Eco: svolta, brand o presa di coscienza?

Eco: svolta, brand o presa di coscienza?

Per il Numero 06 di AGORÀ magazine è stato deciso di trattare una questione la cui argomentazione mi riesce difficile: il cambiamento climatico legato alla Disciplina architettonica. Un argomento sicuramente di grande rilevanza, soprattutto nell’ultimo periodo, ma su cui personalmente nutro grande scetticismo. Essendo un argomento che – senza mezzi termini – tratto controvoglia, ho deciso di sviluppare il testo che segue scrivendo per la prima volta in prima persona e sviluppando il discorso attorno a dubbi, constatazioni personali e ragionamenti raccolti negli ultimi anni. Nessuna verità universale solo semplici e personali considerazioni.


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Il titolo che è stato dato all’editoriale per il Numero 06 di AGORÀ magazine e che riassume brevemente la tematica che verrà trattata in questo trimestre è: “GIUSTIZIA CLIMATICA E ARCHITETTURA”. Il breve testo che segue questo titolo, e che è possibile leggere per intero nella sezione del sito internet dedicata alla sesta uscita di questo magazine, descrive la tragica situazione climatica di cui si sente sempre più parlare, richiamando a nuove sinergie tra uomo – natura – architettura e chiedendosi se sia possibile trasporre ideologie green “in termini di architettura per far fronte ad un’emergenza globale”¹. Per riassumere, senza voler generalizzare troppo, in questo Numero del magazine verrà sviluppato il tema natura-architettura, argomento che verrà trattato nelle varie declinazioni che le discipline umanistiche e scientifiche ci permettono di esplorare.

Ci sono svariati motivi per cui nutro avversità alla trattazione di un tema del genere e sul perché non avrei mai voluto che fosse trattato questo argomento su AGORÀ magazine in questi mesi. La questione del cambiamento climatico è sicuramente qualcosa di delicato ed importante, lungi da me dire il contrario. A partire dalla prima rivoluzione industriale abbiamo cominciato ad avvelenare sempre di più il pianeta sfruttando senza ritegno le risorse naturali non rinnovabili, creando danni catastrofici allo strato di ozono che ci protegge dai raggi UV, inquinando e cementificando parte delle terre emerse e promuovendo lo sviluppo dell’effetto serra con conseguente cambiamento delle temperature. Oggi quando penso al cambiamento climatico la mia preoccupazione, forse in maniera quasi opportunista, va al futuro che avranno i miei figli e al giudizio che loro avranno nei miei (nostri) confronti. Perché dico questo? Perché il tema che si sta trattando è qualcosa di importante. Può sembrare scontato e prolisso dirlo e ridirlo ma è così. È un tema importante, è un tema che coinvolge tutti, è un tema popolare. E proprio per questo, spesso, viene usato come maschera, come pretesto di facciata per addolcire o migliorare qualcosa che ordinariamente verrebbe criticato o ignorato.

È così, la parola green e il prefisso eco- sono diventati due brand. Due espressioni che valgono come etichetta, come qualcosa che ci fa sentire meno in debito con il mondo e più a posto con la coscienza quando sappiamo di averli tra le mani. La macchina ECOlogica, il grattacielo GREEN, la borraccia ECO-friendly, ecc… Insomma, nel bene o nel male, queste due parole sono state associate a qualsiasi tipo di oggetto negli ultimi anni. E non fraintendetemi, è un bene che il mondo si sia reinventato a favore di prodotti e soluzioni meno impattanti per il pianeta ma… Ci sono dei “ma”? Beh si qualcuno si. Credo che tutti i “ma” possano essere raccolti sotto un’unica espressione: greenwashing. Questo fenomeno, se così si può definire, sostanzialmente si costituisce nel tentativo di asserire la sostenibilità di oggetti, prodotti, aziende, ecc… omettendo tuttavia il reale impatto di quest’ultimi sull’ambiente. Di questo fenomeno esistono varie sfumature. C’è chi spaccia un proprio prodotto per sostenibile senza che vi siano prove a favore di questo, c’è chi definisce qualcosa come “green” senza dire quanto effettivamente lo sia e magari tralasciando la voce “smaltimento” e c’è anche chi si vanta di promuovere un comportamento virtuoso quando in realtà ha solo raggiunto la soglia minima di ecocompatibilità imposta per legge. Tutto ciò ovviamente è riscontrabile anche in architettura in diverse forme.

Ormai da alcuni anni pare infatti che un nuovo (e finto) elemento architettonico stia spopolando un po’ ovunque su edifici di tutto il mondo: l’albero. Se dovessi datare l’avvento di questo nuovo elemento probabilmente prenderei come data di riferimento il 19 novembre 2014, anno in cui il Bosco Verticale di Milano è risultato vincitore dell’International Highrise Award, riconoscimento a scadenza biennale che decreta il più bel grattacielo del mondo. Dopo questo giorno, edifici sempre più addobbati di piante sono comparsi sui social, sulle riviste e nelle aule delle università. Una vera e propria contaminazione. Un qualcosa che può piacere o no, ma che la maggior parte delle persone accetta. Perché? Beh ovvio, è marchiato GREEN. Vuoi non apprezzare il fatto di avere una casa che sta salvando il mondo? Poi di fatto, magari non sai neanche bene in che modo ti sta migliorando la vita ma… ehi, se hai un Pero Selvatico e una Roverella sul balcone qualcosa dovrà pur accadere. Insomma, l’Arbutus Unedo (aka Corbezzolo) mica è stato messo lì fuori dalla tua finestra per niente. E in effetti è vero, si calcola che le oltre 20.000² piante sulle due torri assorbano circa 30 tonnellate di CO2 all’anno³. Ma quindi tutti gli altri edifici che non hanno le piante sui balconi non sono ecosostenibili? No! È qui che casca l’asino. Per quanto possano essere “belli” gli alberi che tappezzano le facciate dei palazzi, questi non sono necessariamente un elemento che ci assicura la sostenibilità dell’edificio che stiamo guardando. Paradossalmente, ma neanche tanto, ci sono edifici senza neanche i balconi su cui posare le piante, che sono più sostenibili rispetto al Bosco Verticale (senza nulla togliere a quest’ultimo progetto). Questo è il primo problema: l’immagine che passa. Il marchio GREEN è così esasperatamente utilizzato e abusato che, ogni qual volta che un albero viene posato su un edificio, l’idea collettiva che passa è che quell’edificio sia ecosostenibile. Su questo pensiero l’ipotesi di un cambiamento effettivo decade. Il Verde persuade, e spesso inganna.

