Dens(C)ity Trend: intervista a Nest Vandenken

Dens(C)ity Trend: intervista a Nest Vandenken

Spesso e volentieri il panorama artistico e architettonico olandese regala al mondo personalità capaci di prefigurare nuove visioni ed interpretazioni del mondo in cui viviamo. Personaggi in grado di raccontare con occhi nuovi tematiche comuni che, esasperate ed acutizzate, raccontano una storia diversa o più semplicemente generano nuova coscienza. Nell’ultimo secolo e mezzo dalle terre fiamminghe sono emersi Van Gogh, Aldo van Eyck, Theo van Doesburg, Rem Koolhaas ecc… Oggi una nuova personalità si sta affacciando sul panorama internazionale con le sue visioni distopiche di carattere architettonico: Nest Vandenken. Nell’intervista che segue l’artista olandese ci racconta del suo lavoro e del pensiero che si cela dietro ad esso.

1 – Ci racconti di Lei: chi è Lord Nest Vandenken?

Sono architetto, sono nato in Olanda, ma ormai da molti anni vivo e lavoro a Milano. Mi interesso di disegno, a mano libera e non, e di fotografia digitale. Ho studiato in diversi paesi europei e mi interesso sia di architettura che di urbanistica, soprattutto delle trasformazioni delle città e, più in generale, del territorio antropizzato. Alcuni miei disegni sono stati pubblicati su “Architectural Review Folio” e sono stati inseriti da “Divisare” nella collezione “Radical Resistance”. Ho pubblicato un catalogo con i miei lavori e ultimamente le mie ricerche su Roma sono state inserite nel numero 121 della rivista AR Magazine dal titolo “Roma sognata. Gli archivi di architettura dal Nolli alle nuove poetiche radicali”.

2 – Le sue opere ci riportano alla mente un tipo di visualizzazione quasi utopica che è forse possibile rintracciare nei movimenti radicali italiani e inglesi dello scorso secolo. C’è continuità con una ricerca di questo tipo? E come vede Lei il risultato del suo lavoro? Lo considera opera artistica o risultato di una ricerca architettonica?

Non parlerei di utopia quanto di distopia. Il futuro che rappresento vorrei generasse un giusto disagio nell’osservatore. Credo che nei movimenti radicali ci fosse, in un certo qual modo, fiducia nel futuro, nella tecnologia e nel progresso. Credo ci fosse la volontà positiva di proporre un modo di vivere diverso e alternativo allo stato delle cose, anche attraverso alcune soluzioni più che discutibili. Certe immagini possono richiamare alcuni temi “radical”, (dimensioni e collocazioni di certi organismi edilizi) ma quello che vorrei emergesse è la resa totale dell’uomo di fronte ad un presente, prima ancora che ad un futuro, denso di ineluttabili ed evidenti fallimenti sociali, ambientali ed economici. E’ più una presa di posizione politica che una ricerca architettonica.

Spesso gli organismi architettonici che disegno sono corpi indefiniti sostenuti da un esoscheletro a griglia più o meno regolare. Il corpo indefinito è un “contenitore di umani”; l’esoscheletro una struttura statica che sorregge, anche simbolicamente, qualcosa che rinchiude e limita. Ma più di ogni altra cosa mi interessa la collocazione spaziale di questi manufatti. Non è una ricerca architettonica quanto un lavoro sul paradosso della loro collocazione, con una discreta dose di ironia senza la quale non riesco a stare.

In “Density|Insanity” disegno panorami urbani nei quali l’irrefrenabile “forza costruttrice” dell’uomo non trova pausa. Pensiamo alla Venezia di queste settimane, soffocata dall’acqua alta. Di fronte a Venezia è stato costruito uno degli impianti petrolchimici più grandi d’Italia. Io ho solo collocato un Hotel ed un piccolo centro commerciale sulla Punta della Dogana. Ma ho anche costruito tre torri in piazza del Campo a Siena, edifici residenziali sui resti della sfortunata Costa Concordia, una sede di banca sopra Westminster, un edificio sopra il Ponte Vecchio di Firenze, un ponte abitato sullo stretto di Messina, grattacieli in piazza Duomo a Milano e in piazza San Pietro a Roma, Slum sul Tower Bridge a Londra e sul Brooklyn Bridge a New York e complessi residenziali nei posti più apparentemente irreali quali piattaforme petrolifere, deserti, banchisa polare e iceberg, hangar e relitti militari, navi e montagne. Ho proposto di vivere a Fukushima e a Černobyl. A Černobyl, dopo la serie Netflix, la gente ci va a fare le vacanze. La realtà va oltre la più catastrofica delle rappresentazioni.

