L’economia dell’immigrazione: intervista a Carlo Devillanova

L’economia dell’immigrazione: intervista a Carlo Devillanova

Carlo Devillanova si laurea in Economics and Social Sciences all’Università Bocconi, successivamente consegue il Master e finalizza il dottorato alla Pompeu Fabra University di Barcellona.
Dopo un periodo come assistente alla Pompeu Fabra University e all’Università di Trieste, nel 2002, Carlo Devillanova diventa Professore di Economia all’Università Bocconi.
Tra le numerose collaborazioni lavorative è di particolare interesse il suo lavoro al Cream, il Centro di Ricerca ed Analisi delle Migrazioni situato nel Dipartimento di Economia all’University College London.
La sua ricerca include: economia del lavoro, economia pubblica ed economia della migrazione.
Carlo Devillanova sta attualmente lavorando su questioni relative all’assimilazione degli immigrati nel paese ospitante, in particolare: assimilazione del welfare, assimilazione del mercato del lavoro, barriere all’accesso e segregazione spaziale.

1 – Tenendo conto dell’attuale sistema pensionistico, del mercato del lavoro e del tasso di disoccupazione, c’è spazio per l’integrazione economica dei migranti in Italia?

Ci sono due aspetti che terrei distinti: il sistema pensionistico ed il mercato del lavoro, e di conseguenza anche il tasso di disoccupazione.

Per quanto riguarda il sistema pensionistico è un tema che viene affrontato ormai da parecchi anni, sia dalle maggiori istituzioni italiane ed internazionali, che in ambito accademico. Il sistema pensionistico italiano è un sistema a ripartizione, dove la generazione che sta lavorando paga i contributi che vengono immediatamente utilizzati per finanziare le prestazioni pensionistiche erogate. Quindi c’è un trasferimento diretto tra chi lavora e chi è in pensione.
Un numero più elevato di immigrati o comunque di persone che contribuiscono al sistema pensionistico, alimenta il sistema stesso. Tra l’altro, considerati i vincoli di contribuzione minima ed il fatto che la portabilità della pensione è assicurata solo da convenzioni bilaterali tra paesi, allora molti immigrati che adesso stanno contribuendo al sistema pensionistico probabilmente non ne trarranno i benefici. In pratica la portabilità della pensione nel proprio paese dipende da accordi bilaterali che l’Italia ha storicamente firmato con i paesi nei quali gli italiani emigravano in passato, Sud America in particolare. Perciò, a meno che queste persone non restino in Italia conclusa la loro attività lavorativa, non avranno la possibilità di riscattare i propri contributi, quindi un ulteriore guadagno netto per il sistema pensionistico.

In Italia stiamo pagando questo periodo storico, in cui si avvicinano alla pensione gli individui della generazione del Baby Boom. Infatti dalla metà degli anni 50 alla metà degli anni 60 c’è stato un incremento abbastanza impressionante dei tassi di natalità. Questo aumento della popolazione, che poi si è esaurito alla fine degli anni 60, progressivamente raggiungerà l’età della pensione e sarà una massa relativamente grande di persone che però non ha il supporto di nuove generazioni che paghino i contributi per loro. L’immigrazione, in questo senso, potrebbe produrre la base contributiva per le pensioni di questa generazione. Qualunque cosa che aumenti la base contributiva, o perché arrivano immigrati che pagano contributi e quindi lavorano nell’economia ufficiale e non sommersa, o perché i giovani italiani trovano più lavoro o lavori migliori e quindi pagano più contributi, aumenta la sostenibilità del sistema pensionistico. Le conseguenze di questo shock demografico iniziano a vedersi adesso, ma in realtà saranno più nette tra qualche anno.

Aumentare la forza lavoro ha sicuramente un effetto positivo; a questo proposito ricordo vari interventi dell’attuale presidente dell’INPS, ma ancora prima del Governatore della Banca d’Italia, i quali sottolineavano l’importanza dell’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro ufficiale come metodo per agevolare la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico. Quindi la risposta in questo senso è sicuramente sì, c’è spazio per l’integrazione economica.

