Dall’Idea di migrazione alla Migrazione di idee: intervista a Luca Mazzari

Dall’Idea di migrazione alla Migrazione di idee: intervista a Luca Mazzari

Luca Mazzari nasce a Genova nel 1961 dove si laurea e fonda, con Liliana Leone, lo studio Archifax Architetti Associati. Progetta edifici e arredi per la casa con le aziende italiane del design. Insegna “Teoria della Percezione” applicata al progetto all’Istituo Europeo del Design di Firenze.

Con l’artista contemporaneo e attivista politico Ai Weiwei, il 23 dicembre 2016 e per i quattro mesi successivi, Palazzo Strozzi a Firenze diventa un’opera d’arte dentro un’opera d’arte. La Fondazione Palazzo Strozzi organizza la mostra sul più potente artista cinese vivente con l’obbiettivo di ripercorrere tutta la sua arte dissidente. Tra le opere e le installazioni più disparate vi è quella che Weiwei ha appositamente pensato per la mostra: alla facciata di Palazzo Strozzi vengono appesi ventidue gommoni arancioni ed essa diviene così parte dell’opera.

Ciò che Weiwei fa non è semplicemente appendere un oggetto già di per se evocativo, soprattutto in questo periodo, sulla facciata di un importantissimo palazzo della storia e dell’architettura italiana. Egli infatti non porta all’attenzione del pubblico un tema urgentissimo come quello dell’immigrazione solamente mettendo l’opera sulla facciata principale, quindi visibile a chiunque anche se non interessato alla mostra in sé. L’artista non sceglie di distribuire i ventidue gommoni sul prospetto di Palazzo Strozzi per creare scompiglio od indignazione per l’atto in sé.

Ai Weiwei fa molto di più: mette l’identità italiana all’interno della sua opera. Chi riesce a vedere oltre l’apparenza delle cose, soprattutto nella storia dell’arte, e senza pregiudizi unire tra loro le azioni degli artisti ottiene l’idea più pura raggiungibile. Una composizione studiata al dettaglio, che anche con l’aggiunta dei gommoni rende omaggio alla compostezza della facciata. Ventidue moniti per ricordarci che nulla è immutabile, compresa la nostra identità nazionale, e che nessuna idea produce sempre e soltanto effetti positivi. L’architettura di Palazzo Strozzi diventa una sorta di personaggio fiero, altezzoso e granitico, figlio del Rinascimento Italiano e progettato come il più alto ideale di Signoria. D’altra parte i gommoni diventano intrusi non scompigliando nulla, invasori che non distruggono niente, elementi di rottura che non rompono cosa alcuna.

Ai Weiwei conosce il potere della trasformazione di elementi in identità e viceversa, non solo perché è artista ma anche perché è architetto. Toccare una muratura “sacra” come quella di Palazzo Strozzi è un’azione ben precisa ed ha un effetto enorme. E’ attivismo politico e non solo arte violare un elemento potenzialmente apprezzabile da chiunque, a prescindere dalla fazione politica o dall’orientamento religioso. Soprattutto farlo con un gommone che nel contesto attuale riporta ad un tema che non è invece apprezzabile dai più, ovvero l’immigrazione. L’artista ha cambiato Palazzo Strozzi “decorandolo” di un tema attuale, ma non certo nuovo. Ha decontestualizzato la facciata dicendoci “attenzione, non siamo più chi pensiamo di essere”. Ha portato all’attenzione della gente comune la fragilità di un sistema che odia le differenze quando dovrebbe amare le diversità. E lo ha fatto con un’idea tanto semplice quanto controversa: l’idea di migrazione.

Con l’Architetto Luca Mazzari abbiamo parlato proprio di questo.

Dall’idea di migrazione alla migrazione di idee. Pensiamo che quando i dati dovrebbero essere usati per comprendere il problema, le idee dovrebbero essere usate per risolverlo. Il contesto politico attuale tende a creare veri e propri conflitti disquisendo sugli “zero virgola” o sui mezzi punti percentuali.

Aggrapparsi a numeri senza personalità potrà anche servire a mettere in campo le proprie carte da giocare, organizzarsi, al più ottenere credibilità, ma solo accettare le proprie responsabilità può risolvere le cose.

L’iniziale domanda che ci siamo fatti era se effettivamente l’architettura potesse rispondere in qualche modo concreto alla questione della migrazione di persone. Che escano o che entrino in uno Stato il fenomeno dovrebbe essere positivo, sicuro ed arricchente, socialmente ed economicamente.

1 – Architetto Mazzari, secondo lei come il concetto di migrazione dialoga con quello di Architettura?

