In principio era. Visioni sostenibili e l’infrazione del passato

In principio era. Visioni sostenibili e l’infrazione del passato

Il 2009 è l’anno del The Waterpod Project¹, l’anno in cui Mary Mattingly² grazie a una non indifferente dose di coraggio regala un esempio tangibile di ciò che vuol dire vivere in sintonia con la natura e in connessione con i suoi abitanti.


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La “volontà” è un concetto troppo spesso sottovalutato, eppure senza è impossibile concretizzare l’azione, dare forma all’idea, erigere castelli e grattacieli. Lo stesso destino è riservato all’intenzione di agire rispettando l’ambiente, operando in modo sostenibile; se non lo si vuole davvero il pensiero rimane solo un astratto e aleatorio soffio nel vento che non metterà mai radici, e non crescerà. Lo sa bene l’artista americana Mary Mattingly che nell’arco di tre anni ha dato vita al progetto artistico The Waterpod Project, inaugurato nel 2009, realizzando uno spazio mobile totalmente auto-sostenibile che è stato in grado, attraversando le acque della costa newyorkese, di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione attuale del cambiamento climatico, integrando le differenti tipologie di energie rinnovabili con l’uso di sistemi di crescita autosufficiente della produzione e con l’esposizione di mostre inerenti i temi delicati dell’ecologia e della sostenibilità nei locali adibiti, mentre in giorni prestabiliti si svolgevano le attività volte a coinvolgere il visitatore nella realtà ecosostenibile. Una vera e propria operazione a 360 gradi che sintetizzava architettura, scultura, design, pittura, innovazione e scienza. Assemblaggio di parti eterodosse, donate da più enti statali, e in alcuni casi da privati, il Pod assomigliava a un colossale organismo prodotto dell’era post-industriale; significativo è l’aspetto fortemente eteromorfo velato di una particolare aurea di vissuto, o meglio di “sopravvissuto”. Non è un caso difatti che Mattingly si soffermi proprio su questo fattore: quasi tutte le sue opere sembrano aver sfidato il tempo, affrontato mille peripezie fino ad aver raggiunto il distorto presente dell’oggi. Temi come il tempo, il riciclaggio, il pericolo, la sopravvivenza, la sostenibilità, il cambiamento climatico, il sovraffollamento sono continuamente reiterati, e coniugati ogni volta in maniera nuova e imprevedibile nel lavoro dall’artista che proprio su di essi si interroga cercando un possibile rimedio, e lo fa con spietata intuizione. È ciò in cui riesce la piattaforma, che ha trovato soluzioni intelligenti e innovative, contribuendo all’acceso dibattito sulle possibilità di azione entro i termini di un sistema ecosostenibile. Nel dettaglio il Pod si è occupato di rivitalizzazione delle acque grigie, costruzione di un giardino verticale con funzione di orto, studio e analisi di sistemi di vita a impatto zero, pratiche di commercio alternative, sfruttamento di pannelli solari, pale eoliche e batterie marine.