Invece per quanto riguarda l’inserimento nel mercato del lavoro sono costretto a dare una risposta un po’ più articolata. Un paese non è un numero fisso di posti di lavoro che devono essere spartiti tra un determinato numero di lavoratori. Infatti un paese può creare nuovi posti di lavoro; in particolare l’arrivo di forza lavoro può attirare investimenti e far nascere imprese. Quindi, ancora una volta, la risposta è sì, c’è spazio per nuovi migranti.
L’Italia, per ragioni demografiche, è un paese che sta calando molto come popolazione in età lavorativa, quindi c’è sicuramente spazio teorico per gli immigrati. Tuttavia c’è bisogno di creare la domanda attraverso politiche che non si limitino ad aumentare l’offerta, ma che facilitino il collocamento dei lavoratori, l’apertura di nuove imprese e gli investimenti in attività imprenditoriale.

2 – E questo ci porta alla seconda domanda…È vero che ci rubano il lavoro?

Qui ci sono almeno 30-40 anni di letteratura economica molto polarizzata su quale sia l’effetto dell’immigrazione sul mercato del lavoro. A questo proposito è interessante che un articolo pubblicato nel 2016 da un’importante rivista di economia titoli: “Come mai gli studi sugli effetti dell’immigrazione nel mercato del lavoro differiscono così tanto?”.

Sostanzialmente la risposta è che, in media, l’arrivo di immigrati ha un effetto positivo sugli esiti lavorativi dei nativi, questo perché si creano delle complementarietà per cui l’inserimento di nuova forza lavoro crea ricchezza in un paese. Questa ricchezza va a beneficiare alcuni tipi di lavoro e diversi fattori produttivi, in particolare i prezzi del suolo o degli immobili.

Tuttavia ci sono delle categorie di lavoratori particolarmente esposte alla competizione degli immigrati, e tipicamente sono i lavoratori meno qualificati: settore agricolo, industria, edilizia, servizi, ecc… Questo perché gli immigrati, soprattutto in Italia, tendono ad essere concentrati nei settori di bassa qualifica, per cui aumenta fortemente l’offerta e questo deprime i salari e crea disoccupazione, ovviamente in questi settori circoscritti. Se lo stesso numero di persone immigrate riuscisse ad essere distribuito lungo tutto l’arco delle competenze, probabilmente l’effetto sarebbe lievemente positivo, sicuramente non negativo.

La letteratura sugli effetti dell’immigrazione nel mercato del lavoro si è sviluppata soprattutto negli Stati Uniti, dove mediamente gli immigrati hanno livelli di istruzione più bassi degli statunitensi. Per l’Italia questo non è vero, arrivano tanti laureati, tanti diplomati, il problema è che poi una volta entrati nel mercato del lavoro trovano occupazioni di bassa qualifica. Questo fa in modo che si abbia un’immigrazione sostanzialmente benefica, perché di elevata qualifica, che poi intasa singoli segmenti del mercato del lavoro di bassa qualifica, dove la competizione con gli italiani diventa insostenibile.

3 – Quindi cosa succede nel momento in cui i migranti arrivano in Italia, si occupano di lavori generalmente di bassa qualifica ed hanno stipendi più bassi? Anche gli stipendi degli italiani si abbassano?

La letteratura a questo proposito è ancora aperta, però sostanzialmente è così. Se gli immigrati arrivano e vanno ad inserirsi in pochi singoli settori, generalmente di bassa qualifica, allora i salari in questi settori calano. Tuttavia la ragione sta nella domanda, infatti proprio perché queste persone intasano specifici settori che si presenta questo problema. Se potessimo integrare lavorativamente gli immigrati secondo le loro qualifiche, cioè facendo lavorare l’architetto come architetto, l’ingegnere come ingegnere, il chimico come chimico, ecc… toglieremmo oppressione dai settori a bassa qualifica e si arricchirebbe il mercato del lavoro.

