Come ce ne andremo insieme?

Come ce ne andremo insieme?

L’architettura, in senso stretto, non ha più a che fare solo con gli esseri umani, forse non si è mai trattato solo di una questione “umana”, ma il nostro sguardo antropocentrico ci ha fatto pensare così. Il suo ambito si è ampliato in modo significativo, in un certo senso, abbiamo studiato e immaginato un nuovo tipo di abitante, lo “Space-man”. A differenza nostra, l’uomo dello spazio dovrà fare i conti con una nuova serie di stress psico-fisiologici e psico-ambientali.¹ D’altra parte, i miglioramenti nella scienza e nella tecnologia hanno portato ad un nuovo campo di ricerca, in cui il fattore umano non sta mutando in uno alternativo, come accennato prima, ma è completamente scomparso; è questo il caso dell’Architettura per le Macchine. Il seguente articolo introduce il progresso intorno all’architettura extra-terrestre e si concentra sulla discussione concernente il progresso dell’Architettura senza persone.

PREMESSA.
Quando la redazione di AGORÀ mi ha parlato del titolo della XVII Biennale Internazionale di Architettura di Venezia, la somiglianza fonetica tra le parole “Live” -vivere- e “Leave” -lasciare- mi ha portato ad approfondire questo stimolante tema di “How will we leave together? -“Come partiremo insieme?”-. La prima cosa che viene in mente è che si stia per leggere un articolo sui viaggi nello spazio e, quindi, sul vivere in ambienti extraterrestri. Di conseguenza, dove c’è vita umana ci sarà architettura e viceversa. In effetti, la ricerca iniziale si stava dirigendo in quella direzione unica e su questo argomento sono già stati condotti numerosi studi; eppure non sembrava meno fondamentale prendere in considerazione e affrontare l’enigma di “Cosa rimarrà indietro?” attraverso l’osservazione del lavoro di ricercatori/architetti contemporanei.

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© Wikimedia Commons, Stanford torus under construction, Don Davis, 1975.

SPAZIO.
Il punto che scienza e tecnologia hanno attualmente raggiunto mostra che la vita nello spazio non è più un sogno. L’umanità finirà per subire una transizione da “uomo terrestre” a “uomo dello spazio”. Di conseguenza l’Architetto, attraverso il design, deve ricercare un giusto equilibrio tra le condizioni terrene e cosmiche, per facilitare questa transizione.

La prima descrizione letteraria sul vivere nello spazio risale al 1869, ed è stata fatta da Edward Everett Hale nella storia “The Brick Moon”², in cui il primo insediamento spaziale veniva immaginato come una gigantesca sfera di mattoni lanciata, accidentalmente, nell’orbita della Terra.

Ci sono tre principali esempi di insediamenti spaziali, studi visionari effettuati durante e dopo il workshop estivo della Stanford University, in collaborazione con la NASA nel 1975: lo Stanford Torus, la Bernal Sphere e il cilindro O’Neill. In anni più recenti la vita extraterrestre è diventata anche il soggetto di molti romanzi di fantascienza, serie televisive e film; come Elysium e Interstellar, per citare due esempi.

Inoltre, imprenditori miliardari come Elon Musk con SpaceX, Jeff Bezos con Blue Origin e Richard Branson con Virgin Galactic si stanno unendo alla corsa allo spazio. Il loro ultimo obiettivo è quello di organizzare viaggi spaziali ed esperienze di vita nello spazio, a prezzi relativamente economici.

D’altra parte, in Architettura, i concorsi stimolano gli architetti a sviluppare un approccio basato sullo spazio. I progetti concettuali provengono non solo dalla prossima generazione di architetti, ma anche da aziende globali come Foster+Partners; che hanno proposto i progetti di Lunar Habitation (2012) per l’Agenzia Spaziale Europea e Mars Habitat (2015) in occasione della 3D Printed Habitat Challenge, organizzata da America Makes e NASA.

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© NASA, First Humans on Mars – Artist’s Concept, 2019.

TERRA.
Dopo aver affermato che l’architettura spaziale è una nuova frontiera per la ricerca sul design, e che l’Umanità che lascerà il suo unico ospite, il pianeta Terra, diventerà realtà concreta nel prossimo futuro; diamo uno sguardo al futuro del nostro pianeta. Questa volta, diversamente dagli scenari speculativi extraterrestri, abbiamo prove tangibili e fisiche della direzione che prenderà l’architettura terrestre.

Prima di proseguire, permettimi di divagare un po’: mentre questo articolo viene scritto, l’umanità sta attraversando un momento difficile; mi riferisco allo scoppio della pandemia che ha temporaneamente sconvolto le nostre vite. Qui abbiamo a che fare con circostanze eccezionali, che ci stanno lentamente cambiando; milioni di persone sono confinate nelle loro case e di conseguenza le nostre abitudini stanno mutando.

Stiamo frequentando le nostre lezioni online, andiamo a fare la spesa online, incontriamo i nostri amici online, questa lista potrebbe continuare, in pratica potremmo sostenere che la nostra esistenza è stata digitalizzata. Eppure non ci rendiamo conto di un aspetto essenziale del mondo digitale. Il regno digitale si basa su un mondo materiale.

Più specificamente, ci occuperemo di architetture progettate per le Macchine. Macchine come data center, centrali elettriche, server farm, strutture di data mining che producono e mantengono il mondo moderno. Potremmo aggiungere a questo elenco spazi di stoccaggio, centri di distribuzione/adempimento e quelli relativi alla logistica.

