La capsula del Tempo: intervista a Joseph Grima

La capsula del Tempo: intervista a Joseph Grima

Joseph Grima (1977) è architetto, curatore e saggista.
Dal 2017 è Direttore creativo della Eindhoven Design Academy.
Nel 2014 è stato nominato Direttore artistico di Matera Capitale Europea della Cultura 2019.
È fondatore e partner dello studio Space Caviar, che si occupa di architettura e ricerca indagando le relazioni tra design, tecnologia, teoria critica e spazio pubblico. Lo studio si occupa di costruzioni, pubblicazioni, esposizioni e film, presentati presso istituzioni internazionali, fra cui la Biennale di Architettura di Venezia, il Vitra Design Museum, il Victoria & Albert Museum, il Metropolitan Museum of Art e il Barbican Centre.
Dal 2014 al 2017 è stato Direttore di IdeasCity, programma itinerante di conferenze e residenze organizzate dal New Museum of Contemporary Art di New York.
Nel 2014 è stato nominato Co-Curatore della prima edizione della Chicago Architecture Biennial, la più grande esposizione di architettura contemporanea nella storia del Nord America.
Nel 2012 è stato Co-Direttore della prima edizione della Istanbul Design Biennial.
Dal 2011 al 2013 ha diretto la rivista “Domus”.
Ha curato diverse biennali ed esposizioni in Europa, Stati Uniti e Asia. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università in Europa, Asia e America, fra cui lo Strelka Institute of Media di Mosca, sotto la direzione di Rem Koolhaas.
È stato membro di giurie internazionali, fra cui, nel 2010, la giuria della Biennale di Architettura di Venezia, diretta da Kazuyo Sejima.

1 – Siccome sei venuto a contatto con diverse culture nell’arco della tua formazione ed attività professionale, sapresti indicare se esiste un binomio stile-cultura? Se sì, uno dipende dall’altro? Oppure sono indipendenti?

Credo sia molto interessante il fatto che abbiate scelto lo “stile” come argomento di discussione, proprio perché è poco attuale.
Chi ha studiato storia dell’architettura sa che ad una determinata epoca, corrisponde generalmente uno “stile” che la definisce. Lo “stile”, storicamente, rappresenta un certo codice estetico che coincide parallelamente con un periodo storico.
Questo meccanismo ha caratterizzato la maggior parte della storia.

Tuttavia, credo che dopo il Decostruttivismo, che è stato uno stile/non-stile estremamente limitato, quasi esclusivamente teorico, sia iniziata la nostra epoca definita dall’”assenza di stile”. Dagli anni ’90 in poi non credo si possa parlare di uno “stile” unificante.
L’assenza di confini geografici e culturali si esprime anche attraverso l’”assenza di stile”. Esistono tendenze e contaminazioni che uniscono i progettisti, ma la parola “stile” è estremamente inattuale.

Forse il vostro fascino riguardo a questo concetto nasconde una sorta di nostalgia, per un’era in cui l’architettura aveva un ruolo centrale nella società e nella produzione culturale.
Non credo ci sia bisogno di essere nostalgici, ma anzi propositivi. Infatti, ritengo sia un bene che in questo momento non esistano gli “stili”.

L’architettura ha fatto degli autogol clamorosi, il Postmoderno, ad esempio, è stato l’espressione della ritirata dell’architettura in se stessa, della perdita di ambizione. L’idea che l’architettura potesse cambiare il mondo era stata tradita, e dopo la generazione post-CIAM, come il Team X, si era capito che fosse più conveniente lavorare sull’individuale piuttosto che sul molteplice.
L’indulgenza dell’architettura nell’interesse teorico verso uno stile grafico e compositivo, con zero impatto sociale, ha cambiato drasticamente il ruolo dell’architettura stessa. Aldo Rossi è stato indubbiamente una figura geniale, ma la sua generazione ha avuto una grande responsabilità rispetto alla perdita del ruolo sociale dell’architettura.
Adesso l’architetto è una figura quasi decorativa, chi plasma la città non sono più gli architetti, ma sono i developers, gli immobiliaristi, ecc… L’attrazione fatale verso uno “stile” ha fatto perdere l’orizzonte, tagliando fuori l’architettura dal ruolo di responsabilità rispetto alla città contemporanea.

2 – Sei stato il più giovane Direttore Editoriale di “Domus” (2011/2013), alla luce di questa esperienza come pensi che un magazine possa veicolare ed interpretare la Cultura del nostro tempo?

Non è necessariamente vero che una rivista possa farlo, non lo darei per scontato. Girerei la domanda in questo modo: “Può un magazine veicolare ed interpretare la Cultura del nostro tempo?”