Un secondo problema, anche se non è propriamente giusto definirlo così, è dato dalla dinamica sociale che si viene a costituire. Nella società dell’apparire, è davvero difficile rimanere coerenti con sé stessi. Specie se si vuole provare, per l’appunto, ad apparire attenti alle tematiche ambientali. Incoerenza data, per esempio, dall’abitare in un edificio ecosostenibile ai più alti livelli e poi avere in garage l’ultimo modello di SUV più potente della categoria. Oppure l’avere un’auto elettrica per ridurre le emissioni e non essere vegetariano. Ebbene sì, perché per chi non lo sapesse il 15% dei gas serra sono prodotti dagli allevamenti intensivi, in particolare quelli di ovini e bovini⁴. Gli stessi bovini che poi ci ritroviamo sotto forma di cibo al tavolo tutti i giorni. Insomma, nel cuore siamo tutti ecologisti, ma l’esserlo fino in fondo è ben altra storia.

Terzo problema di cui mi preme parlare ricade ancora nell’ambito della Disciplina architettonica e riprende nuovamente il discorso dell’immagine. Io lo so che arrivati a questo punto del testo potrei sembrare anaffettivo e completamente apatico nei confronti delle questioni ambientali. Beh, nelle prossime frasi lo sembrerò ancora di più. Ebbene, per quanto io sia sensibile alla questione ecologica, non posso fare a meno di prendere le parti della Disciplina che ogni giorno mi anima. In risposta ed in opposizione ad un qualunquismo perbenista e del tutto disinteressato di un gruppo di persone che per apparire dicono “povera Terra!” io rispondo “povera Architettura!”. Perché se è vero che il mondo va preservato, ciò non può essere fatto a discapito della nostra cultura e tanto meno a discapito dell’Architettura! Con l’immagine superficiale che un albero su un balcone sia migliore, per ingenua visione perbenista, di una facciata in cement brut, si sta passando ad un tipo di architettura priva di qualsiasi pensiero teorico alle spalle. Passare dal grattacielo Pirelli ad una torre alberata generica che potrebbe nascondere un falso messaggio, non è accettabile.

Si potrebbe dire che gli avvicendamenti in Architettura siano inevitabili, così come è stato all’inizio del XX° secolo il passaggio da Neoclassicismo a Moderno. L’evoluzione è un processo continuo, ed è giusto che anche in Architettura si progredisca. Ma perché si possa progredire è necessario che sia presente un sostrato costituito da quella che è la teoria architettonica. Infatti è quest’ultima componente che delinea il sottile confine che vige tra Architettura ed edilizia.

Concludere questo articolo mi riesce difficile. Ho parlato di diverse dinamiche generate dal medesimo problema e scrivere un finale che faccia coincidere il tutto non è facile. L’unico consiglio che mi vien da dare ai lettori è quello di non farsi ingannare dall’immagine. Il greenwashing, con tutte le sue sfumature, ci presenta un’immagine diversa dalla realtà dei fatti e questo avviene in tutti i campi (architettura, cibo, industria, prodotti quotidiani, ecc…). Probabilmente prestare maggior attenzione a quello che consumiamo e viviamo quotidianamente può essere il punto di svolta per annichilire questa forma di alterazione della realtà.

¹ Lucia Arrighi e Morgana Nichetti, Editoriale Numero 06, GIUSTIZIA CLIMATICA E ARCHITETTURA, AGORÀ magazine, www.agora-magazine.com, ultima modifica 01/07/2020, data di consultazione 01/07/2020.
² Stefano Boeri Architetti, Bosco Verticale, www.stefanoboeriarchitetti.net, data di consultazione 22/03/2020.
³ Benedetta Bacciali, Non solo Boschi Verticali, le città foresta sono la nuova frontiera della forestazione urbana, Lifegate, www.lifegate.it, ultima modifica 05/10/2018, data di consultazione 22/03/2020.
⁴ Franco Grilli, I gas serra nell’atmosfera? Sono colpa delle mucche e dei loro rutti al metano, Il Giornale, www.ilgiornale.it, ultima modifica 08/10/2018, data di consultazione 22/03/2020.

– Emilio Ambasz, Architectura & natura. Design & artificio, Mondadori Electa, Milano 2010.
– Eeva-Liisa Pelkonen, Kevin Roche: Architecture As Environment, Yale University Press, London, 2011.

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Duccio Prassoli Administrator
Laureato al Dipartimento di Architettura di Genova, oggi sta portando avanti la Laurea Magistrale al Politecnico di Milano. Si interessa dell’Architettura del XX secolo e dell’influenza che questa sta avendo sulla società ed il pensiero architettonico contemporaneo.
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