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Universo estetico: saper accogliere le identità. Dialogo con Leone Spita

“Buongiorno professore,
spero che questa mail possa trovarla bene e, allo stesso modo, i suoi cari.
Sono Claudia Habib, sua ex studentessa del laboratorio di progettazione, e laureanda con tesi a Tokyo. […] Sarebbe per me un onore e un’esperienza di molta soddisfazione poterla intervistare per questo numero. Nello specifico, per rispondere al tema dell’identità, ho pensato a lei per i suoi studi e la sua ricerca nel campo dell’identità dell’alloggio, per far sì che risponda e accompagni le necessità e le comodità di chi, vivendolo, gli dà vita. Ho pensato alla serie di lezioni che ci fece durante il laboratorio, e alle richieste del programma funzionale del progetto del corso: “Uno degli obiettivi della ricerca è quello di ripensare criteri e schemi tipologici per la residenza, che tengano conto di nuove esigenze abitative. Andare oltre gli schemi di rigide invarianti formali e operare una ridefinizione dell’alloggio tradizionale che consenta di sperimentare tipi residenziali aperti a nuove utenze: nuove forme di famiglia e nuove forme relazionali.”

C.H. Per la rivista Abitare la Terra cura la rubrica “wabi-sabi“, un’attività di ricerca per un nuovo paradigma volto a ridimensionare i bisogni e l’idea di comfort contemporanei. Parliamo di wabi-sabi, dal giapponese “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta”, riferendoci quindi a un concetto puro di una sensibilità rustica che possa dare attenzione alle piccole cose, e possa valorizzare quelle che sono le predisposizioni dell’uomo nei confronti della natura, e viceversa. Come è evoluto il suo approccio a questo paradigma, che prima di essere compositivo e artistico, è soprattutto filosofico ed etico?

Universo estetico - Coexistence

Claudia Habib, Coexistence #1, Tokyo, 2019.

L.S. Le due pagine della mia rubrica “wabi-sabi” vengono pubblicate dal 2005 nella rivista di architettura Abitare la Terra, fondata e diretta da Paolo Portoghesi, nella quale scrivo in qualità di redattore dall’anno della sua nascita (2001). Ho proposto questa rubrica in una rivista che come sottotitolo recita “Per una architettura della responsabilità” per dar spazio a quella regione della realtà, meno definita ma più ricca e calda, che sfugge ad un approccio dualistico e che chiamo: spazio intermedio. Wabi-sabi è un termine in lingua giapponese (in realtà è l’unione di due nomi) che rimanda a un universo estetico verso il quale sono sempre stato attratto. Wabi-sabi è la bellezza delle cose imperfette, temporanee, incompiute, umili, modeste e insolite. È profondo, multiforme e sfuggente. Le prime fonti di ispirazione dei principi metafisici, spirituali ed etici del wabi-sabi sono la semplicità, la naturalezza e l’accettazione della realtà, così come si presenta, tipiche del taoismo e del buddhismo zen. Wabi-sabi è uno stile di vita capace di restituire all’arte del vivere, saggezza ed equilibrio. È uno di quei termini che è difficile spiegare, perché contiene al suo interno la forza della contraddizione. Gli stessi giapponesi ne parlano raramente, dichiarano di capire le sensazioni del wabi-sabi ma di trovare difficoltà a spiegarlo con chiarezza. Questo perché la maggior parte dei giapponesi non ha mai appreso il concetto del wabi-sabi in termini intellettuali, dal momento che non esistono libri o maestri da cui impararlo. Potremmo provare a sintetizzarlo, grossolanamente, come l’opposto del liscio, lucido e preciso, termini proposti dal Modernismo. Viceversa, wabi-sabi accetta l’imprevisto, l’irregolarità, le superfici naturali, imperfette e rugose, evocando nell’assenza di sospensione dall’astrazione, la possibilità di perdersi nell’imprecisione che caratterizza e fonda il nostro vivere e il nostro sentire. Si sente in maniera irregolare, in maniera convulsa, sgangherata, gioiosa, felice, triste. Sulla base di queste considerazioni, inserisco nella rubrica “wabi-sabi” le esperienze che trovo o che i lettori mi segnalano legate non solo all’architettura ma anche all’arte, al teatro, all’arredamento, alla moda e al cinema. Come sai per me l’immagine in movimento rappresenta una fonte d’ispirazione e d’espressione, essendomi occupato sin da studente di montaggio e regia di video d’architettura presso il CDCC (Centro di Documentazione Cinetica della Città) di Sapienza.

Universo estetico - Coexistence

Claudia Habib, Coexistence #2, Tokyo, 2019.

