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Narrazione da tavolino

In tempi ardui come quelli del Covid-19, anche un caffè al bar profuma di riscoperta e libertà. Questa è la storia senza tempo e senza spazio di come ho conosciuto le componenti vitali del mio essere e, senza dover scegliere, della possibilità di identificarmi in questo e quello.

Una persona che tanto stimo, al nostro decimo incontro mi guardò con intimo amore, mentre la piega del suo sorriso soddisfatto mi mise spalle al muro. Fu al tavolino di un bar del centro città quando, durante una discussione, dissi una parola di troppo e lui, prima di me, sembrò avermi capita a fondo.
“Sei aquila e tartaruga, sei lo scheletro e sei la carne. Tu non hai opposti perché sei entrambe le cose”. Poi accavallò le gambe ed inclinò leggermente la testa verso destra, conciliandosi in un tranquillissimo stato di ascolto. Possedeva la più saggia delle arti; sapeva come liberare le fantasie.
Fu subito chiaro e semplicissimo: ero nata in un giorno di primavera sotto il segno dei Gemelli e, in quanto tale, ero dotata di almeno 2 volti, almeno 4 occhi e molteplici punti di vista.
Prima di dimenticarmi del mio stesso stupore paralizzante, mi domandai perché mai non ci avessi pensato prima. Tanto il tempo che avevo passato a chiedermi quale versione di me fossi realmente, che mi ero dimenticata di considerare che avrei potuto esserle tutte quante.

Risuonavano quelle parole come un eco di montagna, che mi parvero annullarsi il tempo e lo spazio. Mi ritrovai a galleggiare in un luogo che riconobbi simile al ventre materno: un mondo primordiale senza forma né colore, dove potermi allontanare dagli sguardi e dai rumori. Sentii vicine le mie origini e le mie originarie appartenenze orientali, fino ad allora troppo spesso ignorate.
Mi ricordai i racconti di nonno Kamal, delle sue mani che danzavano al ritmo di storie dalle buffissime parole, delle quali non mi curavo di capire il significato. Mi ricordai di me, che non ho amato mai sedermi composta troppo a lungo, ammirarlo stupita dal basso del pavimento, e poi imitare le sue danze, in piedi sulla sedia.
Sentii di più; avevo la possibilità di osservarmi in una maniera nuova, non come ero abituata a fare davanti allo specchio, no. Non si trattava dei lineamenti o delle giuste angolazioni del mento, non del vestiario né dell’acconciatura. Ebbi a che fare con le componenti vitali della mia anima, ognuna delle quali, secondo le tradizioni dell’antico Egitto, era identificata da un nome, da un’essenza e da una funzione. Fui Ba, Ka e Akh. Ci fu calore, e in alcun momento fu necessario un gesto o una parola per capire che esistevano tutte in me, allo stesso momento, e con la stessa intensità.

In quanto Ba, fui la mia parte divina, totalmente spirituale, riconducibile alla personalità della mia anima. Fui la mia immagine, la mia reputazione; ciò che gli altri potevano vedere di me. Mi divertì ciò che vidi, e provai un certo piacere. Fui Ka: i miei ricordi ed i sentimenti della vita terrena. Mi sentii in ogni luogo e in ogni tempo, vicina a molte persone, su cime di scogliere e in freschi boschi dei quali rimembrai le sfumature verdi e gli odori. Come la brezza fui movimento, e non ebbi paura della morte, perché vi sentii dentro la vita infinita. Infine, fui Akh e fui cosa di altro mondo. Leggera come un lampo di luce, mi avvicinai al cielo, soprattutto a nord, dove sono le imperiture stelle circumpolari. Mi accorsi di non possedere un corpo: ero eterna energia cosmica. Non avevo pensieri: ero ciò che ero stata.

Conobbi me altre cinque volte, ed ogni volta mi concessi la curiosità di guardarmi dall’alto e dal basso, di girarmi attorno, osservandomi da vicino e con pazienza. Cambiai nome ogni volta: così fui Ab, Hekau, Ren, Sekhu, Sheut. Mi fu così permesso di essere il mio cuore, la mia energia e il mio proprio nome. Scoprii il primo essere la sede di tutte le mie emozioni; non il cervello, non lo stomaco. L’Ab è culla della mia memoria e del mio coraggio, della mia conoscenza e del pensiero. Hekau è la componente magica dell’energia vitale che permette l’esistenza, mentre Ren contiene l’essenza del mio nome, della mia identità tra le persone, ed il mio destino. Curioso sapere che a dargli vita non sia io, ma la mia manifestazione riflessa negli occhi degli altri, in una sorta di legame invisibile dell’individuo con il mondo sociale.
Per ultimi vidi il mio corpo Sekhu camminare appesantito da un groviglio che, con mani salde, si teneva stretto alla gamba ormai debole. Lo vidi trascinarsi appresso la mia ombra Sheut, come un fardello scuro e impalpabile. Ebbi voglia di curarmene, così lo aiutai a liberarsi, e lo invitai a ballare. Fu un valzer silenzioso ma, sin dal primo momento, coordinato e vivace. Quando si unì Sheut, mi accorsi della sua timidezza per via del passo appena accennato e dello sguardo basso, quasi come fosse bloccata dalla paura del giudizio di un pubblico che io non ero in grado di vedere, ma che faceva rumore e le confondeva il ritmo. Ci volle fiducia e un po’ di tempo affinché si dedicasse a me e a Sekhu, ma il nostro ballo non tardò a divenire una danza primordiale libera da paure e desideri, che finì coinvolgendo tutte le mie componenti vitali.

La sensazione di scandalosa tranquillità che provai tra le cure e le attenzioni delle mie essenze, mi riportò alle culle del grembo materno, a quell’immobile dondolio che mi accompagnò fino a quando riaprii gli occhi, quando tornai a guardare, per accorgermi che lui non aveva cambiato posizione, che il suo sguardo persisteva attento, ed il caffè era ancora piacevolmente caldo. Ci osservammo in silenzio mentre, ad uno ad uno, riaffioravano tutt’attorno i rumori ed i colori. Avevo solo vent’anni e la vita distesa di fronte a me. Forse influenzata da quelle nuove conoscenze, la immaginai come donna, nuda in un morbido corpo senza età. E la vidi poi nell’amore dei suoi occhi scuri, in quel viso che non aveva smesso mai di guardarmi, e nelle rughe che vestiva con orgoglio, scavate da lacrime e da sorrisi dei quali non sapevo nulla. E nella semplicità di quel caffè caldo, nel tavolino in legno che ci divideva e nel mio telefono ancora in tasca, ne sentii la forza e la naturalezza. Credo fu allora che decisi di preferire e-e a o-o; che era bello sentirmi parte del mondo, di questo e di quello.

Copertina: Claudia Habib, Duo, Milano, 2021.

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Claudia Habib Author
Nata e cresciuta tra le terrazze della Roma monteverdina ed i vicoli trasteverini, non ha trovato modo di resistere all’interesse per la città e per la vita che la anima. Dopo aver studiato architettura a “La Sapienza” di Roma e al “CEU San Pablo” di Madrid, si trasferisce a Milano per frequentare il Master in Architettura del Costruito-Interni presso il Politecnico di Milano. In lei convivono la curiosità e la determinazione da giovane donna e l’entusiasmo da studentessa che si sta avviando alla carriera professionale. Le piacciono le forme d’arte e, di tutto, i dettagli.
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