l’unico elemento distinguibile che differenzia i sardi dalle altre comunità italiane. È piuttosto un registro di comunicazione alla base; un collante che, costantemente, ricorda l’essenza più profonda della propria esistenza¹⁴. È proprio questo aspetto, parte fondante alla base del sentimento nazionalista (ma non per forza indipendentista) sardo, che bisogna ricollegare tutti i filoni che oggi, reciprocamente, si richiamano l’un l’altro, facendo sì che dove c’è l’uno ci si riconduca il seguente e poi ancora il prossimo e via dicendo.

Identità Sardegna - Padiglione Sardo, Torino, 1928

Armando Melis de Villa, Il Padiglione Sardo all’EXPO di Torino nel 1928

Chiunque oggi, con occhi più o meno esperti, osservi – ad esempio – l’architettura della Sardegna si accorgerà che la maggior parte dei centri urbani è di piccole dimensioni, costituito da fitte reti di vicoli e vicoletti e si presenta fondamentalmente monotono, anche nelle aree meno centrali, in quanto ad archetipi e a soluzioni formali degli edifici¹⁵. Se decidiamo, coscientemente, di allontanarci dalle accentratrici città capoluogo di provincia, ci si imbatte in paesi che riprendono tipologie costruttive assolutamente identiche, declinate nelle medesime soluzioni spaziali, funzionali e compositive, pur non essendo in alcun modo regolamentate da una normativa che prescriva o imponga tali tipologie di elementi¹⁶.
In effetti, pur riconoscendo una originalità propria di progettisti locali, non si può negare una ricorrenza di elementi propri tutti derivanti dall’architettura tradizionale rurale tipica fino alla prima metà del Novecento¹⁷. Con l’espansione dei centri abitati e la graduale ma continua separazione di nuclei familiari autonomi, il fabbisogno di nuove abitazioni ha comportato la costruzione di abitazioni rispondenti alle tecnologie disponibili al momento e nelle vicinanze. Succede quindi che interi paesi siano costruiti prevalentemente monomaterici: in basalto (Orosei, Galtellì, Dorgali) o in granito grigio (Orgosolo), in granito rosa (Siniscola), o ancora giallo (Gallura)¹⁸.
Una caratteristica questa, che tutt’ora – pur con una maggiore accessibilità ai prodotti “distanti” – si riflette nelle scelte delle rifiniture della propria abitazione, o del proprio negozio, o ancora nell’arredo urbano. Non è un caso se si pensa che per le medesime ragioni di opportunità economica, anche gli utensili agrari e pastorali, come le macine dei mulini, venivano realizzate con questo criterio. Se mattoni pieni, legno e conci di pietra irregolari hanno costituito il materiale di base per l’edificazione fin tutto il XIX secolo¹⁹, con il Novecento – specialmente grazie alla timida stabilità economica raggiunta durante il Fascismo – si è giunti al realizzare edifici con blocchi di pietra, sempre locale, ma più regolari e simili a quelli che, successivamente, si diffonderanno senza controllo, i “blocchetti” di calcestruzzo degli anni 50.

A queste caratteristiche più materiche, tutt’ora valide e inconsapevolmente parte del gusto estetico locale, non si può non aggiungere l’insieme di elementi più funzionali e compositivi delle case: grandi cortili, siano essi interni o circondino la casa (adattamento, quest’ultimo, delle normative urbanistiche degli ultimi 30 anni), verande, archi, terrazze e loggiati sul fronte principale, scale esterne vagamente o per nulla mimetizzate, ballatoi e aggetti esterni. Tutte contemporanee reinterpretazioni di elementi architettonici facilmente riscontrabili nelle foto d’epoca e negli edifici residenziali²º poveri più datati, dove la cura architettonica si annullava completamente in favore di una funzionalità estrema.
È il medesimo immaginario che negli Anni Sessanta ha ispirato lo “Stile Costa Smeralda”, fatto di portici, colori terra e uso di materiali naturali locali. C’è però la differenza tra un progetto stilistico organico, e un insieme disomogeneo di singoli progetti, che non ottengono la medesima risposta qualitativa e quantitativa. Quel che conta è capirne l’essenza interiore intrinseca dell’elemento architettonico, la sua origine e il bisogno aprioristico di averlo, “perché ci vuole”. È un mantra quest’ultimo che sta conoscendo, seppur timidamente, una prima disapplicazione solo negli ultimi anni, grazie al forte immaginario mediatico e televisivo delle architetture contemporanee, della pulizia delle linee, della funzionalità estetica. È protagonista di una commistione più ricercata e più attenta alla qualità.
Questa commistione, grazie alla riscoperta dei centri storici da parte dei turisti e ai grandi piani di recupero del costruito storico che le varie amministrazioni locali stanno regolamentando e promuovendo, si fa più forte nelle ristrutturazioni di vecchi stabili o edifici, dove è possibile rivivere e riassaporare quell’intimità tipica che ricorda la propria infanzia nella casa dei nonni. È cruciale questo passaggio, perché è l’emozione pulsante che anima una terza stagione di riscoperta dell’identità sarda, partendo da ciò che ci circonda per stimolare quel che poi vi accade all’interno dell’abitazione.

