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Attraverso le città possibili

Si definiscono “opere immortali” quelle forme d’arte in grado di abbattere le frontiere del tempo ed incarnare profondamente principi e valori universalmente condivisi malgrado il susseguirsi delle generazioni. Questo è sicuramente il caso di “Le città invisibili”, complesso e sfaccettato romanzo di Calvino che, oggi come allora, ci trasporta in una dimensione altra, tanto enigmatica e visionaria, quanto sorprendentemente familiare e tangibile.

Sofronia è il nome di una delle città che Italo Calvino racconta all’interno del celebre romanzo “Le città invisibili”, pilastro indiscusso nell’immaginario di ogni architetto-urbanista sognatore. Sofronia dicevamo, si costituisce di due mezze città: in una “c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli (…)”, l’altra mezza “è di pietra e marmo cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto”. Una metà rimane fissa mentre l’altra è temporanea, destinata ad essere periodicamente smontata e rimontata. Per tanto ogni anno “i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero (…)”, “mentre resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre” “in attesa che la carovana ritorni e la vita intera ricominci”. Il finale inaspettato della narrazione ci suggerisce una possibile interpretazione: la città “pesante” costituisce l’idea di istituzione e struttura della società che muta e si ridefinisce, mentre il suo lato “leggero” permane giocoso e impaziente. Il contrasto tra radicato ed effimero, solido ed impalpabile è uno dei motivi più ricorrenti all’interno della narrazione, le cui città talvolta dichiarano le proprie leggi, talvolta risultano del tutto sfuggevoli ed evanescenti.
Questo aneddoto potrebbe servirci per introdurre una riflessione sull’oggi, in cui potremmo chiederci: Quali saranno i connotati della città del domani? Quali le aspettative? I nostri desideri? Sarà essa di pietra o di ferro? Leggera o pesante? Definita o nebulosa?

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© Gabriele Prinzivalli, personal Zirma – Le città invisibili (I), 2020.

Adottando un immaginario progressista, potremmo ipotizzare uno scenario di inarrestabile fermento, dove popoli e culture si mescolano così vorticosamente da liquefarsi in un mare tumultuoso dove l’idea di luogo perde il suo statuto fondativo. Per quanto possa sembrare visionario, in realtà la città di oggi non si distacca poi molto. Nel libro “Prima lezione di Urbanistica” B. Secchi riporta come “urbanisti, sociologi, antropologi ed economisti utilizzino, per descrivere le città contemporanee, termini quali frammentarietà, eterogeneità, discontinuità, disordine, caos, che sottolineano l’assenza di ordine e razionalità evocando immagini lontane dall’idea di luogo.” Eccoci catapultati improvvisamente nel bel mezzo della città globale. Concentrazione, commistione e movimento costituiscono il DNA di questi poli mondiali, che come tali rivestono un ruolo fondamentale nella struttura socio-economica odierna. E’ necessario premettere che lo scopo di questo documento non è di orientare un giudizio, né tanto meno di rinnegare un processo di globalizzazione ormai ampiamente inoltrato: si tratta invece di percorrere la corrente senza esserne in completa balia. E’ particolarmente attuale infatti, la consapevolezza di un’imprescindibile contaminazione a livello globale e dell’importanza di un impegno condiviso nell’affrontare le sfide del prossimo futuro; ciò detto è altresì fondamentale conservare un dibattito critico con la realtà e isolarne alcuni punti fondamentali. Per fare ciò ecco di nuovo il romanzo che accorre in nostro soccorso. Come esempi vorrei proporre altre tre città erette da Calvino:

Dapprima potremmo introdurre Leonia, la quale “rifà se stessa tutti i giorni” in cui sui “marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, giacciono i resti della Leonia d’ieri che aspettano il carro dello spazzaturaio”, per ripulire “non solo tubi di dentifricio schiacciati o lampadine fulminate, ma anche scaldabagni, enciclopedie (…)”. Infatti “il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se nello stesso immondezzaio non stessero premendo immondezzai di altre città”.

