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Uno sperimentalismo colto: intervista a Stefano Pujatti

Sperimentalismo e curiosità sono le parole che più descrivono l’architettura elastica dell’architetto Pujatti e del suo studio. Elastico Spa è produzione di forme particolari quasi decostruttiviste in grado di dare consistenza agli spazi e ad un giusto rapporto col territorio. Nelle sue opere si rintraccia una tensione tra la funzione, la forma e il luogo. Un mix che sfocia in progetti arditi e fuori dagli schemi. Ogni progetto è un caso assestante e frutto di un’intensa ricerca che si ripropone nelle forme e nei materiali usati nelle sue architetture.

1 – In un momento particolare come quello di oggi, caratterizzato da diversi punti di rottura rispetto a quella quotidianità a cui eravamo abituati nei mesi precedenti alla pandemia, diventa di fondamentale importanza una presa di coscienza circa la reale necessita di dover tornare a riflettere sul senso profondo dell’abitare e fare architettura. Questo processo si riassume nel tema proposto da Hashim Sarkis per la Biennale di Venezia con il titolo “How will we live together?”. Facendo dunque riferimento a questo tema quali sono le sue considerazione e opinioni a riguardo?

Non penso sia un problema strettamente legato all’architettura ma piuttosto di carattere sociale, medico e quant’altro. L’architettura costruisce degli spazi, definisce delle cose fisiche di cui le persone si appropriano. C’è e deve esistere un’indipendenza tra architettura e come questa decide di essere usata.
Tuttavia, non è sempre così. Dal razionalismo in poi, infatti, l’architettura rincorre il tema della funzione, per cui obbiettivo è quello di realizzare manufatti architettonici in grado di rispondere in maniera performante ed esatta alla domanda del momento in cui vengono costruiti. Questo produce però un’architettura fragile, che può essere messa in discussione al cambiare della realtà che sappiamo essere in continua mutazione. Un momento come questo ci suggerisce che l’architettura deve avere dei valori propri in grado di renderla valida in quanto tale, e che non deve essere meramente limitata ad essere figura complementare e dipendente di un sistema più complesso.

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© Stefano Pujatti, Top Gun, Polcenigo, 2006.

2 – L’isolamento temporaneo all’interno delle nostre case ci ha permesso/costretto a confrontarci con lo spazio domestico rendendoci consapevoli più che mai dei suoi limiti e delle sue potenzialità. Di fondamentale importanza diventa dunque il ripensare allo spazio domestico come risultante delle necessita del singolo. Come pensa che cambierà l’approccio progettuale e gestionale dello spazio domestico?

Ad oggi, lo spazio domestico personale non è definito dal desiderio di dove e come una persona vorrebbe vivere la propria vita, ma bensì dal prezzo al metro-quadro dell’abitazione stessa. Credo che sia l’economia a definire la dimensione dello spazio in cui viviamo. In un momento storico come quello in cui stiamo vivendo, è chiaro come si stiano rivalutando gli spazi dando maggior importanza ad alcuni di loro piuttosto che ad altri. Il balcone, per esempio, per alcuni di noi è stato uno degli unici punti di contatto col mondo durante i mesi di lockdown. Probabilmente in futuro, per rispondere a questa equazione economica spazio/costo, vedremo lo svuotamento di determinati luoghi e la densificazione di altri dove il prezzo d’acquisto è minore, perciò più conveniente. A seconda della durata di questo stato di emergenza questa particolare situazione, a lungo andare, potrebbe innescare una svolta circa la nostra idea di urbanità.

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© Stefano Pujatti, 1301 INN, Piancavallo, 2013.

3 – Tra le problematiche che ci troviamo a fronteggiare quest’oggi la questione ambientale assume una importante rilevanza. Si parla sempre più di sostenibilità come qualità imprescindibile della progettazione. Tale accortezza si manifesta in una profonda attenzione sui metodi di costruzione e i materiali scelti per la conseguente realizzazione. Come si concretizza questo aspetto all’interno dei suoi progetti?