Nel manifesto di “Density|Insanity” mi chiedo se esista un limite alla densificazione e alla costruzione in luoghi impossibili, sotto punti di vista diversi: clima, fragilità morfologica, irraggiungibilità fisica, simbolismo per il potere religioso e finanziario. E questo limite sinceramente non lo vedo. In “7Billion City | Masterplan” ho tentato di inserire elementi naturali quale terra e mare per immaginare l’aspetto della città diffusa che tenta di accogliere, con grande disagio, oltre 7 miliardi di persone in un futuro ormai prossimo. Credo che il mare avrà un ruolo fondamentale in tutto questo. Non so se positivo o negativo.

3 – Sul suo sito troviamo tre serie che racchiudono i suoi lavori: Untitled Landscapes, 7Billion City | Masterplan e Density | Insanity. Tra una serie e l’altra troviamo un deciso cambio di scala e un diverso metodo di rappresentazione. Come si sono sviluppate queste trasformazioni?

Il focus in tutte le mie ricerche è la città con le sue trasformazioni. Alle diverse scale, dalla serie di edifici alla macro-struttura e alla città diffusa senza limiti. Quello che cambia è la tecnica di rappresentazione che naturalmente influisce sul tema trattato. Mi interessa il disegno a mano libera, quello digitale e la fotografia. Credo che debbano coesistere ed anzi trovare l’uno un coefficiente moltiplicativo nell’altro. Mi piace sperimentare in maniera piuttosto libera ed empirica. I disegni a mano, per esempio, sono molto istintivi e veloci, senza ripensamenti. Con il fotomontaggio digitale, invece, ho la possibilità di aumentare dettagli e verosimiglianza. Credo non ci siano regole ma solo ingredienti da miscelare per creare combinazioni. La contaminazione e le tecniche ibride sono quelle che maggiormente mi affascinano e penso possano regalare i risultati più inaspettati ed interessanti. Sono certo di avere ancora molto da imparare.

4 – Con Density | Insanity, Lei affronta una tematica che negli ultimi anni è sempre più tangibile e sotto gli occhi di tutti. Come vede oggi il fenomeno della sovrappopolazione in alcune zone del pianeta e le soluzioni architettoniche che vengono adottate?

Questo in effetti è il vero problema. Il pianeta è al collasso. Le sue risorse sono consumate e non rigenerate. In Cina ci sono 100 città con più di 1 milione di abitanti. Non sappiamo dove siano e come si chiamino. E si continua a costruire semplicemente per mantenere a regime il motore della macchina economica che non si può spegnere pena il collasso di tutto il sistema. Molte di queste città sono disabitate, città fantasma, tutte uguali. E la stessa cosa sta succedendo in Africa. E poi pensiamo poi alla città spontanea, alle Slum diffuse in tutto il mondo. In Asia e nell’Africa circa il 25% della popolazione vive in baraccopoli. Ci sono insediamenti spontanei dove vivono anche più di 1 milione di persone tutte insieme in condizioni di assoluta indigenza senza la possibilità di accedere ai servizi minimi come l’acqua corrente. Su queste basi è impossibile immaginare soluzioni diverse dallo “stoccaggio” di grandi “quantità” di persone in agglomerati più o meno pianificati.

Dall’altra parte, la città occidentale garantisce standard insostenibili per il resto del pianeta ma vive di trasformazioni speculative per mano dei grandi capitali, attraverso puntuali politiche di gentrification e di sottrazione di spazi sociali a favore della privatizzazione di aree e servizi. Tendenze espulsive si registrano in tutte le città occidentali e fenomeni in grande crescita sul modello “Airbnb” non fanno che accelerare questo processo di marginalizzazione di ampie parti di società. La maggior parte della proprietà immobiliare della city di Londra è in mano a società di capitali con sede legale(?) in paradisi fiscali in giro per il mondo. La più famosa area trasformata negli ultimi anni nel cuore di Milano è di proprietà del fondo sovrano del Qatar. La situazione è in totale disequilibrio e la prospettiva non può essere se non quella di un iperbolico distacco tra due realtà con conseguenze drammatiche in termini di aumento di povertà anche nella parte del mondo apparentemente più ricca.

Se volessimo guardare i numeri occorrerebbe pensare prima di ogni altra cosa ad una risposta abitativa proprio a queste masse di persone alle quali è impedito l’accesso agli standard minimi di una residenza. Ma sarebbe solo ipocrisia. Il sistema ha le sue priorità irrinunciabili e le sue regole inderogabili da centinaia di anni. Si può incidere poco, e spesso si interviene solo con iniziative volte ad ottenere gratuita visibilità. Ma in tutto questo c’è da chiedersi quale sia il ruolo dell’architetto e quali siano le sue responsabilità. Ci sarebbe da farsi un bell’esame di coscienza.