Viviamo in una società in continua evoluzione. Dobbiamo essere sempre capaci di stare al passo con gli innumerevoli cambiamenti e dobbiamo farlo in modo sempre più veloce in quanto i processi aumentano di volta in volta, giorno per giorno e soprattutto nella loro efficacia. Ciò che ieri richiedeva un certo tempo, oggi ne richiede molto meno. Tutto ciò ci mette nella condizione di dover dubitare di tutto; così come Leon Battista Alberti. Egli da Roma sentì la necessità di recarsi a Firenze per assistere ad un’interpretazione rivoluzionaria della realtà: la prospettiva. Brunelleschi dimostrava la distorsione prodotta dal cono prospettico grazie ad un suo meccanismo e faceva vedere ai fiorentini che ciò che guardavano non corrispondeva alla forma reale. L’architetto li mette dunque di fronte ad un bivio, ovvero se credere alla realtà o a quello che effettivamente vedevano. Quando progetta lo Spedale degli Innocenti dimostra la convergenza delle linee in prospettiva. Infatti, il primo edificio dotato di portico permetteva alle persone di visualizzare precisamente quale fosse il meccanismo ottico che distorce le figure. Prima di allora questo non era possibile in quanto le forme tipiche che potevi vedere in un borgo o in un paesino non avevano una confluenza in un unico punto di fuga. Tutto è sempre stato costruito senza un progetto unitario, una distribuzione specifica, un’organizzazione spaziale omogenea e congruente. Come Brunelleschi ebbe l’intuizione di guardare oltre l’apparenza e proporre un modo nuovo per interpretare la realtà, così noi dobbiamo comprendere che un fenomeno complesso come la migrazione sia mutevole, non statico. E’ come il principio di indeterminazione di Heisenberg. Bohr affermava che gli elettroni si muovessero attorno al nucleo su delle orbite, presupponendo di conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità degli elettroni in ogni istante del loro moto. Il fisico tedesco dimostra invece, studiando il suo modello atomico, che ciò non era possibile. Per determinare con precisione la posizione e la velocità degli atomi si irradiano gli stessi con dei fotoni che interagiscono con l’elettrone, provocandone però una deviazione nella traiettoria e un’alterazione della velocità. Appena viene impiegato il tempo per osservare tale fenomeno questo può aver cambiato le sue caratteristiche, la sua essenza.”

2 – Come uno Stato si relaziona con il fenomeno della migrazione?

Lo dice la parola stessa. Lo Stato non ammette movimenti, perché appunto è statico. Ed è isotropo, ovvero ogni parte è uguale all’altra. Lo Stato per vivere ha bisogno di essere centralizzato. Tutto può accadere, purché accada dentro ai suoi confini. Se ci pensiamo i turisti vanno bene, ma per pochi giorni. Pretendere che uno Stato appoggi il movimento è come pretendere che un pilastro si muova. E’ nell’etimologia della parola Stato che risiede la sua natura. Chi si muove fa paura perché non sai cosa fa, da dove viene, dov’è diretto, cosa pensa e cosa vota. Questa è la situazione attuale in seguito al consolidamento dei confini. Agli albori della civiltà prima di farti paura lo straniero ti faceva paura il territorio, per questo esiste il concetto di straniero, cioè un qualcuno che è rimasto fuori dal tuo atto di trincerarti all’interno di una regione di spazio definita. D’altra parte i termini territorio e terrore hanno la radice latina in comune “terr-“. Quando parliamo del territorio, in quanto architetti, dobbiamo considerare anche di come l’uomo si sia appropriato di esso attraverso la costruzione di città. La città è uno dei concetti più antichi, ma per entrare nel merito più adeguato rispetto a ciò di cui stiamo parlando potremmo pensare alla definizione latina di essa. I romani hanno inventato “l’urbe”, modello di riferimento lungo tutta la storia dell’architettura. Con l’urbe si vuole dare una configurazione organizzata dello spazio attraverso delle forme omogenee. Un’altra parola con la quale si voleva indicare la città è “civitas”, comprendendola come l’insieme dei cittadini piuttosto che quello di un complesso di edifici e di mura.

Ecco, l’urbanistica contemporanea si occupa di urbe e non di civitas. Gli studi dei piani regolatori, dei PUC, ecc.. vengono infatti svolti su mappe bidimensionali non tenendo in considerazione la “terza dimensione”, quella culturale e sociale. (nota: per terza dimensione intendiamo la trasposizione astratta del concetto di direzione z, altezza di tutte le cose, che ci rende persone che hanno un’esistenza, cioè una dimensione e che quindi possono interagire). Per esempio, pensiamo proprio al compito dell’urbanista ovvero quello di schiacciare sul piano bidimensionale una realtà che per natura è tridimensionale: il mondo. Pianificazione territoriale in inglese si dice proprio urban planning, che tradotto letteralmente corrisponde a “schiacciare su un piano”. Come è possibile dunque migliorare i flussi di interazioni e di scambi delle persone attraverso strumenti bidimensionali?”