L’economia di un paese non è qualcosa di statico, non ci sono posti di lavoro fissi e persone che combattono per questi posti di lavoro, quest’ultimi si possono creare se si innescano processi virtuosi.
La minor forma di integrazione è avere un’immigrazione irregolare, che non vediamo neanche nelle statistiche. Personalmente ho lavorato molto con i dati degli immigrati irregolari, soprattutto per la città di Milano, e mediamente i tassi di occupazione sono abbastanza alti. Quindi essere in Italia senza essere integrati né nel mercato del lavoro, né nella società, ma essere addirittura irregolari, non significa agire senza premere sul mercato del lavoro. Al contrario, essendo particolarmente ricattabili, gli immigrati non possono vantare nessun diritto sociale, nessun diritto politico, e sostanzialmente non esistono. Infatti queste persone hanno minor potere contrattuale, quindi accettano condizioni di lavoro peggiori, probabilmente anche salari più bassi, andando ad influenzare negativamente il mercato del lavoro.

Infine, nonostante la letteratura sugli effetti dell’immigrazione nel mercato del lavoro sia incerta sui risultati, quello che è certo è che un’integrazione positiva nel mercato del lavoro, quindi regolare, riduce gli eventuali effetti negativi.

4 – A questo proposito in che modo può essere economicamente vantaggioso integrare i migranti, ed in che modo non può esserlo?

L’integrazione dei migranti, ma più in generale delle persone, ha sempre un vantaggio economico. Poter integrare qualunque persona, in particolare i migranti, significa aumentare il loro inserimento in termini economici, quindi gli stipendi che guadagnano, le imposte che pagano, i minor sussidi che ricevono nel caso abbiano diritto a sussidi, ecc…
Invece le forme di integrazione parziale o di emarginazione possono essere pericolose, sia per la possibilità di ridurre la coesione sociale di un paese, sia per la possibilità di creare opposizione da parte degli italiani nei confronti dei migranti, ma anche per la possibilità di contestazione dei migranti verso le istituzioni del paese ospitante.

L’Italia ha il grande vantaggio di poter guardare all’esperienza di altri paesi con una tradizione più antica di immigrazione (Stati Uniti, Francia, ecc..), in particolare quei paesi che non sono riusciti ad integrare gli immigrati e che ora si trovano a gestire problemi molto rilevanti in termini di minoranze etniche, servizi sociali saturi o mercato del lavoro sofferente.
Quindi è necessaria un’integrazione intelligente e completa, che secondo me è economicamente, socialmente e culturalmente vantaggiosa, tuttavia può non esserlo nel momento in cui si verifichi una integrazione parziale.

5 – I migranti ci servono?

Siamo troppi al mondo, circa 8 miliardi di individui, ed in Italia ci si lamenta perché nascono pochi bambini, quindi nel nostro paese stiamo invecchiando. Questo ha delle conseguenze enormi sotto tutti i punti di vista: lo spopolamento delle città, il prezzo delle abitazioni che diminuisce, il prezzo degli asset che diminuisce, l’innovazione culturale calante; un paese che invecchia è un paese problematico.
Esiste un buon numero di persone che propone politiche per stimolare la natalità, qualcuno che si oppone all’immigrazione ed un mondo dove siamo troppi.

Una ridistribuzione della popolazione mondiale potrebbe essere utile, anche se la domanda: “I migranti ci servono?” mi sembra piuttosto provocatoria. Questa ridistribuzione è stata riproposta in tante esperienze, soprattutto in Spagna per ripopolare i comuni montani che stavano morendo, ma anche in Russia quando la capitale venne spostata da Mosca a San Pietroburgo.

Qualche anno fa incontrai Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, e lui mi raccontò di come il suo paese fosse rinato grazie agli immigrati. Ma Riace non è rinata semplicemente perché gli immigrati si sono spostati lì, ma perché il panettiere ha iniziato a vendere loro il pane ed il carpentiere ha iniziato ad aggiustare le loro case.
Le città come Genova, che stanno sperimentando un invecchiamento cronico della popolazione, hanno bisogno di un afflusso demografico caratterizzato da giovani e popolazione in età lavorativa, il quale potrebbe fare del bene all’economia nel suo complesso.