Segue Pentesilea, anch’essa città continua, essa “si spande per miglia intorno a una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si danno la spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera.” In essa si trovano “ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate”. “Così prosegui passando da una periferia all’altra e viene l’ora di partire da Pantesilea.”

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© Gabriele Prinzivalli, personal Armilla – Le città invisibili, 2020.

Conclude Trude, città che anche se visitata per la prima volta non desta sorpresa. Afferma Marco Polo: “se non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avrei creduto d’essere arrivato allo stesso aeroporto da cui ero partito”. Ci si potrebbe chiedere “perché venire a Trude?”, ma questo non ha importanza, perché se riparti “arriverai ad un’altra Trude”, poiché “il mondo è ricoperto da un’unica Trude che non comincia e non finisce, cambia solo il nome dell’aeroporto.”

E’ sorprendente come queste tre città, architettate dall’autore alla fine degli anni settanta, descrivano in maniera predittiva alcune delle più importanti criticità urbane contemporanee.
Leonia è la città del consumismo, preoccupata di soddisfare un rinnovamento del tutto fine a se stesso. Se il fenomeno consumista può trovare il suo primo sviluppo agli esordi della società industriale, espandendosi durante il boom economico degli anni sessanta, oggi questo processo sembra evoluto ed esasperato. Superata la fabbricazione di beni produttori di comfort, il consumismo odierno oltrepassa la sfera domestica , divenendo consumismo di luoghi, immagini e idee. Lo sviluppo tecnologico comunicativo è un fattore determinante, in quanto l’opulenza di informazioni ne determina una competizione continua e una corsa al “nuovo più che all’innovativo”¹. In questo modo la spettacolarità e l’effetto sorpresa diventano leggi fondamentali all’interno di un immenso serbatoio di immagini di cartapesta prive di consistenza. I monumenti stessi diventano così simboli muti, eccezionalità indifferenti e prive di tensione.

Dal canto suo Pentesilea diviene metafora calzante nel descrivere i connotati della città diffusa. Il termine sprawl (letteralmente “disteso”) denuncia “quella crescita orizzontale che allenta le maglie della città prolungando la cementificazione in maniera incontrollata nelle zone periferiche, che finiscono per diventare propaggini senza identità della metropoli madre”². La bassa densità e l’inesistenza di un tessuto sociale identificabile produce sterminati spazi irrisolti, sconnessi ed energeticamente dispendiosi³, in cui dimorano architetture-container quali centri commerciali, fast-food e grandi magazzini. In questo modo esse tradiscono il dominio dell’architettura, traendo le proprie leggi dal mercato e dal disegno industriale, destinandosi a rimanere nulla più che insignificanti comparse.

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© Gabriele Prinzivalli, personal Zirma – Le città invisibili (II), 2020.

Ultima ma non meno importante è Trude. Questa città ci è di grande aiuto per mettere a fuoco una delle manifestazioni maggiormente connesse agli sviluppi dell’economia globale: il fenomeno dell’atopia architettonica. Il termine “a-topia” ci fa comprendere come il tema consideri categorie di elementi indipendenti da un contesto, in cui “l’assenza di luogo” ne diviene il principio costitutivo. E’ necessario tuttavia distinguere subito l’utopia (ου-non, τοπος-luogo) dall’atopia (α-senza, τοπος-luogo). La prima descrive un luogo ideale che non potrà mai trovare una corrispondenza nel reale attraverso un atteggiamento propositivo ed immaginifico, mentre la seconda si presenta come luogo inerte e privo di accezione positiva o negativa⁴. Questo è ciò che accade in numerose forme dell’architettura e dell’urbanistica recente: la troviamo nelle metropoli come nelle periferie, nelle manifestazioni di potere degli Headquarters che affollano il poli economici mondiali come nelle costruzioni-container disperse nella periferia². E’ chiaro come questo tipo di fenomeno comporti l’adozione di leggi estranee ai principi canonici della costruzione. Ritroviamo dunque nel primo caso architetture spettacolarmente improbabili ed autoreferenziali, che risultano ordinarie nella loro straordinarietà, mentre nel secondo contenitori architettonici provvisori e privi di tensione.
Ci collochiamo in questo modo ben lontano dal concetto di “appartenenza” e dalla volontà di considerare quelle “preesistenze ambientali” che Rogers individua come base fondativa del progetto. Vivere insieme significa stabilire leggi e valori condivisi che non possono prescindere dalla definizione di un’identità comune, la quale passa anche attraverso l’architettura. Ci si potrebbe altresì azzardare a suggerire come buona parte delle problematiche contemporanee siano legate alla definizione di un’identità collettiva che tradisce un problema di scala. Contrariamente alle nostre speranze, il sistema globale non si declina linearmente a livello locale ed anzi spesso stride e si inceppa sia in ambito economico, che politico, sociale e per quel che ci compete sicuramente a livello architettonico.