3 – Domanda trasversale, per rimanere in tema: da qualche anno le facoltà di Architettura di tutto il mondo annoverano nella propria didattica sempre più spesso casi studio e ricerche sul co-housing ed il co-working. Queste soluzioni progettuali spaziali non sono teorizzate esclusivamente rispetto al tema dell’immigrazione ma è pur vero che dovrebbero rispondere alle nuove esigenze di società sempre più dinamiche, cosmopolite, diversificate nelle proprie componenti. Potranno queste due tecniche presentarsi come la soluzione alla problematica?

In generale penso che, più che nel concetto di co-housing o di co-working la chiave risieda nel tema dell’abitare. Posso anche essere d’accordo sul fatto che le prime due possano essere letture eventuali della stessa. La casa deve in ogni caso tornare al centro del dibattito. D’altronde tutti i più grandi architetti si sono confrontati con il tema dell’abitare che è una delle più straordinarie invenzioni dell’uomo. Io non penso sia possibile inventare un nuovo tipo di casa ma solo re-inventare un nuovo modo di abitarla. Tecnologicamente e concretamente non credo esista una risposta costruttiva univoca, come non penso al tempo stesso esista una forma univoca che possa sintetizzare i bisogni di tutti. Non penso a cambiare una forma fisica ma penso piuttosto a cambiare la forma della vita. Cocteau, filosofo francese, diceva che la vita delle forme non ha nulla a che vedere con la forma della vita. Cioè non è la forma delle cose il problema ma come si sta insieme, che cambia sempre e costantemente. Me ne rendo conto avendo vissuto nel centro storico, vedendo come cambiasse il modo di commercializzare tra le diverse etnie. Il problema è che oggi si tolgono le panchine per evitare che la gente si sieda (nota: ci riferiamo all’usanza di inserire nell’arredo urbano dispositivi che decidono un unico comportamento possibile piuttosto che permettere qualunque sua variante d’uso. Vedi punte, bugne, tornelli, sbarre, ecc..). Secondo me l’architettura deve incominciare ad assumere un impegno politico importante rispetto alla città. Deve abbandonare quel ruolo che si occupa solo della bella forma che non serve a niente, se non al mercato immobiliare.”

Giancarlo De Carlo diceva: “Secondo me gli architetti contemporanei dovrebbero fare di tutto perché l’architettura dei prossimi anni sia sempre meno la rappresentazione di chi la progetta e sempre di più la rappresentazione di chi la usa”.
(“L’architettura della partecipazione”, G. De Carlo, Quodlibet, ottobre 2017, pag. 38)

Partendo dal punto di vista di De Carlo ci sentiamo di dire che le epoche sono cambiate ma che la questione di per sé è rimasta aperta. Chi è “chi la usa”? da una parte la problematica di riportare l’uomo al centro non è stata risolta (se non in pochi esempi), dall’altra è anche vero che in questi cinquant’anni l’uomo si è evoluto nel modo di vivere. E’ più veloce ma anche più affrettato, è più eclettico ma anche più superficiale, è più istruito ma anche più incosciente. Dovremmo ammettere dunque che il problema non sia cambiato, ma le persone si: rimane difficile offrire un’interpretazione risolutiva ed univoca. Dunque, ancora una volta, “chi la usa”?

4 – Quando, come e perché ha deciso che l’Architettura sarebbe stata la sua strada?

“Assolutamente non lo so. Mi sembrava interessante perché aveva a che fare con il disegno, con la rappresentazione con lo spazio. Al liceo forse ho pensato che avrei fatto l’architetto ma non è stata una vocazione che ho maturato fin da bambino. Ho sempre pensato fosse un mestiere interessante.”

5 – Qual è la sua definizione di architettura?

“Mi affascina l’immagine del vetro quando piove: un elemento visivamente inconsistente che ti immerge in una particolare atmosfera. Un elemento che ti tiene al caldo e all’asciutto. Ecco, l’architettura è proprio questo. Non è solo volume e materia ma è soprattutto rapporto tra esterno ed interno.”

6 – Cosa consiglia ai futuri architetti?

“Vedo che gli studenti non fanno nulla per cambiare le cose. Si dovrebbero comportare in modo anarchico. Non si ribellano. Bisogna ri-pensare e ri-progettare. Essere sempre originali, mai accettare consigli. Se in un progetto ti sei comportato in un modo e hai prodotto dei buoni frutti, quando sei di fronte al secondo, cambialo. Mai accettare consigli da sé stessi.”

 

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Nasce a Genova nel 1996 dove frequenta il Liceo Classico. Si laurea al Dipartimento di Architettura e Design dell’Università di Genova. Dal 2018 è membro ISA (Ianua Student Association) con la quale partecipa a progetti nazionali ed internazionali. Nel 2019 inizia il Master al Politecnico di Milano.
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