Il ruolo della sintesi: intervista a Ottavio Di Blasi

Il ruolo della sintesi: intervista a Ottavio Di Blasi

L’architetto Ottavio Di Blasi è stato uno dei più stretti collaboratori di Renzo Piano dal 1980 al 1990, anno in cui ha aperto il proprio studio assieme a Paolo Simonetti e Daniela Tortello. Dal 2015 è Tutor del G124, gruppo di lavoro sul tema delle periferie urbane. OTTAVIO DI BLASI & Partners è uno studio di architettura che opera a Milano dal 1990. Il loro metodo di lavoro non è basato sulla specializzazione ma al contrario sulla convinzione che spesso la migliore soluzione progettuale nasce dalla contaminazione tra diversi tipi di sapere e da altri settori.

1 – “How will we live together?” è l’interrogativo proposto da Hashim Sarkis, curatore della Biennale di Venezia 2020. Secondo lei, quanto gli architetti dovrebbero essere ascoltati nella pianificazione delle scelte future di una nazione?

Questa tua domanda porta ad un’altra domanda, ovvero cosa sia il mestiere dell’architetto, e c’è molta confusione su questo punto, sia ai miei tempi che ora. Una volta li si chiamava architetti da salotto, quelli che anziché progettare, cercavano di raccogliere clienti parlando di architettura. Quindi, se la società ha bisogno del parere dell’architetto dipende da qual è il lavoro dell’architetto. Se il lavoro dell’architetto è davvero quello di trovare delle soluzioni facendo delle sintesi tra i differenti problemi, allora sì che la società ha bisogno del parere dell’architetto. Se invece l’architetto è solo un signore che fa render più o meno accattivanti, oppure uno incaricato di vendere prodotti piuttosto che promuovere iniziative immobiliari, allora no, non credo che la nazione abbia bisogno del nostro parere. Io lo vedo nel mio lavoro. Ci può essere un cliente che viene e ti chiede di concretizzare su un foglio di carta la “sua” idea, la sua iniziativa immobiliare, qualcosa di suo. In realtà, io non sono solo il suo professionista, perché l’architetto ha una platea di clienti molto più vasta che comprende anche coloro che non pagano direttamente il progetto. E credo anche che questo sia un valore aggiunto che la figura dell’architetto può dare al progetto.

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© OTTAVIO DI BLASI & Partners, UPO – Campus dell’Università del Piemonte Orientale, foto di Beppe Raso, Novara, 2016.

2 – La pandemia di Covid-19 ha dimostrato l’inefficienza di alcune infrastrutture, ma ha anche messo in luce nuove opportunità e possibilità di cambiamento. Lo studio ODB & Partners ha sempre tenuto presente l’importanza dello spazio urbano: quanto e come cambierà nei prossimi decenni?

Innanzitutto credo che il Covid, come tutte le altre pandemie, scomparirà. Non credo quindi ad un futuro fatto di individui chiusi nei loro appartamenti a lavorare. È sicuramente vero però, che il virus porti con sé dei cambiamenti; difficile stabilire quali saranno ma alcune direzioni di cambiamento sono chiare. Per esempio lo smart working, e il fatto che abbiamo imparato a parlare con altre persone via internet senza particolari problemi, direttamente correlato al problema dell’inurbamento (ovvero la crescita dei grandi centri urbani a scapito dei piccoli centri in campagna e nei paesi montani che conseguentemente si spopolano). La diffusione di linee efficaci, ad alta connessione, potrebbe portare ad invertire questo fenomeno, e l’economia di questi luoghi ne gioverebbe evitando l’estinzione. Questo però è solo un pezzo della risposta, nel senso che non è nemmeno immaginabile che le relazioni e i rapporti umani possano avvenire solo attraverso uno schermo. Penso che la progettazione degli uffici possa cambiare sensibilmente: nelle corporations o nei luoghi di lavoro ad esempio, ci saranno meno uffici singoli e più luoghi deputati alla comunione delle idee nei momenti che verranno scelti per far incontrare le persone tra loro. In un’ottica più ampia credo che anche le città saranno questo: cioè il luogo della condivisione del tempo con le altre persone sarà sempre più importante e quindi, il disegno di questi luoghi collettivi sarà sempre più cruciale. Qui secondo me, l’architetto può aiutare la società a individuare una maniera più ricca di stare assieme. Un cambiamento di cui non parla mai nessuno, che invece è molto interessante, è quello degli impianti di condizionamento. Quasi tutti gli edifici pubblici sono raffrescati e riscaldati ad aria che viene riciclata e reimmessa negli ambienti, diventando pericolosissima in termini di trasmissione di virus. Questo tema aprirà dunque, negli anni a venire, un filone di riflessioni, di investimenti e di design su come modificare questi vecchi impianti, creando anche nuove opportunità economiche. Altri cambiamenti riguarderanno invece gli ospedali, per essere preparati ad affrontare emergenze di questo tipo, siano esse pandemie o calamità naturali; si avrà quindi l’obbligo di apportare cambiamenti a questa tipologia edilizia innescando opportunità ulteriori.