Soprattutto nel periodo di “Domus”, proprio per il fatto di essere stato un direttore abbastanza giovane, paradossalmente, mi interessava l’idea della creazione di una sorta di capsula del tempo.
Le riviste cartacee, oggi, hanno una circolazione talmente limitata che la loro vera influenza è attraverso il tempo. “Domus”, preso complessivamente, è un archivio incredibile per quanto riguarda l’evoluzione del pensiero, la notizia singola riportata sulla rivista non è particolarmente interessante. Quindi, il mio progetto personale è stata l’analisi del contemporaneo, cercando di analizzare il corpus offerto dal magazine, interpretando il presente in una maniera non tanto rivolta ai lettori del momento, quanto ai lettori del futuro. Ho cercato di sistematizzare un archivio di preoccupazioni, di urgenze, di pensieri che appartengono a questo momento storico e che potrebbero non essere chiari a chi leggerà il magazine in futuro.

Comunque, la vera eredità che ho lasciato a “Domus” è stato probabilmente il sito web. Trasformando radicalmente la testata digitale, andando oltre la pubblicazione di comunicati stampa, ma creando una piattaforma online di riflessione e scambio che durasse nel tempo.
Il web, purtroppo, è quasi inevitabilmente destinato a volatilizzarsi, a non lasciare segno, nonostante tutti facciano archivi online basta che si stacchi una spina che sparisce tutto.

Quindi, la mia intenzione è stata giocare su questi due spettri temporali, quello immediato e quello della lunga durata, che poi a mio avviso dovrebbe essere il meccanismo di tutti i magazine. Tant’è vero che nel numero “Domus 1000”, il Direttore Editoriale di allora chiamò tutti gli ex direttori in vita, che sono circa una decina, me compreso, offrendo ad ognuno 8 pagine per esprimere un’idea, un progetto, una riflessione, io per esempio ho fatto un fotoromanzo. Questi contributi sono stati inseriti all’interno di tre capsule del tempo, che sono state seppellite in tre continenti diversi e che potranno essere riaperte solamente per la pubblicazione di “Domus 2000”.
Trovo che l’inerzia di queste riviste sia unica ed irripetibile.

I magazine, quindi, sono delle capsule del tempo difficilissime da cancellare. Se tu volessi eliminare il ricordo di un personaggio che è stato pubblicato, dovresti andare a recuperare tutte le copie prodotte. Se volessimo fare un’analogia, le riviste potrebbero essere come un “database diffuso”, un po’ come un blockchain della conoscenza, come i libri, che attraverso la loro diffusione geografica rendono veramente difficile rimuovere completamente l’informazione pubblicata.

3 – Il “Museo del Design” è un contenitore cronologico di modi di fare le cose e sembrerebbe che l’architetto-designer, in alcuni casi, si comporti in modo diverso quando produce design piuttosto che quando produce architettura, sia dal punto di vista formale che concettuale; questi prodotti di design sono testimoni del loro tempo specifico e le architetture sono pensate senza tempo? Se sì, quali sono gli aspetti che permettono al prodotto di vivere nel tempo? Ha bisogno di sopravvivere al tempo?

Quello che veramente viene fuori dal “Museo del Design” è il fatto che questi oggetti raccontino una storia dell’Italia, della cultura occidentale in un certo momento storico. Gli oggetti in sé non è che mi interessino molto, trovo estremamente intriganti le storie che sono alle spalle di questi prodotti, tutto ciò che ha portato alla loro produzione. Per questa ragione ci sono dei telefoni che cercano di estrapolare il contesto, di dare vita all’oggetto, di dargli quasi una voce, come se gli oggetti potessero raccontare sé stessi. (I telefoni citati sono delle cornette che se avvicinate all’orecchio trasmettono la voce del progettista, il quale racconta la storia dietro la creazione del prodotto)

La valutazione estetica del grande capolavoro del design credo sia una questione soggettiva e personale. L’espressione del genio individuale non mi interessa. Ritengo che l’elemento che possa definire un capolavoro del design sia la confluenza, in quell’oggetto, di tante persone, la sublimazione di un pensiero complesso e sofisticato del quale l’oggetto diventa espressione.
Inoltre, penso che i prodotti esposti nel Museo acquistino ancora più potenza nella misura in cui sono in grado di dialogare tra loro. Perciò, l’insieme assume la dimensione di una sorta di capsula del tempo.

