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L’evanescente lampo dell’identità

Nell’attraversamento del tempo e dello spazio gli artisti Azzadine Saleck, Andrea Liberni e Samantha Passaniti riscoprono l’universalità espansa del principio fisico, secondo cui tutto si trasforma, riaffermando il valore autentico dell’identità affogata nell’evaporazione di confini e specificità.

Nel flusso di un’iperbole temporale, destinata a modificarsi a ogni secondo del suo vissuto spaziale, il concetto di identità non può far altro che subire una metamorfosi così profonda da decretare inevitabilmente la sua stessa fine. A perdersi non è il suo valore (ancora ricercato dall’essere umano), quanto piuttosto la sua stessa essenza e le forme da essa assunte, che in una realtà fluida sono obbligate a mutare costantemente per riconnettersi allo spirito vitale del proprio tempo. In questo orizzonte la saturazione delle infinite, quanto interminabili, possibilità compositive messe in campo dal processo identitario, produce gli effetti di una spersonalizzazione imperante, capace di mettere a ferro e fuoco tutto ciò che incontra. Nell’ambito dell’imperativo neutrale, può però configurarsi quel processo trasformativo in grado di rivelare la vera essenza delle cose attraverso una ricerca dinamica, che si fa strada tra le mille possibilità dell’essere, scegliendo solo quelle che più si avvicinano al proprio immaginario. In quest’ottica la via della ricerca è il rimedio contro la monotonia di una realtà che nell’autocensura ha dimenticato non solo le sue sembianze, ma anche la sua anima. Indicative sono in tale contesto le ricerche artistiche di Azzadine Saleck, Samantha Passaniti e Andrea Liberni che collimano in modo trasversale nelle loro tre personali romane, ospitate negli spazi della galleria Curva Pura e della galleria AOC F58, nel periodo primaverile.

L'evanescente lampo dell'identità - Azzadine Saleck - Long Distance

Azzadine Saleck, Long Distance, Galleria Curva Pura, Roma, 2021.

Nel primo caso Saleck, nella mostra Long Distance presso Curva Pura, rivela i risvolti più celati e paradossali della spersonalizzazione, riscontrando nella forza adattiva da essa scaturente, quell’anelito alla vita, profondamente umano, in grado di sfidare la concezione dell’annullamento. Seppure il deserto assorba l’identità di chi si trova ad attraversare il suo territorio liminale in una dimensione totalizzante, le opere di Azzadine non si disperdono nell’immensità dalla quale emergono, così come non si annulla l’individualità del singolo nell’assorbimento, ma entrambi passando attraverso l’esperienza della spersonalizzazione diventano altro, ridefinendo il proprio sé nel tremolio della visione. In tal senso è illuminante la lettera di Giuseppe Armogida, che accompagna la mostra insieme al poema di Audrey Gutman. È la dimensione della distanza a creare lo scarto nel quale l’identità può reinventarsi, trovando la realtà dietro al suo apparire. Una distanza speculare che si riflette su ogni superficie spaziale e architettonica. Rivelandosi nelle silhouette di quelle che sono antiche costruzioni rituali, l’architettura si rende traccia e testimonianza di un passato che rivendica la sua azione incisiva sull’identità del presente. Gli archi di palma e plastica trasformano il paesaggio della galleria, dilatandone i limiti oltre il confine fisico e percettivo, ma proprio questa estensione verso l’esterno, questa apertura simbolica alla possibilità, permette l’acquisizione di quel velo di intimità, capace di toccare in profondità coloro che si imbattono nel luogo di transizione. La risposta emotiva genera una trasformazione in itinere, nell’atto dell’attraversamento fisico e mentale del passaggio, tale da riconfigurare il concetto di essere e appartenenza nelle categorie di altro e libertà. La potenzialità trasformativa, e un’opposta di concezione del limite, vengono indagate dall’artista Andrea Liberni nella mostra Eden, curata da Diletta Borromeo presso la AOC F58. Oggetto di ricerca è qui la costruzione di un’identità a partire dallo smarrimento della frammentazione corporea. Membra di corpi disarticolati ristagnano tra le macerie di calcinacci e materiali di risulta all’interno di contenitori, che ricordano i calderoni usati dagli alchimisti per le loro sperimentazioni. L’analogia con la disciplina alchemica si esplica nel dipanamento del filo rosso che ricostruisce il cerchio alchemico, cuore del processo trasformativo in cui si compie la trasmutazione della materia; ma è l’informità dei corpi a suggerire in modo quasi immediato il richiamo a quegli esseri simulacri dell’essere umano, che nella tradizione alchemica prendono il nome di homunculus. L’innesto suturale delle sembianze umane, che in tali creature viene operato, è interno all’involucro carnale. È la pulsione relegata dentro i vincoli del corpo a ricercare quelle fattezze della personalità umana, tentando di appropriarsi di una configurazione corporea, e rigettandola nell’attimo in cui si verifica lo scarto tra idea e intenzione. L’insuccesso produce deformazione e incompletezza, rivelando la fragilità della possibilità di resurrezione. Dai resti dell’esperimento emana un malinconico sentimento di solitudine, che diversamente da Long Distance in cui era segnale di induzione creativa, qui acuisce invece il senso frustrazione per l’impotenza all’autorealizzazione interna, nella definizione di una propria identità, ed esterna, non riuscendo a instaurare un contatto diretto con la realtà fuori dai propri confini protettivi. L’incertezza, che colma la pausa tra stasi e azione, scrive il DNA di quella identità evanescente, alla continua scoperta di se stessa, dei suoi dubbi e dei suoi timori, gettata nelle contraddizioni di un mondo in costante rivoluzione.