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© Gabriele Prinzivalli, personal Zenobia – Le città invisibili (II), 2020.

Che fare dunque? Non esiste e non deve esistere una formula precisa. Ciò che è necessario però è cercare di fare chiarezza, rimanere lucidi ed essere coscienti dei fenomeni in atto. In questo modo, attraverso la definizione ed il distacco, bisogna procedere perseguendo proposte originali e consapevoli, ripudiando il servilismo e l’omologazione. Nell’atto pratico il concetto di relazione, cui ricordiamo il termine “ecologico” faccia riferimento in maniera intrinseca, può esserci di grande aiuto nel tener presente come tutto ciò che facciamo ha un’origine ed una modificazione a sua volta provvisoria, in cui il confronto con i fondamenti dell’esistente è fatto imprescindibile. Per concludere ciò che è stato detto vorrei riprendere di nuovo in mano il libro che ci ha accompagnati fin ora e presentare Andria: serena città del cielo.
Essa fu costruita mantenendo una stretta relazione con gli astri celesti, che ne determinarono la conformazione di luoghi ed edifici. Ancora una volta l’autore ci scosta immediatamente dall’idea di una città perfetta ed immobile. Al contrario, attraverso una “regolamentazione minuziosa”, essa si modifica cosicché “ogni cambiamento implichi una catena d’altri cambiamenti” e “la città e il cielo non restino mai uguali.”

Giunti al termine del nostro racconto possiamo finalmente trovare in Andria un riferimento a cui tendere. La sua forza infatti non proviene né dalla reticenza al cambiamento né da una smania evolutiva: essa fa fede a se stessa mantenendo coerenza nei suoi legami, contaminando ed essendo contaminata attraverso un processo meticoloso, in una riuscita relazione tra se stessa ed il resto del cosmo. Per questo motivo “del carattere degli abitanti di Andria meritano di essere ricordate due virtù: la sicurezza in se stessi e la prudenza”.

Copertina: © Gabriele Prinzivalli, personal Zenobia – Le città invisibili (I), 2020.

¹ V.Gregotti, Dentro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
² G.Dall’Ongaro, Scenari Verso le città age-friendly, micron, Perugia, 2013.
³ M. Bovati, G. W. Reinberg, Il clima come fondamento del progetto, Marinotti, Milano, 2017.
⁴ A. di LuggoId, Introduzione Conferenza: Atopie, idee per la rappresentazione, Napoli, 2012.

– I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano, 2016.
– B. Secchi, Prima Lezione di urbanistica, Laterza, Bari, 2000.
– C. Botticini, Identità architettonica, relazionismo progettuale, tesi di Dottorato di ricerca in Progettazione architettonica e urbana XIV Ciclo, Politecnico di Milano, Milano, 2003.

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She was born in Padua in 1996. After obtaining a high school diploma, she moved to Milan where in 2018 she obtained a degree in Architectural Design at the Polytechnic of Milan. During the three-year course she spent a period of exchange in Paris at the ENSAPLV Paris La Villette. She currently experiments and continues her Master’s studies always at the Polytechnic. Curious she is interested in psychology, anthropology and philosophy in addition to artistic disciplines in general. She loves photography, freehand drawing, singing and reading all kinds of books.
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