Aggiungo un altro elemento che viene percepito come secondario dalla maggioranza di persone ma che sicuramente non è banale. L’immigrazione in Italia, come ho già detto, è composta maggiormente da immigrati mediamente molto istruiti. Questo significa portare in Italia persone che è stato costoso formare, sia per la famiglia che per lo stato d’origine. Quindi abbiamo l’opportunità di fare free-riding su paesi, anche più poveri, che stanno formando persone che noi potremmo inserire. Gli Stati Uniti hanno fatto la loro ricchezza su questo meccanismo, oltre che aver riformato il loro sistema universitario sui laureati, inclusi gli italiani, che si sono spostati nel loro paese degli anni 30 in poi.
Ciò nonostante l’Italia sta perdendo attrattività nei confronti degli immigrati laureati, mentre qualche anno fa si vedevano dei livelli di istruzione molto elevati, ora stanno progressivamente diminuendo. Nel frattempo i laureati che migrano in paesi come Stati Uniti e Canada aumentano in continuazione.

Forse ho una visione un po’ catastrofista, ma scegliere se avere immigrati o no in un determinato paese non è una variabile di scelta. La migrazione umana è un fenomeno così grande che dobbiamo semplicemente assumerlo come un dato; non si riesce a chiudere una frontiera.
Tuttavia possiamo decidere come gestire questi flussi, infatti se io decidessi che ufficialmente nessuno può entrare in Italia legalmente, il numero di immigrati regolari in Italia si azzererebbe per legge. Questo non significa che l’immigrazione verso l’Italia si annullerebbe, ma significa che l’immigrazione irregolare aumenterebbe a discapito di quella regolare. Quindi il punto non è se isolarsi dal resto del mondo o non farlo, anche perché addirittura gli Stati Uniti, che hanno un confine relativamente facile da controllare ed un esercito efficientissimo, non riescono a bloccare l’immigrazione. Poi si può fingere politicamente che si possa bloccare l’immigrazione, ma è veramente una finzione.

6 – Effetti positivi e negativi degli immigrati sulla fiscalità?

Sulla fiscalità ho fatto degli studi abbastanza accurati, però ormai sono fin troppo vecchi.
Ho fatto una fotografia di tutto quello che gli immigrati pagano in imposte, tasse, ecc… e tutto quello che ricevono in trasferimenti di tipo pubblico di vario tipo. Per farla breve gli immigrati danno un apporto piuttosto elevato alla fiscalità generale.

La maggior parte delle spese sociali si concentrano nei primi anni di vita di un individuo, nel periodo delle cure e dell’istruzione, poi di nuovo nell’età avanzata, a causa delle spese sanitarie e delle pensioni. Gli immigrati invece, in questo periodo storico, sono concentrati nella fascia di età lavorativa, per cui hanno poche spese sociali e tasse relativamente più elevate. Di conseguenza, da un punto di vista di finanza pubblica, stanno dando un contributo piuttosto positivo.

Tuttavia questa è una risposta statica; infatti col passare del tempo quando gli immigrati che sono arrivati adesso inizieranno ad invecchiare, allora le cure e le spese di istruzione per i loro figli aumenteranno, così come aumenteranno le loro spese sanitarie e le spese pensionistiche, quindi il quadro potrebbe cambiare, ma oggi hanno un apporto molto positivo sulla fiscalità.

7 – Perché dal punto di vista economico si sviluppano delle dinamiche di ghettizzazione urbanistica su base etnica?

Esistono dei processi umani di empatia nei confronti del simile e di avversione nei confronti del diverso. Questo fa sì che le persone tendano a sopportare solo una percentuale contenuta di gruppi minoritari nel proprio quartiere o nella propria area di riferimento, oltre la quale nasce un’opposizione. L’opposizione si manifesta in avversione espressa tramite il meccanismo di voto, oppure attraverso il cambio di residenza, che è uno studio che sto conducendo sulla città di Milano.

La tendenza a spostarsi da determinate zone in altre porta alla creazione di aree relativamente omogenee, questo possiede anche un aspetto economico: i prezzi delle case. Se questi processi modificano i prezzi delle case allora i meccanismi di segregazione su base etnica esistono nella misura in cui la base etnica coincide con quella economica. Quindi gli immigrati, che sono relativamente più poveri, verranno progressivamente espulsi dai quartieri più ricchi e viceversa, quindi alla fine del processo si presenta una geografia urbana più segregata di quanto non fosse inizialmente. Alcuni autori sottolineano gli aspetti positivi di avere queste forme di segregazione, perché si è facilitati negli scambi linguistici, o negli aiuti sociali. Molti altri autori sottolineano invece come le forme di ghettizzazione aumentino l’opposizione all’immigrazione e riducano le possibilità di mobilità sociale.