5 – Le sue ultime opere trattano in maniera radicale proposte architettoniche ad alta densificazione. Partendo da questo presupposto vorremmo chiederle come si immagina la Città del futuro?

Città del futuro. Ma esiste una città del presente? Mi ricollego a quando detto prima: attualmente esistono modelli molto diversi di città. La città occidentale così come la viviamo oggi resiste, a fatica, proprio perché contemporaneamente milioni di persone sono rinchiusi in Slum e la sostengono con manodopera a basso costo. È da sempre il disequilibrio a generare opportunità. E se non esiste un modello unico di città nel presente, credo non potrà esistere un solo modello di città nel futuro. La città occidentale ha problemi di consumo eccessivo di suolo, inquinamento, difficoltà negli spostamenti di beni e persone, riutilizzo di aree dismesse, contrazione del numero di abitanti reali ed aumento del numero di fruitori di servizi anche abitativi. Il trend del momento dice che occorre occuparsi di inquinamento perché rende bene anche in termini di visibilità mediatica e consenso politico.

Se apro la finestra, vedo Milano. Nel futuro avrà ancora più automobili perché l’auto, in una larga fetta della popolazione, è considerata uno status symbol e le politiche puntano ancora ad incentivare la vendita di questo bene. A ben vedere l’unica automobile a non inquinare è quella che non si compra e a poco servono politiche di controllo della circolazione che non fanno altro che spostare il problema. Nel breve, Milano avrà certo una nuova linea della metropolitana ma anche una immensa colata di cemento per le Olimpiadi Invernali del 2026 e per la trasformazione degli ex scali ferroviari. Avremo forse più edifici con un po’ di alberi appesi ai balconi se saranno ancora di moda e se proseguirà il trend del greenwashing. Ma non sarà molto diversa dunque.

Le cose cambiano se si cambia la mentalità e personalmente vedo pochi segnali in merito. Ampliando lo sguardo, vedo persone concentrate solo sui propri obiettivi ed interessi immediati, perlopiù guidate da leader a dir poco miopi. Anche la Smart City è un prodotto che si vende molto bene sul mercato e, oggi, in molti ci stanno facendo soldi lasciando credere che sarà tutto più facile, più intuitivo, meno costoso, più pulito, più leggero, più elettrico. Senza costi aggiuntivi per la società. Dalle città nel deserto progettate dagli architetti occidentali per soddisfare la smania “green” degli emiri del petrolio, alle “città foresta” della Cina per vestire di sostenibilità sociale ed ambientale un regime totalitario sotto il quale non sono garantite le regole minime ad un lavoratore. Pare un’occasione da non perdere, soprattutto perché gli architetti continuano ad aprire studi in Cina. Addirittura, c’è chi gioca con l’idea di progettare edifici su Marte in attesa che si trovi un modo per arrivarci e per portarci il mobilio. Tutto mentre Venezia affoga, i viadotti crollano, i rifiuti ci sommergono e milioni di persone sono disposte ad attraversare il Mediterraneo a costo di morire per lasciarsi alle spalle le drammatiche condizioni di vita dei propri paesi di origine, là dove ci sono proprio quegli Slum che, anche loro, saranno la città del futuro, sempre più grandi, incontrollate, isolate e povere.

Vedo persone concentrate a disegnare la città del futuro mentre quella del presente ci sta cadendo addosso. Ma la disegnano troppo lontano, nel tempo e nello spazio. Chi non sa pianificare il domani, pianifica per i prossimi 50 anni. La città del futuro sarà ancora un luogo di frizione e conflitto sociale, come è sempre stato. Anche se ad accenderci la luce in salotto sarà Alexa.

6 – A cosa sta lavorando oggi?

Al testo della vostra intervista.

7 – Quale consiglio vorrebbe dare ai futuri architetti?

Di non bloccarsi mai di fronte ad un foglio bianco. Di non smettere mai di disegnare a mano e di dimenticarsi un po’ del computer. Di crearsi, giorno dopo giorno, uno stile grafico personale e riconoscibile, attraverso il quale veicolare i concetti che si ritengono tanto importanti da essere trasmessi con la propria architettura. Di trovarsi un mentore che abbia la passione di trasmettere conoscenza. Di ascoltare solo buona musica e di prepararsi a tirare un po’ la cinghia.

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Duccio Prassoli Administrator
Laureato al Dipartimento di Architettura di Genova, oggi sta portando avanti la Laurea Magistrale al Politecnico di Milano. Si interessa dell’Architettura del XX secolo e dell’influenza che questa sta avendo sulla società ed il pensiero architettonico contemporaneo.
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