Blueprint: intervista a Paolo Brescia

Blueprint: intervista a Paolo Brescia

Nell’ottica di un confronto tra tre architetti che hanno partecipato al concorso Blueprint, indetto dal Comune di Genova, è stato intervistato Paolo Brescia dello Studio OBR.
Paolo Brescia si laurea al Politecnico di Milano dopo aver studiato all’Architectural Association di Londra. Lavora dal 1998 al 2000 con Renzo Piano, dopodiché fonda con Tommaso Principi lo studio OBR Open Building Research che orienta la propria ricerca verso i nuovi modi di abitare contemporaneo, creando una rete tra Genova, Londra e New York.
Il progetto per il concorso Blueprint presentato da OBR con Arup, Baukuh, Michel Desvigne Paysagiste, Rina, Acquatecno, HMO, Open Fabric, Silvia Bassi, Carlo Cocchi, Margherita Del Grosso, Mario Kaiser, Matteo Orlandi, Giulia Poggi e Valter Scelsi sottolinea una forte urbanità di Genova sul mare, recuperando l’area della Ex-Fiera di Genova in un nuovo fronte urbano sul mare.
Il progetto di OBR valorizza i “vuoti” ricercando la qualità dell’intervento a partire dagli spazi aperti, gli specchi d’acqua, ma anche le grandi coperture piane (tipicamente genovesi) da dove disvelare vedute inedite e sorprendenti sulla città e il mare, “trasformando quello che era un retro in un fronte e quello che era un sotto in un sopra, attraverso un cambio di prospettiva”.

1 – Cosa pensi del Masterplan di Renzo Piano?

È una visione sulla città che recupera la vocazione urbana di Genova sul mare, valorizzando il tema del porto a partire dalla città.

2 – Qual’è la tua opinione riguardo l’approccio e la gestione del concorso da parte dell’Amministrazione Comunale?

Ritengo che le intenzioni fossero buone. Tuttavia credo che si sarebbe dovuto fare un concorso a partire da un brief condiviso con la città. Secondo me il concorso è interessante nel momento in cui diventa lo strumento per attuare una visione comune con la città.

3 – Come ti sei posto nei confronti del progetto e come lo hai impostato?

Il nostro approccio è stato quello di partire dai “vuoti”, trasformando quello che era un retro in un fronte e quello che era un sotto in un sopra, relativizzando in un certo senso la “quota vera” attraverso un cambio di prospettiva. Abbiamo quindi cercato di recuperare quella genovesità che si manifesta tra porto e città, dal doppio punto di vista: dal porto, ma anche dalla città. Mi viene in mente Despina, una delle città invisibili di Italo Calvino: essa si può raggiungere in due modi, o da terra o da mare. Arrivando da terra, la vedi come il cammelliere vede un veliero; viceversa, arrivando dal mare, la vedi come il marinaio vede la gobba di un cammello. Analogamente, se vedi Genova come una città che mantiene i propri caratteri sia portuali, sia urbani, allora credo che si aprano scenari interessanti.

4 – Quali sono state le problematiche che hai riscontrato durante la fase progettuale?

In generale credo che il rischio maggiore sia stato quello di vedere i limiti e non le potenzialità di questo progetto. Non penso che si possa ricercare la sostenibilità economico-finanziaria alla scala locale. Credo, invece, che questo progetto si ponga all’interno di un circuito internazionale che trova nel Mediterraneo il suo contesto di riferimento. Lo vedo come una nuova polarità di talenti che cercano un habitat che li rappresenti, una sorta di hub o di condensatore di energie che aggrega molteplici attività creative.

Oltre ad essere super-urbano, esso è anche un luogo super-accessibile, connettendo Corso Italia con il centro storico. In un certo senso è come avere la periferia in centro. Inoltre, in quella linea di confine tra città e mare, hai la possibilità di scambiare, di interagire, celebrando il rito dell’urbanità sul mare.