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© OTTAVIO DI BLASI & Partners, UPO – Campus dell’Università del Piemonte Orientale, foto di Beppe Raso, Novara, 2016.

3 – Ha partecipato, insieme a Renzo Piano, alla realizzazione dell’ampliamento per il nuovo campus di Architettura del Politecnico di Milano. Come si è prefigurato gli spazi per gli studenti e soprattutto che tipo di approccio è stato usato per il campus universitario?

Beh fin dall’inizio, parlando con Renzo Piano, è apparso chiaro che il tema del rapporto con gli edifici storici dell’architettura contemporanea di Gio Ponti e Viganò nel campus, era cruciale per la buona riuscita del progetto. Oggi il campus è una sommatoria di edifici, anche diversi tra loro, un affastellarsi di volumi architettonici molto vicini l’uno all’altro. La risposta che abbiamo dato è stata quella di “fare spazio“ attorno agli edifici dei maestri dell’architettura italiana in maniera da renderli più visibili, dandogli quindi una maggiore importanza e garantendogli lo “spazio vitale”; poi si è deciso di non costruire un altro oggetto architettonico affiancandolo ad altri storicamente di maggior pregio, bensì di lavorare sul vuoto che li circonda, riempiendolo con verde (126 alberi ad alto fusto) e con una nuova architettura concepita come un tessuto che sta attorno a questi edifici, al fine di non creare competizione tra questi volumi e quelli vecchi, finemente disegnati. Quindi, pensando ad un atteggiamento generale legato al disegno dei volumi, un’architettura che fa un passo indietro rispetto alla necessità di “farsi vedere”, permette la vita dei vecchi edifici del campus e la fioritura del verde attorno a loro. Rispetto alla vita degli studenti invece, la cosa fondamentale è stata trovare degli spazi nuovi perché quelli attuali erano insufficienti; il parterre che abbiamo realizzato è infatti un luogo da vivere, con panchine, zone di sosta sotto gli alberi e banchi di lavoro all’aperto: ciò che era il vecchio parcheggio è diventato il nuovo tessuto connettivo del campus. Poi rispetto al tema del Covid, nonostante il progetto risalga a prima della pandemia, mi fa molto piacere poter dire che gli edifici che stiamo completando sono molto più sicuri rispetto agli edifici storici, proprio perché siamo andati a realizzare un sistema di condizionamento molto diverso rispetto ai suoi predecessori, basati su fancoil o canali d’aria impossibili da pulire o sanificare. Abbiamo un sistema misto, radiante e ad immissione di aria esterna, che permette agli edifici, definibili già “post Covid”, di non avere nulla di nascosto, concependoli dunque come “lezioni” di progettazione e tecnica dell’architettura “a vista”, sperando che possano contribuire alla formazione degli studenti.

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© OTTAVIO DI BLASI & Partners, Campus di Architettura al Politecnico di Milano, Milano, 2018.

4 – Dal 2015 è Tutor del G124, gruppo di lavoro coordinato dal Senatore a vita Renzo Piano sul tema delle periferie urbane. Perché le periferie rappresentano il futuro delle città e in che modo il loro “rammendo” può innescare questa evoluzione?

La ragione del perché le periferie siano il futuro è semplicissima. Abbiamo già parlato del fenomeno dell’inurbamento e di come questo comporti un ingrossamento delle periferie, tessuto residenziale reale delle città. Tutti noi veniamo dalle periferie e pochissimi di noi sono nati e cresciuti nei centri, deputati maggiormente all’interscambio, alle funzioni nobili ed a quelle istituzionali. Ripensarle è indispensabile, sono la sfida del nuovo millennio, e questo è un tema con il quale l’architettura non può non confrontarsi. Quello che insieme al gruppo G124 abbiamo cercato di dire parte da un’osservazione semplicissima: il problema delle periferie è così grande che nessun intervento a tappeto potrà mai risolverlo. Quello che bisogna fare, consapevoli della ridotta disponibilità di risorse, è riuscire a capire in ognuna delle parti che compongono le nostre città, quali sono i “punti sensibili” dove immettere anche una piccola quantità di energia progettuale capace di cambiare le cose. Anzi, la ricerca di questi punti sensibili è già di per sé il progetto. Qui a Milano ad esempio, ci siamo occupati del quartiere Giambellino, grosso quartiere storico che ospita 18.000 persone solo nelle case popolari e nel quale non si trova alcun esercizio commerciale, fatta eccezione per il mercato comunale. Lo abbiamo visitato e ci siamo accorti che l’ingresso principale del mercato non era rivolto verso il quartiere ma verso il viale Giambellino: in sintesi, i percorsi per arrivare al mercato erano lunghi, tortuosi e in alcuni casi interrotti anche da muri. Individuato il punto sensibile, è bastato girare l’ingresso del mercato rivolgendolo verso i percorsi pedonali e verso il verde, anziché verso una strada trafficata: un intervento a bassissimo valore economico ma che ha rappresentato un cambiamento nella fruizione di quel servizio da parte dei cittadini. È un esempio riduttivo, certo, ma lo scopo è questo: ottenere tanto con poco, come nell’omeopatia, dove piccole dosi di principio attivo riescono a scatenare dei meccanismi virtuosi per l’organismo urbano.