C.H. La società contemporanea sta affrontando una rapida trasformazione che spesso la spinge a battersi per la normalizzazione di realtà che appaiono ancora come marginali o ostiche. A cosa può essere utile quindi il wabi-sabi nella cultura occidentale?

L.S. Mi piacerebbe spendere qualche parola sull’uso di alcuni termini, per riflettere su ciò che intendiamo dire quando parliamo, ad esempio, di Occidente e di Oriente. A me piace riferirmi piuttosto agli Occidenti e agli Orienti. Mi aiuta a non perdere di vista la molteplicità delle realtà di questi termini che descrivono aree geografiche e culturali poco inclini all’uniformità. Esiste un Oriente della Cina, dell’India o del Giappone; così come esiste un Occidente italiano, spagnolo e nordeuropeo… ognuno degno della propria tradizione e cultura. I motivi e lo stato d’animo che mi hanno accompagnato nei numerosi viaggi in Giappone sono stati quelli dell’uscita fuori da sé, dell’avventura alla scoperta del diverso e del nuovo. Ma il viaggio come mezzo, facile, per la conoscenza di cose ‘altre’ da quelle di sempre, rischia talvolta di scivolare in quel mito della rivoluzione permanente che fatalmente diventa fuga. Allora, diventa importante il ritorno. Il viaggio, più difficile, di chi dopo essersi allontanato dai propri sistemi di riferimento ed essersi confrontato con il mondo più vasto, ritorna. E senza fughe, né abiure sceglie di riunirsi ai propri valori originari per aggiornarli, integrarli, arricchirli: se è il caso, anche per modificarli. Ma non per rinnegarli. Al contrario prendendoli in qualità di controparte dialettica dei valori nuovi: per cercare di porli in una reciproca necessità fondata proprio sulla contrapposizione delle loro diverse identità.
Il viaggio ha, dunque, un’andata e un ritorno. Se del viaggio verso gli Orienti e verso la cultura wabi-sabi poniamo attenzione al ritorno, troviamo spazio per la contaminazione. E l’imperfezione può avere diritto di cittadinanza nella nostra attività progettuale.
Anche nell’organizzazione dello spazio domestico, possiamo introdurre qualche cosa che deve essere completato dall’abitante, conferire importanza al tema della libertà, più che della flessibilità – termine che quasi mi fa paura- tanto quanto l’espressione “spazio polifunzionale”. Che cosa è, cosa si intende? Sarebbe meglio pensare a spazi per funzioni aperte.
Ripercorrendo, adesso con te, i temi trattati nella rubrica “wabi-sabi“, mi tona alla mente un film-documentario di cui ho scritto dopo averlo visto alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia: Below sea level, con la regia di Gianfranco Rosi.
Laddove l’architettura si è da tempo posta il problema dell’esistenza emarginata nelle periferie, poco ha affrontato il trauma dello spaesamento di individui anarchici che, spinti dalla loro condizione interiore, diventano protagonisti di una scommessa progettuale che tenta di riordinare la loro vita e le loro povere cose: senza acqua, né luce, né governo, né leggi, i protagonisti di questa storia-vera colonizzano un’area desertica depressa che ospita solo detriti e torride temperature a 40 m sotto il livello del mare, da qui il titolo. Scelgono di allontanarsi dal mondo ma non lo rinnegano – e mentre ridefiniscono il concetto di casa – leggono, conversano, cucinano, amano, compongono canzoni, coltivano passioni e il sogno di tornare a essere visibili.

Universo estetico - Handly food

Claudia Habib, Handly food, Tokyo, 2019.

