La parabola del vegetale assetato

La parabola del vegetale assetato

Intelligenza, necessità ed efficienza in questa nuova era sono diventati gli ingredienti della formula della felicità. Stephanie Rothenberg disfa il manto dell’illusione utopica, proponendo un nuovo sistema di prosperità e benessere.

Oggi l’attenzione di molti architetti e più in generale del mondo dell’architettura si focalizza su un fenomeno in crescente ascesa: quello delle smart city. Non è difatti un mistero che nella contemporaneità la Città si sia dovuta evolvere, acquisendo precise caratteristiche che la rendessero efficiente, innovativa, green, biosostenibile, digitale e inclusiva; in un’unica parola “intelligente”. Giorno per giorno si assiste alla corsa per rendere quanto più possibile le città “Smart”, concretizzando un’utopia che è divenuta nel tempo globale. Chi in fin dei conti non vorrebbe vivere in un luogo capace istantaneamente di soddisfare i propri bisogni? Che offra non solo efficienza, ma anche comodità e benessere, e che nello stesso momento aiuti a preservare il pianeta che occupa? Sogno proibito del secolo attuale è il desiderio di ricercare comprensione, impeccabilità, attenzione e di conseguenza l’intelligenza necessaria a una simile operazione. In architettura la città intelligente (dall’inglese smart city) è un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita»¹. In arte si potrebbe traslare tale fenomeno nell’ottica di un’arte intelligente come nel caso di Planthropy di Stephanie Rothenberg esposta presso la Lowry Gallery di Manchester nel 2015. Evidente è la correlazione tra tecnologia, intelligenza artificiale ed eco-sostenibilità. Dal soffitto della sala candida penzolano vasi trasparenti al cui interno protetti si affacciano piccoli germogli appena nati e verdi foglie di piante già cresciute, che aspettano di essere accarezzati dagli schizzi d’acqua dell’irrigazione, che viene però innescata solo nel caso in cui un utente di Twitter abbia a cuore di fare una donazione tramite il social stesso. Il sistema è semplice, eppure assai ingegnoso, riuscendo a svelare il gap tra azione e volontà, e tra intenzione e desiderio. La facilità e l’apparenza immateriale della virtualizzazione della donazione effettuata sul social che ne permette la maggiore accessibilità a un più vasto numero di fruitori rende l’opera ancor più interessante, poiché mostra le dinamiche che subentrano con la digitalizzazione e con l’instaurarsi del pensiero digitale che fa i conti con l’immediatezza, la spontaneità e l’aleatorietà tipici del nuovo sistema. La visione della vita nella sua quotidiana trasformazione stringe il cuore e accresce la bellezza del progetto di Rothenberg, che pur avendo un leggero sentore di didascalismo, in realtà supera ottimamente i propri limiti riuscendo a espandere il proprio campo d’azione alla coscienza del visitatore, il che è cosa da non sottovalutare. La crescita delle piante è direttamente proporzionale alla donazione, e quindi all’impegno del fruitore nella causa; ciò lo pone quindi al centro dell’azione rendendolo partecipe attivo del loro destino, in tal modo si compie la sensibilizzazione verso i fondamentali temi della condivisione, della carità, della preservazione della vita, della natura e dell’umanità. Il rapporto di dipendenza e causa-effetto sono ovviamente vitali per la riuscita dell’opera e del suo contenuto manifesto. Per accostarsi a un lavoro dai risvolti così profondi e carichi, ampiamente stratificati, è necessario innanzitutto demolire le proprie certezze e le proprie opinioni; dire “credo” o “penso” non è più sufficiente per prendere atto di ciò che accade, bisogna essere pronti, pronti al mutamento, pronti all’ascolto, pronti ad andare oltre, concentrandosi sullo sfondo e non su quello che sembra essere il soggetto, solo così si può vedere oltre, non con gli occhi, ma con qualcosa di gran lunga più oculato. In un certo senso è simile a ciò che avviene tra i confini delle sempre più complesse smart city. Il dato intelligente migliora il benessere sociale, facendo attenzione a quelle che vengono indicate come le esigenze della comunità, allo stesso modo l’arte individuando nella bontà ricerca l’elemento etico e lo rende sovrano assoluto. Non più Art for Art’s sake (l’arte fine a sé stessa), come teorizzava Oscar Wilde nel XIX secolo con l’Estetismo, ma l’arte come strumento chiave della riflessione etica e ontologica atta a indurre il cambiamento concreto e significato nel