Sono questi caratteri fisici dell’ambiente costruito, infatti, che si legano indissolubilmente a delle abitudini che permangono: lo stanziare sull’uscio di casa a chiacchierare fronte strada riparati da un piccolo loggiato; stivare le derrate nella cantina, “come faceva mia nonna, che ha imparato da sua nonna”, approfittando di quel boccione di vetro avvolto da un intreccio di olivastro rigorosamente fatto a mano da un sapiente artigiano del paese, cucinare un dolce tipico “alla vecchia maniera” perché in casa abbiamo il forno.
Ecco, la questione della cucina e della presenza del forno a legna non è un dettaglio. Si guarda al pane Carasau, agli altri pani, oppure ai dolci tipici di alcune zone, ancora cucinati nell’immancabile elemento murario che non può mancare nemmeno nelle case più moderne. Lo si fa costruire, nelle taverne, nelle soffitte, nei cortili, spesso affiancato al caminetto predisposto per gli arrosti. È una questione di sentirsi appagati dal sapere di stare nel giusto, nel necessario, nel “devo averlo perché è così che vanno cucinate le ‘paneddas’”. E proprio perché si ha il forno, automaticamente ci si sente in dovere, o si ha il piacere, di ripercorrere anche i passaggi originari della ricetta, esattamente come lo aveva insegnato il proprio avo di turno nell’infanzia, con i pomeriggi passati ad impastare la pasta nella ‘scivedda’(ovvero il recipiente in terracotta invetriata, in altri paesi chiamato ‘su tianu’), e poi passata nella macchina per ‘cariare’, un passaggio della manipolazione della pasta che non trova traduzione specifica in italiano²¹.
Come si può intuire, il connubio tra architettura e vita domestica, vita domestica e arte culinaria, arte culinaria e arte applicata²², è leggibile come una catena infinita che tocca aspetti quanto più piccoli più si va avanti. Ecco che religione, cultura familiare, festeggiamenti e ricorrenze, esperienze culturali e culinarie, maschere carnevalesche, costumi tradizionali, e tanto altro ancora si intrecciano più volte e in diversi livelli scolpendo uno stile di vita, con i suoi ritmi, le sue logiche e i suoi tempi.
Questo processo è, tuttavia, tipico di qualsiasi identità e la Sardegna non è certo un caso singolare.

C’è, quindi, un ultimo tassello conclusivo del mosaico: un aspetto particolarmente importante che può essere preso in analisi per dare un senso a questa perduranza di valori culturali che fanno resistere il sardo alle novità, all’esternalità che cerca di impadronirsene, di conquistarlo – un tempo territorialmente, oggi culturalmente. È il lascito di quella costante resistenziale sarda che viene riconosciuta al popolo sardo sin dai tempi nuragici²³.
In tempi più recenti, la Sardegna ha rallentato, involontariamente, un definitivo appiattimento globalizzante per decenni interi a causa del «colonialismo interno»²⁴, ovvero quello sfruttamento senza progresso sistematico da parte dello Stato Centrale che per secoli, dal Regno d’Italia alla Repubblica, non ha portato miglioramenti nella società sarda. Un arrivo tardivo delle innovazioni (la luce elettrica pubblica solo nella fine degli anni ‘30 e i primi anni ‘40, le fontanelle pubbliche negli anni ‘60, l’acqua corrente nei ‘70)²⁵ ha permesso un’assimilazione più pacata di nuovi modelli, facendo sì che il ricorso al chilometro zero, al risparmio, alla “ruralità” continuassero a essere le sole soluzioni per andare avanti, lasciando che l’orto del vicino si rivelasse più conveniente della drogheria.
Poi è arrivato il turismo. Mentre le aree urbane d’Italia si sviluppavano col boom economico, la Sardegna più autentica – lontana dai capoluoghi di provincia che già abbiamo individuato come eccezioni – si è risvegliata meta turistica ambita come fossero i «Caraibi d’Italia»²⁶. Allora arriva l’occasione giusta per evidenziare la propria tradizione secolare, riscoprire il proprio “io” per presentarlo come un nuovo canone di unicità.

