CityLife: storia di un paradosso urbano

CityLife: storia di un paradosso urbano

CityLife è il nuovo progetto di riqualificazione urbana che occupa lo storico quartiere della Fiera Campionaria di Milano, successivo al trasferimento del quartiere fieristico nel nuovo polo Fieramilano di Rho-Pero.
Il progetto è un’opportunità economica per la città, offrirà lavoro a più di mille persone, sarà sede d’importanti aziende italiane ed internazionali e vantaggio speculativo per il mercato immobiliare di lusso.
Tuttavia sono palpabili alcune contraddizioni, sia dal punto di vista formale che da quello concettuale.

L’area di CityLife è decisamente estesa, circa 255.000 mq, essa è stata oggetto di una gara internazionale svoltasi nel 2004; in seguito all’aggiudicazione della gara da parte di un consorzio è stata costituita la società CityLife, oggi controllata dal Gruppo Generali e partecipata da Allianz. L’operazione prevede tre grattacieli firmati dai celebri architetti Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind, inoltre, varie attrezzature d’interesse generale, un parco pubblico, residenze, terziario e commercio¹.
Al momento le torri completate sono due: “il dritto”, realizzata dall’architetto Isozaki, e “lo storto”, progettata da Zaha Hadid, che comprende anche lo shopping center, quest’ultimo dovrebbe essere il più grande distretto commerciale d’Europa, anche se sembrerebbe uno slogan piuttosto che la realtà.
L’ultima torre, “il curvo”, sarà terminata entro il 2020.
Inoltre, tra le opere di urbanizzazione del P.I.I. (Piano Integrato di Intervento), è prevista la realizzazione di un asilo nido² e la ricostruzione della Caserma dei Carabinieri. Per quanto riguarda il progetto dell’asilo, esso è stato completato in soli 230 giorni, complice anche la struttura in legno, componibile in cantiere piuttosto rapidamente. Il legno è protagonista assoluto di questo progetto, infatti, anche grazie a questa caratteristica, si aggiudica il premio Leed platinium, ovvero un riconoscimento assegnato alle architetture sostenibili.

L’amministrazione ha espressamente chiesto ai progettisti di mettere in primo piano la circolazione pedonale, posizionando viabilità e parcheggi nel sottosuolo. Questa scelta urbana ha permesso di stabilire una piazza centrale, definita dalle torri, ed una serie di percorsi che convergono verso di essa, delimitando i lotti residenziali.
Il piano urbano tende a prolungare gli assi adiacenti all’area, centralizzando il flusso sul polo centrale, il quale, attira avidamente tutte le energie provenienti dalle varie direzioni della città, esplodendo in un coacervo di attività.
In aggiunta è stata realizzata una nuova linea metropolitana, “la lilla”, che con la fermata Tre Torri serve l’intera zona.
L’operazione urbana è figlia della volontà di un’amministrazione molto forte, che tende a centralizzare gli investimenti su zone d’interesse specifico, un approccio condiviso anche dalla conformazione del Masterplan stesso.

Tuttavia, l’intero progetto non sembra avere alcun riferimento alla tradizione architettonica milanese, le uniche references italiane sono deboli cenni ad opere artistiche che avrebbero ispirato gli architetti durante la progettazione, come la “Pietà Rondanini”, ultima scultura di Michelangelo conservata nel Castello Sforzesco.
Se non fosse per alcune scelte urbane, il progetto potrebbe essere impiantato in qualsiasi altra capitale del mondo.
L’immagine generale non sembra essere uno studio approfondito sulla città di Milano e le sue caratteristiche intrinseche, quali: le sue forme, i suoi abitanti, la sua energia, la sua estetica e i suoi materiali, ma piuttosto sembrerebbe l’immagine dei progettisti stessi.
A conferma di ciò, gli architetti hanno deciso di agire individualmente, tre scelte discordi, dettate da personalità che non dialogano tra loro, tre simboli diversi nel loro senso più formale, tre torri di Babele differenti, in un’epoca dove tutti parliamo la stessa lingua.

