Architettura Fuori Tempo

Architettura Fuori Tempo

STILE

<< Particolare modo dell’espressione letteraria, in quanto siano riconoscibili in essa aspetti costanti (nella maniera di porsi nei confronti della materia trattata, di esprimere il pensiero, nelle scelte lessicali, grammaticali e sintattiche, nell’articolazione del periodo, ecc.), caratteristici di un’epoca, di una tradizione, di un genere letterario, di un singolo autore […] >>

<< Per estens., nelle arti figurative (con uso che risale al sec. 19°), l’insieme dei caratteri di un artista o di una scuola (in sostituzione di maniera, in uso dal sec. 16°, e gusto, in uso dal sec. 18°) […] >>

Utilizzando questa frase come definizione di stile, come poi altre ma credo il succo rimanga lo stesso, è facile iniziare a pensare che il nostro tempo abbia un problema di stile.  Ma da cosa deriva questa assenza? Non siamo più in grado di farci carico delle problematiche sociali del nostro tempo e cercare di porvi rimedio? O il denaro e gli interessi privati sono diventati più forti di qualsivoglia linea teorica da portare avanti?

Se pensiamo all’Architettura contemporanea, a quella degli ultimi vent’anni intendo, è facile notare una notevole sconnessione tra le opere e l’ambiente in cui sono inserite. Il mondo delle costruzioni negli ultimi anni ci ha regalato enormi impianti spettacolari, che hanno rivoluzionato il nostro di pensare e fare architettura, e scatole anonime di acciaio e vetro che sono più dei meri contenitori di attività che altro. Ma è inutile dilungarsi troppo sulla descrizione di una situazione che conosciamo tutti molto ben, addetti ai lavori e non.

Siamo nel periodo più florido e prolifico della storia dell’architettura, in un periodo che dovrebbe essere esaltante per chi ha voglia di sperimentare e portare al limite qualsiasi fronte della nostra materia. Non tutto ma tanto funziona adesso. Abbiamo edifici più sicuri, più efficienti, più sostenibili, processi di costruzione che guardano verso la sicurezza del lavoratore e non più solamente verso la sola realizzazione dell’opera, ecc; il tutto inimmaginabile già solo trent’anni fa.

Eppure tutto questo non ci impressiona più, ne siamo anzi quasi annoiati, a tratti impauriti, spesso contrariati, di fronte all’assenza di un filo conduttore unico che ci conduca unitariamente nella stessa direzione. Abbiamo ottenuto un’Architettura globalizzata, e questo spaventa. Ma adesso che riusciamo a costruire edifici più alti delle montagne e che abbiamo declassato il sistema trilitico a conoscenza storico-artistica , facendogli perdere il titolo di sistema costruttivo fondamentale, rinneghiamo i risultati ottenuti e iniziamo a sentirci spaesati ed inghiottiti da un’evoluzione tecnologica e da una libertà espressiva spropositata.

Come troppo spesso accade quando si è insoddisfatti dal presente, ci rivolgiamo verso un passato, in grado di accorrere in nostro soccorso per indicarci la strada da intraprendere. Affermare che il presente sia privo di qual si voglia positività e che bisogni guardare altrove per trovare qualcosa cui valga la pena seguire, ammirare o vivere, credo sia alquanto riduttivo e controproducente nel momento in cui si cerca una soluzione al problema.

Il nostro tempo è profondamente diverso dalle epoche precedenti. Ha ritmi e regole differenti. É cosmopolita e globalizzato. É estremamente accessibile e, di conseguenza, più vario nel suo essere. Purtroppo dobbiamo ammetterlo: l’ultima rivoluzione tecnologica ha cambiato così profondamente le regole della nostra società che non si può parlare solamente di un problema isolato all’ambito architettonico. Quello che abbiamo oggi non è una crisi circoscritta ma qualcosa di molto più grande. Ha cambiato tanto, in poco tempo, e dobbiamo ancora riprenderci dal colpo.