<>³ dichiara Mattingly. Particolare come la stessa molteplice funzionalità del progetto è anche l’architettura del Pod che si sviluppa su due cupole, duplici cuori dell’organismo, a coronamento della preesistente imbarcazione. La prima sormontata da una tela in vinile su struttura in acciaio diviene lo spazio comunitario, una piazza fluida in continua trasformazione, dove si svolgono eventi e si riuniscono i residenti della chiatta. Accanto a essa si innalza lo scheletro della seconda struttura semi-emisferica sempre in acciaio ma stavolta lasciato scoperto, al cui interno cresce l’esperimento agricolo dell’imbarcazione. Intorno agli spazi circolari crescono altri spazi verdi che svolgono la medesima funzione dell’orto, e i locali dove sono situate le docce, i punti di raccolta dell’acqua piovana e la cucina. Sottocoperta si trovano le cabine, una stanza per gli ospiti e lo studio dal quale è possibile osservare il mondo sottomarino come si fosse all’interno di un acquario. Ad ogni zona è riservata una precisa collocazione che permette un uso efficiente e funzionale dell’intero stabile. Vivere in rispetto con le leggi naturali non è così facile come sembra, nonostante ciò i ricercatori e gli artisti, coinquilini del Pod, hanno praticato uno stile di vita sostenibile facendo proprio della sostenibilità il motore principale che metteva in moto ogni azione all’interno dell’ecosistema del Waterpod, dimostrandone la fondamentale importanza anche nell’ambito di una possibile traslazione all’interno di contesto più grande. Forse non c’è bisogno di aspettare una clamorosa calamita apocalittica, molto più probabilmente sarà sufficiente attendere il prossimo innalzamento delle acque, che già in corso si dimostra essere un killer silenzioso come il gas lasciato aperto per incuria. Non è da escludere che in un lontano passato un fenomeno analogo possa essere già accaduto; ricorda qualcosa il nome Atlantide? Nonostante possa sembrare a prima vista l’espressione di una comunità hippie di altri tempi, in realtà The Waterpod Project è un lavoro post-contemporaneo di grande innovazione, seppure con qualche pecca (in parte proprio a causa del suo aspetto che sembra strizzare l’occhio alla cultura dei figli dei fiori, e in parte per un’esigenza di completezza insufficiente). Per alcuni versi è la dimostrazione di ciò che si potrebbe attendere da un prossimo mondo distopico post-apocalittico che si ricolleghi a vecchi schemi produttivi, come l’economia chiusa e autosufficiente medievale, e a moderne organizzazioni sociali provvisorie dotate di struttura malleabile e flessibile come accade in specifiche condizioni estreme. Il concetto di transitorietà è essenziale ai fini di comprendere l’importanza di adottare pratiche atte a conservare e rivitalizzare ciò che si considera lo scarto del processo di produzione. Bisogna imparare a tornare indietro, a riavvolgere il nastro e a procedere al contrario per salvare il salvabile e non condannare il pianeta.
In più di un’occasione Mary Mattingly ha dimostrato la volontà attivistica e politica che pervade e di cui è espressione il suo lavoro, volto a una profonda riflessione e ridefinizione degli schemi e dei modelli comportamentali prestabiliti della società, e all’abbandono di pratiche dannose per l’ambiente. L’artista concretizza visioni future e possibili scenari indicando la via della resurrezione e ciò è evidente anche in altre sue serie come in House and Universe (2013) dove cumoli di oggetti trovati in strada modificano la loro identità, divenendo case mobili transitorie, che si accrescono e mutano aspetto ogni qualvolta incontrano materiali abbandonati. Chiocciole umane attente alla percezione della variazione climatica, biologica e sociale, ancora una volta l’adattamento vince la guerra dell’evoluzione. In un mondo alla fine dei suoi giorni tornare ad uno stile di vita responsabile nei confronti del pianeta assurge ad un ruolo demiurgico, ristabilendo l’ordine e occupandosi delle scorie rimaste di un passaggio indisciplinato e incurante. Fragilità, mutevolezza e cambiamento sono le schegge che caratterizzano questo nuovo universo: <>⁴. Sembra quasi fantascienza l’osservazione di Mattingly, eppure osservando bene la realtà si può scorgere un frammento di verità nelle sue parole, un destino tragico che presto o tardi bisognerà affrontare.