mondo, ridestando le coscienze dormienti e intorpidite dal sonno; ed è forse impossibile, in effetti, oggi immaginare un arte che non prenda in esame gli urgenti problemi di una contemporaneità proiettata al suo disfacimento e alla sua fine. In tale contesto Planthropy si pone come prima barriera di difesa contro la decadenza morale e fisica dell’oggi. La connessione tra l’elemento emotivo e quello digitale innesca il processo di empatizzazione, quest’ultimo convergendo nel sistema interattivo e trovandosi a questo punto nel punto zero da cui tutto origina, aziona il meccanismo dell’agire. È questo il vero punto di svolta. Ed è proprio questo punto a tracciare il solco della netta differenza che intercorre tra il sistema delle smart city e quello dell’opera di Rothenberg. Nella sua impeccabile conformità al destino a lei assegnato il complesso della smart city con tutti i suoi intrecci e le sue connessioni simile a un computer o a un ammasso machinimico artificiale agisce senza consapevolezza e con una precisione millimetrale, assurgendo al suo compito ed esaudendo qualsivoglia desiderio senza fare domande. Fedelmente a quest’ultima considerazione si può dunque ipotizzare che nella sua versione più estremizzata un sistema simile, agendo con così zelo, sarebbe tranquillamente capace di fornire a chicchessia strumenti capaci di arrecare danno ad altri o a sé stessi. In fin dei conti basta eseguire gli ordini non trovate? Declinata in tal modo la smart city perde gran parte del suo fascino apparendo quasi glaciale nella sua idilliaca perfezione, mentre potenzialmente possiede in sé i semi letali della distruzione. È l’elemento della coscienza e con esso il discernimento tipico della sola natura umana a mancare. I sistemi artificiali e le macchine per quanto evoluti non possono soppiantare il pensiero dell’essere umano; è esattamente lo stesso problema che si riscontra con l’intelligenza artificiale in campo robotico. Ricordate il film Io Robot? Interessante è inoltre notare come all’interno dei due sistemi parametrici, nei quali si configurano entità similari, che svolgono ruoli simmetrici, la figura del donatore e quella dell’azione attiva attuata dalla macchina, nonostante operino in frangenti divergenti un’azione che si riverbera convergente nell’obiettivo ultimo (rendere il mondo un posto migliore, migliorando il modo di vivere e la vita stessa) producono come risultato due effetti diversi. Nel primo caso è l’empatia a far smuovere gli ingranaggi, la pietà cura l’indifferenza e il vivere si trasforma, mentre nel secondo è l’impulso egoistico del cittadino, che vorrebbe vedere realizzati tutti i suoi desideri, a prevalere producendo una tagliente efficienza vuota, priva di reale valore. C’è da chiedersi allora se il sistema che alimenta le smart city sia quello più giusto da perseguire, ciò di cui si ha veramente bisogno o seppure non bisogni guardare più lontano, tendendo la mano a nuove possibilità in cui non si guardi tanto ai propri bisogni quanto piuttosto a quelli dell’altro. È in quel preciso momento che avverrà la vera rivoluzione. Diceva Albert Einstein: <<La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare>>;² e forse è così, bisognerebbe avere il coraggio di cambiare di non fermarsi a strutture utopiche, seppur intelligenti; non cristallizzarsi in un’unica forma, ma tenersi pronti a esplorare l’infinita delle forme, delle sue variabili e delle sue improbabilità perché alla fine dei conti è proprio quello che non si aspetta, ciò che sembra essere impossibile a sopravvivere al tempo e a sconvolgere gli assetti di guerre che sembrano interminabili.

¹ Smart city, Wikipedia, www.wikipedia.org, data di consultazione 18/07/2019.

² Albert Einstein, Liberiamo.it, www.liberiamo.it, data di consultazione 25/07/2019.


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Giornalista freelance, laureata in Arti multimediali e tecnologiche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nasce nel ’94 nel cuore del capoluogo romano dove si diploma al Liceo artistico Ripetta, mentre studia giapponese presso l’Istituto Giapponese di Cultura. Appassionata di arte, cinema e fotografia apre nel 2015 il blog d’arte contemporanea Ritrovarelartewordpress.wordpress.it. Dal 2017 collabora come redattrice per la sezione di arti figurative del magazine on-line Artegrafica.persinsala.it, mentre da febbraio del 2019 inizia a scrivere per la rivista d’arte “Titolo”.
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