Si dà per scontato che gli edifici debbano disperdere meno rispetto a quanto potessero fare negli scorsi decenni. Questa è un’attenzione nel rispetto del pianeta che, in un modo puramente meccanico, viene tradotta nello spessore dell’isolante termico impiegato piuttosto che nella qualità degli infissi usati in fase di costruzione. Questa è a mio parere la risposta più banale e che personalmente io tengo sempre come carta di riserva. L’atteggiamento che tentiamo invece di avere noi, è quello di cercare metodi intelligenti che ci possano aiutare a superare questo problema.
Per esempio, “Atelier fleuriste” viene rivestita d’acqua in quanto in grado di rinfrescare senza avere quei risvolti negativi che invece potevano essere creati dall’impiego di un impianto d’aria condizionata, che avrebbe rovinato le piante all’interno dell’atelier e avrebbe inoltre prodotto inquinamento ambientale. Altro esempio interessante è quello del 1300 INN (Piancavallo – Pordenone), che utilizza il calore dissipato dal meccanismo di congelamento del palaghiaccio per riscaldare l’edificio. Tutti questi atteggiamenti – tra lo sperimentale e lo sperimentato – aiutano ad aprire un nuovo modo di vedere la progetazione, un modo sostenibile.
Penso che il pensiero ecologico debba essere un pochino più proattivo rispetto alla semplice idea della passive-house. Personalmente valuterei in modo più approfondito le fonti energetiche “alternative” che, se sviluppate bene e utilizzate nel modo più giusto, faranno la differenza. Altro esempio di sperimentazione su un edificio è quello che stiamo sviluppando in Canada per una casa che sarà in grado di proteggersi dal freddo usando il ghiaccio che si viene a creare in maniera naturale. Fondamentalmente quest’ultimo viene usato come membrana per la formazione di una sorta di intercapedine in grado di offrire un contributo al comfort termico dell’edificio stesso.
Se dovessi rispondere alla domanda in maniera concisa direi che affrontiamo il tema della sostenibilità utilizzando ciò che si sa già come piano B, cercando cioè prima di affrontare il problema in modo mirato tramite un indagine specifica e puntuale dello stesso problema.

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© Stefano Pujatti, Atelier fleuriste, Chieri, 2008.

4 – Da ciò che ho potuto evincere dalle sue interviste e interventi pubblici, due dei temi di maggiore rilievo all’interno del suo workflow progettuale sono quelli rappresentati dal territorio e dalle preesistenze che sorgono in esso. Con quale approccio riesce dunque a porre in profonda relazione e coerenza progetto, preesistenza e territorio?

Non so se la definirei coerenza, non ho mai cercato ed affrontato il tema della coerenza come un’assoluta qualità. Non c’è una vera e propria gerarchia tra questi tre elementi che hai citato; il mio progetto vale tanto quanto la preesistenza e il territorio. Non a caso se dovessi fare un progetto sbagliato, quest’ultimo annullerebbe a sua volta il valore degli altri due fattori, un progetto giusto invece è in grado di esaltare il valore degli altri due. Il tentativo è quindi quello di capire quali siano le singole valenze di ogni aspetto con cui ci stiamo confrontando e di ciò su cui possiamo effettivamente operare. Non sempre quello che sembra evidente è un vero valore, e per questo motivo è necessaria molta attenzione.
Il problema va affrontato dunque con la definizione di metodi di lettura delle preesistenze e del territorio. Parlando da architetti direi: “il tipo di occhiali con cui guardi le cose”.

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© Stefano Pujatti, Golf House, Tassarolo, 2012.

5 – All’interno di tutti i suoi progetti si riconosce una certa attenzione e cura rispetto alle tecnologie e ai materiali che impiega nella loro realizzazione. L’impressione che ho avuto e quella per cui la sperimentazione – compositiva o materica che sia – all’interno dei suoi lavori, sia come un filo rosso che li lega l’uno all’atro senza mai farli perdere di coerenza. Spontaneo mi sembra dunque domandarle come riesce ad inventare per ogni committente un’idea nuova senza cadere nella tentazione di reinventare la ruota ogni volta?