A prescindere dalle considerazioni economiche, se io preferisco avere un vicino italiano, man mano che aumenta il numero di non italiani nel mio quartiere tenderò a stare peggio, fino a che mi muoverò. È un processo che porta alla segregazione su base culturale, che poi corrisponde con quella economica.

8 – Quali possono essere i meccanismi (economici / sociali / urbanistici) che possano invertire questa tendenza?

Sicuramente il contatto tra le persone facilita l’integrazione economica, culturale, linguistica, ecc… Si potrebbe iniziare dagli immigrati dei quali possiamo decidere la localizzazione, per esempio i richiedenti asilo. Invece di concentrare gli immigrati in determinati centri in cui hanno una visibilità eccessiva agli occhi delle persone, si potrebbe iniziare a distribuirli in abitazioni private sfitte, o laddove ci fosse la possibilità di ospitarli. In questo modo si aumenterebbe la possibilità di contatto e contaminazione.
Quello che è stato fatto dagli Stati Uniti durante il nazismo ed il fascismo, quello che è stato fatto nell’immediato dopoguerra con l’accoglienza dei rifugiati della Seconda Guerra Mondiale, quello che è stato fatto negli anni 50-60 in Italia con la distribuzione dei meridionali al Nord, suggerisce come il problema, probabilmente, sia la mancanza di un’idea di Stato privo di divisioni forti, e non l’immigrazione in sé.

Detto questo, se è vero che in Italia il problema è la diminuzione della popolazione e quindi uno svuotamento delle città, non ci sarà bisogno di costruire nuove case o nuove infrastrutture, ma si potrebbe approfittare dell’attuale situazione per calmierare l’eventuale discesa dei prezzi. Città come Milano e Torino resisteranno, ma ci sono dei paesi nel Sud Italia che si stanno completamente svuotando.

Per quanto riguarda le infrastrutture politiche, secondo me, bisognerebbe accelerare i processi di integrazione, come ad esempio concedere agli immigrati la possibilità di votare, quindi dei percorsi più rapidi di acquisizione della cittadinanza. Questa operazione ridurrebbe la convenienza politica di individuare gli immigrati come target di tutti i problemi, perché diventerebbero un bacino da allettare politicamente e questo potrebbe bilanciare i poteri in campo.

9 – A seguito delle analisi affrontate, quali sono le infrastrutture necessarie ad una Integrazione Attiva dal punto di vista economico?

Forse perché ho studiato molto l’argomento, o forse perché sono così caratterialmente, non credo ci siano soluzioni semplici, specialmente se il problema è complesso.

L’unica cosa che so con certezza è che ogni tentativo di chiudersi è velleitario, quindi bisogna agire con intelligenza in ogni singolo settore, dall’urbanistica all’economia. L’immigrazione deve essere integrata in maniera virtuosa, senza creare opposizioni, che oggi si traducono in contrasti tra italiani ed immigrati, ma domani saranno tensioni tra italiani ed italiani costituiti da una minoranza etnica.

La mia risposta è che non so rispondere, però mi riservo di rispondere per i settori che conosco, concentrandomi particolarmente in problemi specifici. Bisogna rimboccarsi le maniche e risolvere i problemi volta per volta, creare opposizioni tra gruppi di persone è la strada più pericolosa.

Io ribalterei la prospettiva. Qual è il ruolo dello Stato? Cosa sta fallendo in questo momento nella sua funzione di pianificatore generale? L’immigrazione da questo punto di vista diventa un fenomeno ma anche un sintomo dei nostri fallimenti nel gestire le situazioni.

 

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Marco Grattarola AdministratorKeymaster
Si laurea in Scienze dell’Architettura nella Scuola Politecnica di Genova con una tesi sull'”Architettura Attiva”. Consegue due tirocini, in una galleria d’arte ed in uno studio di architettura. Attualmente frequenta il Master al Politecnico di Milano. I suoi interessi spaziano dalla musica al disegno, nei quali si cimenta con curiosità e passione.
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