In un momento in cui la nostra storia collettiva è digitale, queste forme vuote sono le grandi biblioteche della nostra generazione, le nostre cattedrali, la nostra eredità culturale. Ogni epoca ha avuto la sua iconica tipologia architettonica. La commissione del sogno una volta era la chiesa, il Modernismo aveva la fabbrica e poi la casa; nell’ultimo decennio abbiamo celebrato il museo decadente e la galleria. Ora abbiamo il data center. Liam Young, Guest-editor della rivista Architectural Design, definisce questi spazi abitati dalle macchine come “zone di esclusione umana”, in cui l’automazione di oggi trova il suo ambiente più confortevole. I tre esempi seguenti hanno lo scopo di fornire una panoramica generale sui progressi rispetto a questo frangente.

Il data center di Facebook a Prineville, Oregon. Un ottimo esempio di una delle nuove tipologie del Postumano (qui Postumano contrapposto al periodo geologico dell’Antropocene). A prima vista, sembra che qui ci sia poca architettura, nessun grande gesto monumentale; questa rete di spazi, così fondamentale per la nostra moderna esperienza del mondo, sembra invece essere concepita come poco più che un condizionatore. La funzione primaria di questo tipo di architettura è quella di condizionare e muovere l’aria alla giusta temperatura attraverso le pile di server che contiene al suo interno. È un paesaggio pieno dei nostri avatar digitali, ma stranamente privo di persone.³

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© Pixabay, Data Center – Air conditioning, Ann zima.

Il centro logistico Amazon a Manchester, è solo una delle tante strutture Amazon sparse in tutto il mondo che adotta il sistema Kiva (acquistato nel 2012 da Amazon per 775 milioni di $). Questo sistema si basa su una serie di unità di azionamento robotiche (RDU), che operano all’unisono e con obiettivi comuni. Secondo la descrizione offerta dal brevetto di Kiva: “Le unità di trasmissione mobili rispondono alla richiesta d’ordine, con offerte che rappresentano la quantità di tempo che ciascuna unità di trasmissione mobile calcola che impiegherebbe per consegnare l’articolo richiesto.” L’offerta “vincente” fornisce quindi il suo addebito alla stazione in attesa. Una volta prelevati gli articoli, l’RDU porta lo scaffale non nella sua posizione originale, ma nello slot⁴ aperto più vicino. Attraverso questo processo, il magazzino si riconfigura continuamente. Se accettiamo che l’automazione ha uno slancio tecnologico che lavorerà per modellare l’ambiente costruito ai suoi fini opportuni, allora, invece di fare un passo da parte per lasciare che la tecnologia faccia il suo corso, avremo l’opportunità di trattare questo come un problema architettonico, o almeno spaziale. L’architettura è sempre stata un paesaggio macchinico. La nostra sfida ora è offrire risposte adeguatamente seducenti, proliferare invenzioni tipologiche e generare modalità di pratica dispositive che concepiscano i problemi politici della logistica, come questioni architettoniche.⁵

OMA con la sua mostra in corso per il Guggenheim Museum di New York (Countryside, The Future. Febbraio 2020-febbraio 2021) affronta il fatto che la vita urbana richiede una campagna in cui temi come l’archiviazione dei dati, i centri di adempimento, l’intelligenza artificiale, l’automazione robotica hanno un rilevanza senza precedenti. L’Office for Metropolitan Architecture sta catalogando l’emergere di un nuovo tipo di architettura, il data center: strutture vaste e monolitiche che non sono progettate per essere abitate da esseri umani, ma la loro proposta è quella di utilizzare la configurazione architettonica del data center per ospitare un museo. L’architettura del data center opera sulla forma più pura di una griglia; mantiene la stessa griglia e la usa come luogo in cui archiviazione ed esposizione possono coesistere (dati e arte sono entrambe forme di immagazzinamento).

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© Wikimedia Commons, Moneta Le Corbusier Modulor, disegnata da Max Bill, Zumikon, 1987.

CONCLUSIONE.
Il riferimento di questa nuova tipologia non è più il Modulor ideato da Le Corbusier, noto anche per machine-à-habiter⁵. Paradossalmente, questa definizione di casa come macchina da abitare, nel nostro caso, potrebbe essere invertita come casa abitata da macchine. Dobbiamo chiederci quale sarà il ruolo dell’Architetto quando lo spazio sarà riconfigurato dalle Macchine e quando l’efficienza sarà l’unico criterio. L’estetica avrà importanza quando queste strutture, inaccessibili e nascoste agli Umani, saranno costruite, gestite e abitate solo da Macchine?

Tradotto in Italiano da Claudia Gardinetti Salazar.

Copertina: © Wikimedia Commons, Adam Elsheimer, Fuga in Egitto, 1609.

¹ Angel Marie Seguin, Engaging space: extraterrestrial architecture and the human psyche, in Acta Astronautica, Volume 56, Issues 9–12, May–June 2005, pp. 980-995.
² Edward Everett Hale, The Brick Moon, The Atlantic Monthly, 1985.
³ Liam Young, Machine Landscapes Architectures of the Post Anthropocene, January/February 2019, pp. 6-13.
⁴ Michael C. Mountz, Material Handling Method Using Autonomous Mobile Drive Units and Movable InventoryTrays, US Patent 6,748,292 B2, 19 August 2004.
⁵ Le Corbusier, Vers une Architecture, Éditions Crès – L’Esprit Nouveau, 1923.

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Berk Ozturk Author
Nato in Turchia e cresciuto in Italia. Queste due culture hanno modellato la sua identità e sono costantemente presenti nella sua vita. Dopo essersi laureato allo IUAV, ha preso parte a seminari di architettura alla Biennale di Venezia e a Trento (organizzato dall’associazione Acropoli). Ha trascorso il suo ultimo anno, prima di iniziare il suo Master al Politecnico di Milano, in stage a Rotterdam e Istanbul.
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