Vicini alla poetica e al messaggio veicolato da Mattingly, anche se meno incisivi, sono due artisti italiani Ettore Favini⁵ ed Eugenio Tibaldi⁶ che dal 20 settembre 2019 al 12 gennaio 2020 all’interno di Palazzo Novecento a Milano attraverso il linguaggio multimediale ampliano l’orizzonte simbolico e significativo del concetto di sostenibilità. “Atlantico” di Ettore Favini sofferma l’inquadratura sulle varie fasi della sublimazione dell’acqua, raccontando una storia di trasformazione e rinascita che è anche una storia di accettazione e rispetto per la vita e per il suo ciclo. In tal senso si accentua così sia l’indipendenza della natura che il bisogno d’instaurazione di un rapporto armonico tra essa e l’essere umano. Una nota particolarmente interessante è il dettaglio della foschia che riprende lo sfumato leonardesco in un riuscito gioco di rimandi. Interessante è inoltre immaginare cosa si celi nelle opache trame della densa ed eterea vaporosità. Ancora più intrigante è invece Eugenio Tibaldi che in “Giardino abusivo“⁷ crea invece un’affascinante dinamica tra vita e morte, inclusione ed esclusione, natura e città delineando margini flessibili di un giardino improvvisato che nasce spontaneo in mezzo agli scarti della società. Piante e arbusti si snodano da insoliti vasi come congelatori e water, vasche da bagno, reti da letto, materassi e pneumatici che realizzano particolari configurazioni innovative e distopiche, ricollegandosi alle necessità di una realtà in declino invasa dall’accrescimento spasmodico dei suoi scarti e della sua spazzatura. Tibaldi riesce a risolvere il rompicapo, creando spiritose ed efficaci visioni e proposte per riflettere, e chissà forse un giorno scenari del vivere quotidiano al liminare dell’alba dei nuovi tempi. Sofisticata e ironica l’installazione dell’artista svela le implicazioni e le conseguenze di un agire corrotto e noncurante, mentre mostrando al contrario l’urgenza di un atto consapevole merita una menzione speciale la campagna dell’associazione 4Ocean⁸ che chiude il cerchio facendo quell’ultimo passo necessario al Pod per risultare solidamente più completo nella sua finalità. Pulire l’oceano raccogliendo la plastica e con essa realizzare braccialetti per finanziare l’attività di pulitura diviene l’ultimo tassello di ciò che può essere considerato un’azione attiva e trasfigurante che permette all’Oceano di respirare di nuovo. In questo caso il dato verde è completamente tralasciato, ma non bisogna dimenticare che parlando di “green” si intende anche il blu dell’acqua, motore della vita. La realtà è il risultato dell’espressione di un intento collettivo, ma c’è da chiedersi se essa rispecchia le aspettative della pluralità, o se si è persa e distorta lungo la strada.

Opere come quelle di Mattingly e di altri artisti come lei non fanno altro che ricordare e far tornare alla mente ciò che si è perso, ciò che deve essere ritrovato e ciò che deve essere modificato per il bene comune del pianeta e dell’umanità. La volontà di cooperazione nei confronti di un futuro che si possa definire tale è un impresa davvero titanica, ma non impossibile e l’esperienza del Pod con il suo esperimento in miniatura è proprio ciò a cui si deve aspirare; ovviamente nulla si sarebbe potuto realizzare senza una precisa e accurata pianificazione preliminare del progetto che ha richiesto un enorme mole di lavoro e di finanziamenti. A volte bisogna rischiare, e a volte bisogna farlo con strategia. Il tempo ha ripagato le attese.

¹ About Waterpod project, The Waterpod, www.thewaterpod.org, ultima modifica 15/10/2010, data di consultazione 03/01/2020.
² Mary Mattingly Artwork, Mary Mattingly website, www.marymattingly.com, ultima modifica 30/06/2020, data di consultazione 12/07/2020.
³ Lauren O’Neill-Butler, Mary Mattingly talks about The Waterpod, Artforum, www.artforum.com, ultima modifica 01/04/2009, data di consultazione 15/12/2019.
Mary Mattingly Portfolio, Artworksforchange.org, www.artworksforchange.org, data di consultazione 15/12/2019.
⁵ Marco Scotti, Ettore Favini. Un’intervista sospesa tra viaggio e immobilità, o un intreccio tra il Mediterraneo e il cotechino, Zero Milano, www.zero.eu, ultima modifica 08/02/2018, data di consultazione 10/02/2020.
Eugenio Tibaldi Progetti, Eugenio Tibaldi website, www.eugeniotibaldi.com, ultima modifica 08/07/2020, data di consultazione 12/07/2020.
After Leonardo, Eugenio Tibaldi website, www.eugeniotibaldi.com, data di consultazione 12/12/2019.
We are a purpose-driven business with a mission to end the ocean plastic crisis, The 4Ocean Bracelet, www.4ocean.com, data di consultazione 15/12/2019.


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Giornalista freelance, laureata in Arti multimediali e tecnologiche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nasce nel ’94 nel cuore del capoluogo romano dove si diploma al Liceo artistico Ripetta, mentre studia giapponese presso l’Istituto Giapponese di Cultura. Appassionata di arte, cinema e fotografia apre nel 2015 il blog d’arte contemporanea Ritrovarelartewordpress.wordpress.it. Dal 2017 collabora come redattrice per la sezione di arti figurative del magazine on-line Artegrafica.persinsala.it, mentre da febbraio del 2019 inizia a scrivere per la rivista d’arte “Titolo”.
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