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© OTTAVIO DI BLASI & Partners, Progetto per l’Università degli Studi di Padova.

5 – I progetti di ODB & Partners spaziano in molti campi e in tutti questi progetti un elemento ricorrente è la pulizia delle forme, sia nei volumi architettonici che alla scala di dettaglio, anche quando si tratta di costruire sulla preesistenza; come motiva questo atteggiamento progettuale?

Anziché della mia architettura parlerei di questo rispetto al nostro mestiere. Abbiamo detto che l’architetto deve avere un ruolo di sintesi ma questo è un aspetto del suo lavoro; l’altro aspetto è quello del costruttore, perché la sintesi deve trasformarsi in un qualcosa di tangibile, di costruito. Ecco, il “saper costruire” è il corpo delle idee sviluppate facendo sintesi, non può esserci un aspetto senza l’altro. Per quanto mi riguarda bisogna avere idee e corpo, non ci si può limitare ad avere un’immagine che non è né uno né l’altro. Quindi, per avere corpo, l’architetto deve anche possedere la capacità di tenere assieme materiali diversi, di farli funzionare con dei dettagli che sono quelli che fanno poi la qualità dell’edificio. Il nostro è un mestiere difficile e bisogna essere capaci di tenere insieme queste due componenti un po’ come facevano i grandi architetti del passato; quello che si legge nei miei edifici non è altro che il tentativo di controllare il corpo attraverso le idee che ci sono dietro. Una cosa è certa però, ci vuole curiosità. Non devi mai fermarti ad applicare dei cliché che ti mettono in una comfort zone. La curiosità è la molla fondamentale, è quella che ti permette di sapere le cose che contano anche di argomenti, tecnologie e forme di conoscenza diverse; facendo questo la contaminazione tra queste diverse discipline è quella che fa nascere l’esigenza di un dettaglio costruttivo diverso. Non si tratta mai di un atteggiamento compositivo riconducibile a delle metodiche oppure a cliché formali ma, al contrario, è il risultato di questo processo conoscitivo che parte dalla curiosità.

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© OTTAVIO DI BLASI & Partners, Stazione Ferroviaria di Sesto San Giovanni, Milano, 2018.

6 – Quando, come e perché ha deciso che l’Architettura sarebbe stata la sua strada?

Mi ricordo che avevo finito il liceo, dovevo scegliere cosa avrei fatto; c’era un mio amico che faceva agraria e io ero molto attratto da quell’indirizzo. Poi però una volta mi è capitato di fare un giro per la Feltrinelli e ho trovato un bellissimo libro che parlava dell’architettura sovietica, quelli erano gli anni del ’68 per cui la componente sociale era molto viva. Ecco, sfogliando quel libro mi è sembrato che l’architettura tenesse assieme sia questa voglia di socialità con la voglia di fare con le mani, con la terra. È stata una scelta molto istintiva.

7 – Ad oggi qual è la sua definizione di Architettura?

Per me il lavoro dell’architetto deve essere un ruolo di sintesi, molto vicino a quello che una volta era l’ideale umanistico, tra tutta una serie di problemi che gli vengono presentati: economici, sociali, estetici, di comunicazione. Insomma, è difficile fare questo mestiere perché per me l’architetto deve essere come un “recettore” di problemi e dovrebbe essere colui che formula delle sintesi coerenti con i problemi che individua, che sono i più disparati, e più si avanza più sono difficili e disomogenei tra di loro.

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© OTTAVIO DI BLASI & Partners, Stazione Marittima passeggeri del porto di Messina, Messina, 2018.

8 – Quali consigli si sentirebbe di dare ai futuri architetti?

I consigli che mi sento di dare agli architetti sono: la curiosità, il non dare nulla per scontato, il porsi sempre delle domande rispetto a ciò che si ha davanti, studiare quello che hanno fatto gli altri e andare via. Andare via per aprirsi al resto del mondo, anche se sembra che Milano stia diventando una metropoli importante ma, davvero, andare via per poi poter tornare riportando qui le cose apprese fuori, da lontano.

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Nato a Verbania nel 1998, compie studi scientifici all’I.T.I.S. Cobianchi che gli garantiscono una più vasta scelta in termini di facoltà universitarie e possibilità. Nel 2017 si iscrive al corso di laurea in Progettazione dell’Architettura al Politecnico di Milano, laureandosi con una tesi che indaga il concetto di Grande Bellezza in Architettura, legato al patrimonio preistorico, storico e culturale del complesso archeologico dei Sassi di Matera. Attualmente iscritto al Master Itinerante in “Museografia, Architettura e Archeologia”, frequenta inoltre il corso di laurea magistrale in Disegno Urbano nel quale si cimenta principalmente sui temi dello Smart City Design, della valorizzazione del patrimonio storico e culturale e della progettazione ed applicazione di sistemi tecnologici tesi a garantire la costruibilità e sostenibilità del progetto.
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