Questa tendenza nasce e si sviluppa con l’Intenational Style³, dopo il quale l’architettura si è adagiata su caratteri formali e compositivi universali, senza più interrogarsi sulle volontà e le caratteristiche particolari, imponendo così un gusto comune, che di fatto non esiste.
L’oggettivazione di ciò che era nazionale, locale o personale è stato un processo necessario per gli architetti del Movimento Moderno⁴, ed è stata l’anticipazione di una tendenza storica e sociale, ciò nonostante l’oggettivazione dell’individuo, piuttosto che la sua espansione, si manifesta in opere sterili.

Passeggiando per CityLife si prova una sensazione di stupore, l’intero impianto è progettato esaltando le caratteristiche scenografiche senza occuparsi della sfera emotiva legata all’appartenenza. Si ha l’impressione di camminare all’interno di un paesaggio alieno.
Le residenze di Zaha Hadid e Daniel Libeskind si riflettono nei materiali, ma è uno specchietto per le allodole, perché in fin dei conti generano spazi urbani indipendenti e chiusi in se stessi, auto-celebrandosi in un tripudio di forme iconiche.
Il parco risente di questo disagio e si esprime in una serie di percorsi innaturali che evidenziano le tensioni, talvolta i viali perdono la loro dimensione pubblica e mutano in corsie residenziali.
La decisione di non scendere a compromessi ha generato forme architettoniche che sembrano urlare la loro indipendenza, sia al progetto che alla città.
Il distaccamento totale dal luogo esalta il già evidente atto di violenza, da parte dell’architettura nei confronti del paesaggio, trasformando l’intera operazione in uno stupro di gruppo.

Questo paradosso tra l’autonomia dell’architettura e lo spirito del luogo è da sempre motivo di dibattito⁵, ora più che mai abbiamo bisogno di cambiare modalità sociale e culturale.
In questa fase storica, forse, dovremmo conciliare l’oggetto con il soggetto, l’individuo con la massa, ciò che sta sopra con ciò che sta sotto.
Il compromesso tra il generale ed il particolare si può ritrovare nell’uomo, nella sua dimensione più estesa, come legante che tiene insieme le volontà personali e quelle generali.
Così l’architettura dovrebbe approfittare delle opportunità legate alla globalizzazione, ma senza dimenticare l’identità del globo, che per sua natura si manifesta nella diversità concorde con l’unità.
Il lavoro fatto dai progettisti di CityLife quindi è metà progetto, quest’ultimo prende in considerazione solamente la loro interpretazione individuale, senza confrontarsi con l’esterno, che in questo caso è rappresentato non solo da Milano ma anche da loro stessi.

¹ Simona Collarini, Polo Urbano Fiera: CityLife, www.comune.milano.it, ultima modifica 10/07/2017, data consultazione 15/04/2018.
² Giacomo Valtolina, Milano CityLife, svelato il nido delle farfalle: il primo asilo nido in legno è sotto i grattacieli, www.corriere.it, ultima modifica 27/03/2018, data consultazione 20/04/2018.
³ Henry-Russell Hitchcock and Philip Johnson, The International Style: Architecture since 1922, New York, W.W. Norton & Co, 1932.
⁴ Bruno Taut, Modern architecture, London, The Studio Limited, 1929.
⁵ Giancarlo De Carlo, Architettura e violenza, Spazio e Società n. 56, Milano, Ottobre-Dicembre 1991.

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Marco Grattarola AdministratorKeymaster
Si laurea in Scienze dell’Architettura nella Scuola Politecnica di Genova con una tesi sull'”Architettura Attiva”. Consegue due tirocini, in una galleria d’arte ed in uno studio di architettura. Attualmente frequenta il Master al Politecnico di Milano. I suoi interessi spaziano dalla musica al disegno, nei quali si cimenta con curiosità e passione.
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