Questa comunità vive senza documenti in una condizione di irregolarità, incertezza, che sprigiona una poesia straordinaria. Considerati detriti della società, i protagonisti si immergono nei detriti fisici e mentali del luogo: paesaggio, oggetti e persone sfumano in un continuum che sembra svelare quell’arte di ”Abitare la Terra” che dà all’uomo la capacità di sopravvivere a sé stesso. L’ipertrofia dello spazio è compressa e annullata in funzione dei sopravvissuti di quella parentesi desertica: un paesaggio apocalittico. Ma anche la loro casa!
Anni più tardi, sono tornato a parlare di cinema nella rubrica “wabi-sabi“, per raccontare, a una scala domestica, l’acclamato film Parasite di Bong Joon-ho, che mostra la condizione di vita di due famiglie nella capitale sudcoreana e ha sorprendentemente aperto la strada a una piccola riforma abitativa nel Paese. Parasite è un racconto crudo, con accenti ironici e grotteschi, della lotta di classe che vede coinvolte una ricca famiglia borghese – proprietaria di una casa che parla il linguaggio minimalista attraverso grandi vetrate e liberi piani orizzontali – e una povera famiglia – abitante di un claustrofobico seminterrato che una pioggia torrenziale allagherà -. Quest’ultima escogita un piano per lavorare alle dipendenze della prima e vivere così in spazi a loro mai concessi. Il film ha il merito di togliere il velo sulla condizione degli slum presenti nel grande agglomerato urbano costituitosi intorno alla capitale Seul e ha spinto il governo a proporre un progetto per aiutare coloro che vivono in seminterrati simili a quelli documentati dal regista.
Il lungometraggio lascia lo spettatore con una domanda che è stato anche il tema scelto per la 17. Biennale di Venezia: How Will We Live Together?, quanto mai attuale in risposta alla pandemia Covid. In altre parole, le società contemporanee hanno un piano per gestire ciò che succede al loro interno? Sarò sincero; la risposta non la conosco. Ma potrebbe celarsi, forse, nell’esortazione di non superare il limite.

Universo estetico - Handly life

Claudia Habib, Handly life, Tokyo, 2019.

C.H. Trovo interessante che sia stato citato questo titolo e questo argomento, in quanto è stato il tema che ha dato poi il titolo anche allo scorso numero di Agorà

L.S. E che risposta ha dato la rivista? Ne ha data una soddisfacente o ha lasciato delle questioni aperte?

C.H. Direi la seconda. Ha sollecitato delle questioni e diversi punti di vista, interpellando autori ed invitati, ognuno dei quali ha cercato di rispondere, finendo inevitabilmente per aprire altre domande. È ancora tutto in corso, per cui ci si può immaginare o sperare qualcosa, però poi come andrà effettivamente lo scopriremo solo vivendo. Trovo anche interessante che abbiamo parlato di vita relazionata all’abitazione ed al suo contesto sociale. Di come l’insieme di piccoli nuclei possa poi coinvolgere un ambito sociale più vasto, per cui delle realtà e delle comunità riescono a mobilitare il governo mettendo in gioco dei progetti per risolvere delle questioni sociali. A questo punto vorrei chiederle qual è la sua opinione sull’abitazione nel suo interno. Parliamo quindi di adattabilità della residenza contemporanea in base allo stile di vita di chi lo abita, con occhio di riguardo all’appartenenza alla propria epoca e cultura, riflettendo sulla mixitè di residenti e nuove necessità, e nuove manifestazioni di nuclei familiari che ovviamente hanno necessità di vita differenti, che si manifestano nella quotidianità del loro vivere. (“Uno degli obiettivi della ricerca è quello di ripensare criteri e schemi tipologici per la residenza, che tengano conto di nuove esigenze abitative. Andare oltre gli schemi di rigide invarianti formali e operare una ridefinizione dell’alloggio tradizionale che consenta di sperimentare tipi residenziali aperti a nuove utenze: nuove forme di famiglia e nuove forme relazionali”. Programma funzionale del Laboratorio di Progettazione Architettonica II) In che modo si manifestano le diverse accezioni di famiglia nel modo di vivere l’ambiente domestico?

Universo estetico - Casa A10

SHIRO, Casa A10, Roma, 2018.