L’identità sarda, non senza grossolane stereotipizzazioni, si ravviva e anima il cuore di nuove generazioni che trovano un nuovo perché alle tradizioni, un nuovo spirito al costume, e una nuova occasione per l’uso. Riscopre i propri autori incompresi (da Deledda a Satta), e i propri artisti dimenticati – famosi all’estero ma ignorati in terra natia come Costantino Nivola.
Sono gli Anni ‘70: arriva la televisione per tutti, i lavori statali, il benessere economico. Si diffondono utensili industriali, si abbandonano quelli locali. Ma arriva anche una nuova consapevolezza. Ecco che la curiosità dei turisti spinge i sardi a recuperare il bagaglio culturale dei genitori, nei nonni.
Arrivano le prime mostre etnografiche organizzate nei piccoli centri e si innesca un meccanismo di preservazione: c’è fame di soldi, ma anche fame di cultura, di storia. La gente vuole saperne di più, vuole capirne di più e vuole essere di più. Nascono i gruppi folk, arrivano i musei locali dedicati alla pastorizia. Arriva l’editoria specializzata, spinta dagli interventi decisi della Regione Autonoma della Sardegna, che in contemporanea promuove le feste, riti ed eventi tematici. È una nuova boccata d’ossigeno che alimenta uno spirito di contro-globalizzazione.
Questo spirito non si spegnerà nemmeno nei primi anni Duemila, quando seppur affievolito, sarà la base fondante dell’identità sarda odierna, quella che si divide tra l’attaccamento alla propria terra e alla “vita sarda” anche negli emigrati economici e la necessità di far vivere il proprio passato perché possa essere tramandato ai posteri, sotto gli occhi incuriositi dei turisti, ormai spinta economica essenziale, nuovi conquistatori di terre. Sono loro che hanno alimentato, e azzardando, hanno richiesto un’identità sarda che potesse rispondere alle loro aspettative di folklore, antichità, unicità, intrattenimento. E i Sardi, senza rimorso, colgono l’occasione per recuperare il loro passato, e recuperano sapientemente una nuova tradizione dimenticata qualche decennio addietro e pronta per essere ripresentata.

Adesso è ai turisti che si deve resistere. A loro si deve dimostrare quanto il popolo sardo sia forte e non si lasci influenzare. È una nuova resistenzialità che continua a far leva sull’unica cosa che non è cambiata nei secoli, il valore essenziale dell’identità sarda: la Sardegna stessa.

Copertina: Poster Nivola, 1966, crediti di Llisso.