Da un punto di vista funzionale, occorre garantire la giusta mixitè. Sarà poi la città con i suoi tempi a dare forma al programma, come un organismo che agisce e reagisce in virtù degli scambi dinamici con la società e con il mercato.

Da un punto di vista dimensionale, credo che sia preferibile togliere per ottenere di più, valorizzando quello che rimane. Dunque il tema non è quanti appartamenti metti sul mercato, ma immaginare un nuovo modello abitativo secondo tipologie più ibride e innovative (laboratori, atelier sull’acqua con posti barca…). Non dobbiamo competere con un mercato locale (che non c’è), ma partire dalle reali aspettative della gente (che sono ancora da definire). Si tratta di avviare una ricerca simile alla serendipity, attraverso la quale trovi qualcosa che non stavi propriamente cercando, ma che, essendo in uno stato di ricerca, trovi.

Comunque sia, vince il progetto: se il progetto è bello funziona e viceversa, o per dirla con gli antichi, kalòs kai agathòs.

5 – Cosa pensi del risultato del concorso e del nuovo progetto “Waterfront di Levante” promosso da Renzo Piano?

Il concorso è stata un’esperienza unica nel senso che non mi è mai capitato di partecipare ad un concorso senza un vincitore, quindi dobbiamo porci delle domande.
Credo che un progetto di questa scala debba essere il risultato di un lavoro collettivo, sviluppato da una squadra multidisciplinare con diverse competenze, dall’urbanista, al sociologo, al paesaggista, al trasportista, etc. Il design per noi è l’esito di un processo dato dalla sinergia tra saperi diversi.

Come architetti, credo che il nostro compito dovrebbe essere quello di ricreare quell’urbanità sul mare a cui la città sta aspirando da anni. Solo se ci focalizziamo su questa missione, allora possiamo fare qualcosa per Genova. Osservando la storia recente del porto, è evidente che l’estensione del porto verso est e verso ovest ha negato quel rapporto naturale che la città ha costantemente avuto con il mare. Da sempre il porto di Genova è stato l’interfaccia della città con il mare, secondo un rapporto organico tra forma urbana e paesaggio.

Per rigenerare il fronte mare di Genova, occorre provocare la compresenza di tre fattori contemporaneamente: la visibilità (devo vedere il mare), l’accessibilità (devo arrivarci), la fruibilità (lo devo percorrere). Pertanto, riportando l’acqua lungo le mura storiche della città e creando l’isola del porto-fabbrica, ripristiniamo quel rapporto organico di Genova tra città e mare, preservando al contempo la doppia anima del porto: il porto-urbano e il porto-operoso. Il porto di Genova non deve snaturarsi, non deve diventare una marina, non deve essere esclusivamente tempo libero, ma anche lavoro, attività, business… sette giorni su sette e dodici mesi l’anno. Oggi la città vede la schiena del porto, non vediamo il mare e non vediamo neanche il porto. Domani, invece, riportando l’acqua tra città e porto, avremo una doppia sponda: quella urbana e quella portuale, con il doppio risultato di riportare il porto in città e la città sul mare. L’affaccio deve diventare sutura.

Penso che il grande valore del Blueprint sia stato quello di togliere per ottenere di più, riportando l’acqua dov’era, ristabilendo l’antico equilibrio tra città e mare.

6 – Qual è la tua visione di Genova per il futuro?

La mia visione di Genova è ancestrale. Un fronte mare che guarda verso Sud è meraviglioso, se ci pensi. A Genova hai sempre la luce che ti arriva dal mare, quindi è una luce che si muove sempre. Ma Genova è unica anche perché è al centro di tutto, lo è sempre stata, è la sua caratteristica geografica, storica e culturale, tra oriente e occidente, tra nord e sud. Dovremmo ripartire da questa centralità antica, per tracciare il cerchio delle opportunità di Genova. Genova deve iniziare a ragionare in questi termini. C’è riuscita Milano con l’Expo; Genova dovrebbe farlo con il mare.