L'evanescente lampo dell'identità - Samantha Passaniti - Confidance in the Uncertain

Samantha Passaniti, Confidance in the Uncertain, Galleria Curva Pura, Roma, 2021.

Calati nell’istantaneità dei mutamenti di una vita, la fuggevolezza identificativa non può far altro che riverberarsi nell’andamento dell’incertezza come dimostra Confidance in the Uncertain, personale di Samantha Passaniti, curata da Giorgia Basili sempre presso gli spazi di Curva Pura. Trattata nell’eleganza di una ricercata razionalità emotiva, l’identità qui si riscopre attraverso il contatto diretto con l’esperienza dell’incerto, che proprio per via del suo tocco insensibile può far emergere la resilienza e la flessibilità originarie della sua costruzione. La sospensione metafisica indotta dal candore e dalla precarietà delle opere induce uno stato di meditazione riflessiva dinamica, che si svincola dalle barriere di un controllo arbitrario. Il connubio tra instabilità, informità ed effimerità delle tavole in legno dalle quali fioriscono germogli arborei, richiama la consapevolezza, tipicamente umana, che riconosce nella totale mancanza di controllo sulla vita la condizione mortale dell’essere vivente. In questa prospettiva l’identità non può mantenere la sua unità costitutiva, ma deve piuttosto sapersi abbandonare agli imprevisti del tempo, facendo appello a quella flessibilità che le permette di riscoprirsi giorno dopo giorno nell’incessante oscillazione del divenire, come entità imprescindibile della verità del reale. La neutralità del bianco diventa condizione di passaggio per un altro stadio di trasformazione dell’identità dell’oggetto artistico, che impara a riconoscersi nell’eterogeneità delle infinite forme possibili. Nelle tre mostre prese in esame la trasformazione si rivela una costante delle visioni degli artisti d’avanguardia come Saleck, Liberni e Passaniti, ognuno con la sua incomparabile delicatezza stilistica e con il suo modo unico di trattare le derive della spersonalizzazione. La loro narrazione artistica mette in luce come la fragilità recida la stabilità esistenziale dell’entità, agendo con fare discreto l’ora della fine, in cui si inserisce intrecciandosi il tempo della metamorfosi. In una realtà dominata dall’estremizzazione del secondo principio della termodinamica, dove ogni cosa è predestinata a passare da uno stadio a un altro, in una soluzione di continuità costante, il desiderio di essere può riscoprire le sue potenzialità attraversando le dicotomie del reale, e può perfino arrivare alla scoperta della sua più autentica identità.

Copertina: Eden a cura di Diletta Borromeo, Galleria AOC F58 © credits Andreea Nedelcu.

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Giornalista freelance, laureata in Arti multimediali e tecnologiche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nasce nel ’94 nel cuore del capoluogo romano dove si diploma al Liceo artistico Ripetta, mentre studia giapponese presso l’Istituto Giapponese di Cultura. Appassionata di arte, cinema e fotografia apre nel 2015 il blog d’arte contemporanea Ritrovarelartewordpress.wordpress.it. Dal 2017 collabora come redattrice per la sezione di arti figurative del magazine on-line Artegrafica.persinsala.it, mentre da febbraio del 2019 inizia a scrivere per la rivista d’arte “Titolo”.
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