Molte sono le volte in cui ci ritroviamo a riscoprire l’acqua calda. E va bene! Il punto è sempre quello, nel momento in cui riscopri l’acqua calda trovi anche un modo di scaldarla quell’acqua, un modo tutto tuo. A noi non interessa il risultato finale, bensì la metodologia con cui arrivare a quello che desideriamo: ogni volta in un modo diverso che noi stessi vogliamo inventare. Ed è proprio durante questi tentativi che si aprono nuove strade e idee. Non diamo mai nulla per scontato, nemmeno le cose più ovvie. Ci piace ripartire da zero. Il nostro è un atteggiamento senza pregiudizi.
Ci sono molte architetture che sorgono nel momento sbagliato e, a causa del pregiudizio comune, perdono di valore e vengono sminuite. Sono probabilmente arrivate in ritardo o in anticipo e per questo vengono additate come sbagliate. Tutto ciò è assurdo e credo che il mondo dell’architettura necessiti di più attenzione e rispetto. Ci sono invece cose che non mi piacciono e non mi interessano: generalmente perché prevedibili.
Mi piace di più un edificio sbagliato, pieno di errori al cui interno viene contemplata la dimensione del rischio – e perciò dell’errore – rispetto ad un edificio in grado di rispondere bene al tema ma che in qualche modo non mi dà emozioni e particolari visioni. Guardando un edificio, preferisco dunque provare un senso di rabbia piuttosto che indifferenza.

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© Stefano Pujatti, Le bâtiment descendant l’escalier, Jesolo Lido.

6 – Quando, come e perché ha deciso che l’Architettura sarebbe stata la sua strada?

Inconsciamente abbastanza presto credo. Sin da piccolo mi piaceva il mondo del cantiere, un po’ come ai vecchietti di oggi. Di diventare architetto l’ho deciso a 14-15 anni quando ho visto due edifici di Gino Valle, costruiti da poco a Pordenone e criticati da tutti. Mentre tutti li criticavano, io li trovavo invece molto interessanti. Questo stimolo è col tempo cresciuto fino ad arrivare a farmi iscrivermi alla Facoltà di Architettura, dove per puro caso sostenni uno dei primi esami con Gino Valle per poi, a laurea conseguita, iniziare una collaborazione nel suo studio.

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© Stefano Pujatti, Dog House, Torrazza Piemonte, 2019.

7 – Ad oggi qual è la sua definizione di Architettura?

“Che barba che noia!” come direbbe la Mondaini. Se l’architettura guarda all’architettura non può che portare alla noia, perché il suo è un linguaggio fatto di ripetizioni. Non lo so. Non ho un’idea di cosa sia l’architettura, se arte o scienza, non lo so. Tutti gli architetti hanno questa repulsione per l’essere considerati artisti, ed io sono d’accordo sul fatto che non siamo artisti in quanto ragioniamo con processi mentali completamente diversi. Detto ciò, penso che gli architetti siano in qualche modo invece quelli che per primi riescono a dialogare con gli artisti. Gli artisti sono i primi a fare la fotosintesi dell’energia della società e la traducono in qualcosa per molti incommestibile. Gli architetti di qualità sono in grado di assimilare queste energie catalizzate dall’artista, e tradurle in qualcosa di costruito e/o fisico.

8 – Quale consiglio vorrebbe dare ai futuri architetti e professori?

Ai futuri professori non so cosa dire, non essendo io un professore. Ai giovani architetti o agli studenti di architettura direi di non avere tanti pregiudizi, e direi di provare a non fare gli architetti e se proprio non ci riescono che Dio li benedica.

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Classe 1998. Davide consegue la laurea triennale in Progettazione dell’architettura al Politecnico di Milano il 24 Settembre 2019. La permanenza nella cittá di Milano a partire dal 2017 gli permette di confrontarsi con diverse realtá con cui sin da subito entra in contatto. Si appassiona sempre piú al mondo del design, dell’architettura e dell’illustrazione.
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