Pensando in particolare all’area della Ex-Fiera, credo che lì trovi tutto quello che non c’è, ma che tutti stanno cercando. Io stesso vorrei abitare a Genova, però lavoro a Milano. Dobbiamo creare quella comunità dove ci si incontra e dove ci si scambia esperienze, formando un habitat simile a ad un Campus, ma non bucolico, bensì fortemente urbano, dove sentirsi parte di un tutto, pensato proprio lì dove città e mare si incontrano, dove la città è a pelo d’acqua, in una situazione protetta dal porto, ma visualmente aperta sul mare.

Bisognerebbe mettersi tutti insieme, condividendo una visione comune. La scala di questo progetto è tale che non sarebbe un problema, anzi, è doveroso unirsi. Se questo tavolo si allargasse e comprendesse tutti quelli che stanno pensando a questo progetto, i risultati sarebbero molto più delle aspettative iniziali. È chiaro che non la penseremo tutti allo stesso modo all’inizio. Si discuterà, ma il fatto stesso che nasca un dialogo, anche acceso, vuol dire animare un percorso, quindi un processo che dovrà avere degli obbiettivi comuni. Avverrebbe la coincidenza tra politica (quella vera) e bene comune.

Genova deve diventare meta dei talenti nel mondo. Per attrarre capitali occorre attrarre innanzitutto i talenti. Lo sanno bene le grandi multinazionali, le quali per assicurarsi i migliori talenti focalizzano la propria offerta non tanto su valori economici di compensi, quanto su questioni legate a qualità della vita, arricchimento personale, senso della comunità, fidelizzazione. Genova non è Disneyland e neanche Dubai. Qui è tutto vero. E ci vogliono duemila anni per farla così.

7 – Quando, come e perché hai deciso che l’Architettura sarebbe stata la tua strada?

Da bambino, quando giocavo con i miei amici, il gioco che ci prendeva meglio era immaginare delle storie, che rappresentavamo improvvisando delle scene con quello che si trovava. Era una forma di creazione di gruppo, con una certa forma olistica collettiva. Il mio sogno era fare il regista, ma allo stesso tempo non riuscivo a sottrarmi all’infinito piacere di costruire qualsiasi cosa. Inoltre mi piaceva disegnare e nella mia famiglia non c’erano architetti, dunque studiare architettura era un modo per trovare la mia strada.

8 – Ad oggi qual è la tua definizione di Architettura?

Come dice Paul Virilio, oggi viviamo in un mondo che è diventato un mondo-città, all’interno del quale circolano informazioni, messaggi, immagini, cose e persone… Ma è anche vero che la città oggi è sempre più una città-mondo, con le proprie differenze etniche, culturali e sociali (smentendo in un certo senso le illusioni del mondo-città). È su questo terreno incerto, sospeso tra città e mondo, che penso all’architettura oggi, intesa come spirito del nostro tempo, come specchio della nostra realtà. Ora, essendo la realtà in continuo mutamento, credo che come architetti siamo chiamati a manifestare questo divenire. Michel Foucault, intervistato da Paul Rabinow, disse che l’architetto crea dei benefici sociali nel momento in cui avviene la coincidenza tra la volontà “liberatrice” da parte dell’architetto e la reale pratica della libertà da parte della gente. Non sono certo che potremo cambiare il mondo, ma possiamo fare qualcosa per migliorarlo.

9 – Quale consiglio vorresti dare ai futuri architetti?

Di fare tutto! Che tu faccia un tavolo o un master plan, lo fai con la stessa attitudine. Fai tutto con la stessa motivazione. Poi è statistico: se le cose le fai bene, ti verranno sempre meglio.

 

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Marco Grattarola AdministratorKeymaster
Si laurea in Scienze dell’Architettura nella Scuola Politecnica di Genova con una tesi sull'”Architettura Attiva”. Consegue due tirocini, in una galleria d’arte ed in uno studio di architettura. Attualmente frequenta il Master al Politecnico di Milano. I suoi interessi spaziano dalla musica al disegno, nei quali si cimenta con curiosità e passione.
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