L.S. Mi è capitato di affrontare il tema con Paolo Portoghesi, in una lunga conversazione protrattasi per circa 12 anni, che continua ancora oggi anche se il dialogo è stato pubblicato nel 2017 per Edizioni Medusa. Le nostre differenze, senz’altro di carattere culturale e anagrafico, hanno provocato il desiderio di riflettere sui temi più disparati e anche sulla condizione dello spazio domestico, sull’organizzazione e la distribuzione interna della residenza che è rimasta sostanzialmente inalterata dagli anni ‘60 a oggi. Se pensiamo agli elementi che hanno rappresentato la modernità dell’alloggio, e il modo moderno di viverlo, possiamo considerare: la cucina in nicchia, il soggiorno passante e poco altro. In realtà quello che veramente manca, e cerco di inserirlo sempre come tema di riflessione per i miei studenti del Laboratorio, è la seguente considerazione: come possiamo vivere i nostri spazi nella contemporaneità? Tu citavi la mixitè, termine preso in prestito dalla disciplina dell’urbanistica, ma bisogna capire cosa significhi vivere insieme con realtà così diverse. Dobbiamo pensare che in fin dei conti ciò che manca negli interni che abitiamo, non è tanto la risposta ai desideri, quanto la nostra capacità, come progettisti, di influenzarli. E come possiamo influenzare i desideri e i bisogni della vita, distaccandoci dalle necessità o dai pervasivi suggerimenti del mercato?
Vivere in maniera moderna per molti significa essere circondati da oggetti moderni. È tutt’altra cosa invece! In questo modo noi architetti siamo chiamati a svolgere la funzione di tecnici che compongono nell’ambiente una collezione di oggetti scelti dai propri clienti, senza poter incidere davvero sulla qualità dello spazio che essi hanno scelto, e immaginare per loro una vita all’interno di quello spazio. C’è stata una grande innovazione negli arredi e un miglioramento funzionale degli oggetti: divani che si muovono, di shape memory e tanti altri complementi in cui si esprime la contemporaneità, ma poi alla fine la stanza rimane sempre la stanza.
A me piace parlare, invece di ambiti e di anse funzionali. Partiamo dall’etimologia del termine “ambito”, che viene da ambitus, cioè andare attorno come in un giro: si individua uno spazio, circolare o no, compreso entro dati limiti, all’interno del quale ci si muove e si compiono determinate funzioni. Nella musica, l’ambito è la distanza che esiste tra il suono più grave e quello più acuto di una melodia, e anche l’estensione delle varie voci e dei vari strumenti. Pensa quanto possa essere utile una tale considerazione nel progetto! Ecco perché non possiamo e non dobbiamo accontentarci di progettare una stanza dietro l’altra. Ecco perché per me è importante parlare di ansa funzionale o di ambito. Questi termini conferiscono un’idea di adattabilità che è necessaria per interpretare i bisogni, che possono cambiare nel tempo. Io comunque parlo di adattabilità, non di flessibilità.

Universo estetico - Casa A10

SHIRO, Casa A10, Roma, 2018.

C.H. Trovo che sia interessate pensare che nel discorso musicale, all’interno di una composizione, ogni nota è legata con l’altra e ad essa è relazionata per manifestare l’insieme della composizione musicale. Si parla di ampiezza. Ciò potrebbe riflettere la molteplicità delle funzioni e delle azioni che poi andrebbero svolte all’interno di ogni ambiente. Azioni che poi compongono la vita domestica, quindi, la sinfonia. Devono essere variate, ma connesse.

L.S. Sì sono d’accordo, e parlando di anse funzionali e di ambiti, emerge anche un altro tema di cui forse poco si parla: vale a dire, di come si progettano gli ambienti – che sono spesso privi di una caratterizzazione – e invece di stimolare la capacità creativa di chi si arreda la casa finiscono per mortificarla. Ciò che è importante è la possibilità di lasciare un quadro con scenari aperti che possano essere completati dall’abitante. Poi è chiaro che la casa ha comunque tanti problemi da risolvere: l’odore della cucina, qualcosa che nasconda qual cos’altro … ma alla fine, bisogna cercare la vitalità! È per questo che con SHIRO (Studio House Interiors Rome) lo studio di progettazione che ho fondato con Marco Sorrentino, cerchiamo anche in spazi molto piccoli di realizzare ciò che definisco la “circolarità”, cioè la possibilità che una stanza possa avere un’entrata e un’uscita non coincidenti.
Il problema è che lo spazio è bloccato. Allora noi dobbiamo fare in modo di trovare una metodologia che riesca a far sì che tale spazio possa essere ridiviso, riformulato, riprogettato. Dobbiamo anche considerare che la casa, in questo momento soprattutto, ha bisogno di ampliarsi. Perché alcune attività che eravamo abituati a svolgere al di fuori della casa, adesso si sono trasferite al suo interno, e insieme ad altre persone. Questo fa della casa uno spazio che sembra chiedere continuamente più spazio. Quello che bisognerebbe progettare sono le condizioni affinché l’abitazione possa crescere in base a esigenze reali, non fare la casa del futuro.

Universo estetico - Casa A11

SHIRO, Casa A11, Roma, 2018.

C.H. È una concezione che allude a spazi autodefiniti in base alla propria funzione, non da una logica di confine o delimitazione. Da dove deriva questo spunto? Qual è quindi, se c’è, la differenza tra “ansa funzionale” e “ambito”?

L.S. Possiamo considerare l’ansa funzionale come qualcosa che si riferisce alla continuità dell’ambiente domestico. Se dovessi chiarire tale concetto con un progetto, citerei la Farnsworth House di Mies van der Rohe, dove elementi fissi introducono, circoscrivono e definiscono alcune funzioni, senza stabilirle come un obbligo.
Nel tentativo di poterle esplicitare, mi ritrovo spesso a ragionare sul Raumplan di Adolf Loos, e sulla sua descrizione dei principi costruttivi basati sull’incastro dei volumi ad altezze e piani differenti. Penso, inoltre, all’elemento giapponese chiamato noren; una sorta di tenda di diverse misure e altezze, che separa idealmente uno spazio da un altro, indicando la necessità di due azioni differenti, pur non delimitando lo spazio. Non vedo comunque una grande differenza tra “ambito” e “anse funzionali”; penso che potrebbero essere alternative.