¹ A cura di Paullis G.,Wagner M. L, La lingua sarda. Storia, forma, spirito., ILISSO Edizioni, Ristampa del 1999. (1° ed. originale, Bern, 1951).
² Arata G.U., Biasi G., Arte Sarda, Milano, Fratelli Treves, 1935.
³ Mossa V., Artigianato Sardo, Sassari, Carlo Delfino Editore, 1983.
⁴ A cura di Zedda Macciò I., Cossu G., Descrizione Geografica dell’isola di Sardegna, Ristampa del 2000, ILISSO (1° ed. originale, Saggio della geografia della Sardegna, Cagliari, 1799).
⁵ Ruju S., La graduale scoperta della Sardegna.
⁶ A conferma di questa “scoperta geografica e sociale” si possono trovare numerosi diari di viaggio e trattati geografici ad opera di esploratori stranieri ed italiani che hanno tentato di colmare il vuoto editoriale o di condurre reportage inediti: Si potrebbero citare Alberto La Marmora con Viaggio in Sardegna e Itinerario dell’isola di Sardegna, L’Isola di Sardegna di J.W.Tyndale, La Sardegna e i Sardi di C. Edwardes, solo per citarne alcuni, ma non i soli, come riassume M. Cabiddu in La Sardegna vista dagli inglesi, Ed. Archivio Fotografico Sardo, 1982. A Questi bisogna aggiungere l’interesse di National Geographic americano, particolarmente colpito da quest’isola “selvaggia” in piena Europa con articoli del 1923 e 1926, e il famoso Mare e Sardegna di D. H. Lawrence, ed. originale 1921, ristampa 2012, Ilisso Edizioni.
⁷ Satta G., Novellu S., Carlo Bavagnoli, Sardegna 1959: l’Africa in Casa, Ilisso, 2010.
⁸ Articolo 116 della Costituzione Italiana, affiancata dallo Statuto della Regione Autonoma della Sardegna.
⁹ Articolo 6 della Costituzione della Repubblica Italiana.
¹º Bolognesi R., Le identità linguistiche dei Sardi, Condaghes, 2013.
¹¹ Wagner M.L, La Vita Rustica, a cura di Paulis G., ILISSO Edizioni, Ristampa del 1996 (1° ed. originale dal titolo La vita rustica della Sardegna riflessa nella lingua, Bern 1921).
¹² Bolognesi, 2013, op.cit.
¹³ “Conflitto”, secondo Carl Schmitt, non rappresenta una guerra ma un contrasto tra due soggetti che hanno interessi e valori diversi.
¹⁴ Bomboi A., L’indipendentismo sardo. Le ragioni, la storia, i protagonisti, Condaghes, 2014.
¹⁵ Agus G., Contesto urbano e storico in Il Museo Guiso di Gregotti, Politecnico di Milano, 2017.
¹⁶ Agus G., Sardegna: un’isola di Compromessi in AGORÀ magazine n.06, Milano, 2020.
¹⁷ Si vedano, a questo proposito i testi di Mossa V. : Novecento, stile sardo e così via: problemi di architettura in Sardegna, Sassari, Il Rosello, 1946 e Architettura quotidiana, Sassari, Edizioni di Ichnusa, 1961.
¹⁸ Regione Autonoma della Sardegna, Manuali di recupero dei centri storici della Sardegna: Architettura in pietra delle Barbagie, dell’Ogliastra, del Nuorese e delle Baronie, a cura di Sanna A., Cuboni F., Cagliari 2009.
¹⁹ Regione Autonoma della Sardegna, Manuali di recupero dei centri storici della Sardegna: Manuale tematico della Terra Cruda, a cura di Sanna A., Cuboni F., Cagliari 2009.
²º Mossa V., Architettura Domestica in Sardegna, Edizioni della Zattera, 1957.
²¹ ‘Cariàre’ nel Dizionario di Sardo online dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Regione Sardegna.
²² AA.VV., Arte Sarda. Manufatti della tradizione popolare, Nuoro, Ilisso, 2014.
²³ A cura di Mattone A., Lilliu G., La Costante resistenziale sarda, Ilisso 2002.
²⁴ Bomboi A., 2014, op.cit.
²⁵ A.A.V.V., Mostra etnografica presso Santa Maria del Mare di Orosei, 1° ed. originale Orosei, 1976.
²⁶ Il Neologismo è di origine giornalistica. Gandini G., Al mare in Sardegna, nei Caraibi d’Italia, su Viaggi.Corriere.it, 19 aprile 2016.

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Gabriele Agus Author
Classe 1994, segue gli studi classici all’Asproni di Nuoro, nel 2017 si laurea in Scienze dell’Architettura al Politecnico di Milano, e prosegue con la Specializzazione in Architettura Ambiente Costruito Interni. Dal 2016 si occupa di copywriting e comunicazione per Architettura e Design, grazie alle pubblicazioni nazionali con il Corriere Della Sera e Abitare e ad un tirocinio di Ricerca in Storia dell’Architettura nel DAStu – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Inizia a collaborare con diverse realtà locali, dalla pubblicità alla comunicazione aziendale e al contents creation. Nel 2019 fonda il proprio blog “DISAGUS”, si unisce al collettivo AGORÀ, e contribuisce alle pagine Wikipedia di Architettura. Ha collaborato alle collane “Lezioni di Architettura e Design” (2016) “Architetture E Interni Urbani” (2017), “Le Sfide dell’Architettura” (2018), e ai libri della serie “Le Grandi Città dell’Architettura” per Solferino Libri.
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