L’aspetto più coinvolto, dalla sopracitata rivoluzione, è il tempo. Anche se le innovazioni tecnologiche hanno abbondantemente agevolato i tempi necessari all’ideazione e alla realizzazione del progetto questo fatto non può essere paragonato alla velocità con cui cambia la nostra società. Se poi il problema dell’assenza di uno stile è una questione che effettivamente tocca più ambiti potremmo concludere che si tratti di una questione che sta a monte del solo problema d’appartenenza stilistica. É sicuramente qualcosa che ci coinvolge tutti e potrebbe essere una questione a carattere sociale più di quanto pensiamo.

Quello che intendo dire è che forse prima di occuparci prettamente della questione dello stile dovremmo preoccuparci di comprendere a pieno il nostro tempo. Viviamo un momento storico in cui l’assenza di uno stile non compromette l’opera in termini di bellezza estetica, solidità statica e utilità; di conseguenza i tre capisaldi Vitruviani, a cui spesso facciamo riferimento per ricercare la “buona architettura”, non verrebbero obbligatoriamente meno.

L’assenza di uno stile, poi, non comprometterebbe l’armonia con l’ambiente circostante, anzi, potrebbe facilitarla, non sussistendo una situazione in cui occorra seguire ossequiosamente dei precetti si potrebbe avere un approccio più flessibile che riesca ad adattare ogni volta il progetto ad un territorio che è mutevole per sua natura e che mal risponde ad una trasformazione standardizzata incurante del contesto in cui si opera.

Se poi il problema fosse la perdita di una certa “tipicità architettonica” locale, per andare verso un’uniformazione delle costruzioni a livello mondiale, questo credo lo si possa addebitare più alla globalizzazione che alla mancanza di stile. Non è cosa recente che le costruzioni, come poi tantissimi altri campi, tendano ad uniformarsi sotto un unico movimento internazionale.

Quello che stiamo vivendo oggi è soltanto lo step successivo di un percorso iniziato con la rivoluzione industriale e proseguito con lo stile internazionale. Sono queste rivoluzioni e cambiamenti socio-economici avvenuti lungo la storia che ci hanno condotto al nostro presente; presente che sarà difficile ripudiare in favore dell’epoca passata preferita.

Potremmo cercare di affrontare questo problema sotto una prospettiva diversa cercando di capire, in primis, le cause che possano averci portato in questa situazione. La mancanza di una “questione comune” in Architettura credo sia solo uno degli aspetti che caratterizza la nostra società, che in questo momento si trova in una delicato stato di transizione. Se il problema è globale, e abbraccia tutte le discipline, allora la soluzione dovrebbe fare altrettanto e andare molto più a fondo, fino alla radice del problema.

Da tutte le grandi rivoluzioni che hanno interessato l’uomo abbiamo guadagnato e perso qualcosa, basti pensare alla rivoluzione agricola e a come questa abbia influito sulla nostra condizione fisica. Se questo fosse vero allora dovremmo guardare indietro, verso la rivoluzione digitale: capire cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato. Potremmo ripartire ponendoci una domanda magari dalla risposta banale, anche se non troppo, ma che sicuramente non potrà avere la stessa risposta che ha avuto finora, questo è certo.

Nel 2019 abbiamo ancora bisogno di uno stile?

– Giovanni Galli, Le maschere della forma, Carocci, 2008.

– Yuval Noah Harari,, Various Articles, www.ynharari.com, data di consultazione 25/04/2019.

– Matt Alderton, Le 5 innovazioni tecnologiche che accrescono la produttività dello studio di architettura, 2018, www.autodesk.it, data di consultazione 15/04/2019.

– Rem Koolhaas, Junk Space, Quodlibet, 2006, oma.eu.

– Yuval Noah Harari, J. & J. Harper, Da Animali a Dei, Bompiani, 2017, www.ynharari.com.