Universo estetico - Casa A11

SHIRO, Casa A11, Roma, 2018.

C.H. Il termine mi stimola la fantasia, portandomi inevitabilmente al collegamento con il percorso del fiume, ossia il punto in cui il fiume intraprende una piega, rallenta per cambiare direzione, pur senza interrompere il flusso. Determina una trasformazione, anche non avendo un’interruzione netta. Un rallentamento quindi.

L.S. È interessante questo riferimento allo scorrere del fiume, pensarlo applicato all’ambito, inteso come spazio compreso entro alcuni limiti. L’ansa potrebbe rappresentare un limite per il rallentamento del flusso, ma senza interruzione. Mi interessa ragionare di questi termini perché sono portatori di un’idea di libertà, di assenza di limiti o bordi. Come se nell’ambito soffi la vita, quando invece in una stanza la vita viene spesso bloccata. Motivo per cui, come progettista, mi piace pensare che le porte rimangano aperte, e che l’aria entri. L’aria e gli odori dei diversi ambienti.

C.H. Avendo identificato quali sono più o meno le esigenze, quali potrebbero essere alcuni elementi sui quali si potrebbe far leva per soddisfarle?

L.S. Sicuramente la conoscenza. L’ascolto di ciò di cui abbiamo bisogno, l’ascolto delle persone, l’ascolto delle esigenze. L’ascolto dei luoghi. Ma come architetti abbiamo anche la necessità di riferirci a regole chiare, nel senso di programmi chiari. Siamo chiamati a intervenire per dar forma alle attese, ai desideri e ai bisogni delle persone, ma raramente riusciamo ad arrivare prima che le decisioni politiche, economiche e programmatiche siano state prese da qualcun altro. Gli architetti purtroppo non hanno mai avuto una rappresentanza politica.
Cosa può servire quindi? Educare gli studenti a questi temi è fondamentale. Parlare con gli studenti, fargli fare un bagno di realismo e, ripeto, insegnare loro l’ascolto verso le esigenze e i bisogni. E una coscienza critica degli interessi della nostra categoria. Bisogna saper leggere le cose, saperle sentire. Ed è necessario che uno studente di architettura venga messo di fronte a questi problemi, che impari a relazionarsi con i problemi reali, a distaccarsi quindi dalla smania del creare. “Creare” è infatti un termine sul quale spendo sempre due parole per cercare di attenuare l’ansia della creazione da parte dello studente, per alzare, invece, quella dell’ascolto e del mettersi in mezzo ai problemi. Bisogna scendere per la strada, impegnarsi nella lotta, mischiarsi con i problemi per capirli e risolverli. Un altro termine che mi piace molto è contaminazione, che fa parte dell’incontro, della conoscenza e della vitalità.

C.H. Io sorrido perché riflettevo su questo tema giusto qualche giorno fa, rileggendo un estratto de “Il gioco dell’architettura. Dialogo con Paolo Portoghesi” che l’ha vista attore in questa tanto lunga quanto intensa serie di scambi. Recita: “la scuola dovrebbe attenuare questa ansietà e spostare l’attenzione verso temi che cercano una nuova relazione tra uomo e natura, nel tentativo di incorporare nel progetto i grandi problemi della sopravvivenza. Limitare le ambizioni, dunque, e sostituire la parola creare con: trasformare, modificare, manutenere, avere cura”.

L.S. Avere cura, sì.

Universo estetico - Shiro

Shiro (Studio House Interiors Rome), Website, www.shiroarchitetti.com

Copertina: Ritratto Leone Spita, per gentile concessione di Leone Spita.

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Claudia Habib Author
Nata e cresciuta tra le terrazze della Roma monteverdina ed i vicoli trasteverini, non ha trovato modo di resistere all’interesse per la città e per la vita che la anima. Dopo aver studiato architettura a “La Sapienza” di Roma e al “CEU San Pablo” di Madrid, si trasferisce a Milano per frequentare il Master in Architettura del Costruito-Interni presso il Politecnico di Milano. In lei convivono la curiosità e la determinazione da giovane donna e l’entusiasmo da studentessa che si sta avviando alla carriera professionale. Le piacciono le forme d’arte e, di tutto, i dettagli.
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