4 – Gli oggetti esposti arrivano fino al 1982. Ma se ti avessero chiesto di allestire un “Museo del Design Contemporaneo”, avrebbe avuto la stessa formula o sarebbe stato diverso?

Sicuramente molto diverso, perché oggi il design non è più al centro delle nostre preoccupazioni.
Il nostro animo è mosso da un oggetto di design se il prodotto in questione tratta di temi esistenziali, e per un certo periodo è stato così, proprio attraverso oggetti di uso quotidiano, come sedie, tavoli, ecc… Per esempio, Alessandro Mendini che brucia la sedia nell’opera intitolata “Lassù” era una ricerca umana, quasi mistica, attraverso un oggetto di uso quotidiano.

Oggi le preoccupazioni sono diverse, ed abbiamo “Broken Nature” alla Triennale che parla di come i designer stiano affrontando temi più complessi e frastagliati, anche nelle loro forme. Quindi un “Museo del Design Contemporaneo” avrebbe una formula completamente diversa, ma è questo il bello. Ciò che rende il design interessante è la sua abilità di elevare le preoccupazioni e le urgenze contemporanee in oggetti.

5 – Il “Museo del Design” racconta un artigianato-industriale, reazione al proprio tempo, oggi possiamo parlare di artigianato-multimediale? Se sì, cosa vuol dire?

C’è l’abitudine di analizzare la produzione contemporanea attraverso la lente della rivoluzione digitale. Io non vedo discontinuità tra quello che avveniva prima rispetto a ciò che avviene adesso. Qualsiasi creatore utilizza gli strumenti che ha a disposizione, che siano questi digitali oppure no.

Trovo un’equivalenza incredibile tra i modi di lavorare di una volta con quelli odierni, come tra Enzo Mari che aveva l’ossessione dell’archivio e chi sistema il proprio hardware in maniera perfettamente strutturata. Le dinamiche sono le stesse ma prendono forma in materiali diversi, e credo che questo non sia determinante. Probabilmente tra 50 anni ci saranno altri materiali ma le stesse modalità, non vedo uno stacco così forte con il passato.

6 – I media si sono trasformati da “avanguardia”, novità e rottura con il passato, a standard generalizzato e radicato nell’arco di pochi anni; come stanno influenzando la cultura architettonica e come potrebbero farlo? Stanno definendo nuovi “stili”? Se sì, quali?

Social come “Instagram” e piattaforme come “Dezeen” stanno generando un’ecologia della rapida consumazione dell’immagine architettonica, ma potremmo dire dell’immagine in generale. Questi media sono caratterizzati da un consumo dell’immagine che non è destinata a durare nel tempo, ma appunto, ad essere consumata in tempi brevissimi. Inevitabilmente il progettista si trova a fare i conti con questa realtà; come questo progetto può essere rappresentato? Che tipo di reazione avrà? Quanti like riuscirà a raccogliere? Quanto sarà condiviso?

In fin dei conti questa non è una novità assoluta; Le Corbusier ritoccava le fotografie delle sue case togliendo fili e lampioni, addirittura eliminando la presenza del mattone siccome, secondo i suoi canoni ideali, doveva essere costruito tutto in calcestruzzo. Anche prima, attraverso le immagini, si cercava di simulare una certa idea, oggi questa tendenza ha avuto un’accelerazione tale che siamo tutti coinvolti in questa grande finzione.

Piuttosto, bisognerebbe domandarsi se questa dinamica sia diventata effettivamente una delle primarie considerazioni nel momento in cui si contempla l’architettura. Ovviamente è uno sviluppo pericoloso e credo che assomigli ad una spirale che tende verso uno “stile” del “non-stile”, uno “stile effimero”. L’obiettivo di tutto questo è un qualcosa che svanisce, pensato solo per catturare l’attenzione in un determinato momento.

Quale sia il rimedio? Non penso ci sia bisogno di un rimedio ma ritengo che anche questo fenomeno, come gran parte delle cose, si comporti come un pendolo e tenda ad oscillare nella direzione opposta. Spero che questa incredibile ossessione dell’architettura rispetto all’immagine porti ad un rifiuto dell’immagine stessa, un’overdose. Possiamo immaginare che l’architettura tra 30 anni esploda in un rigetto totale della produzione dell’immagine e che inizi ad operare su un piano totalmente diverso.

Credo che questo caos visivo attuale, in cui i progettisti sono ossessionati semplicemente dalla produzione di un’immagine più bella di tutti gli altri colleghi, sia l’espressione totale di superficialità e sono convinto che manchi un pensiero condiviso e collettivo che porti alla polifonia di un’idea radicalmente nuova.
In questo senso il “Bosco Verticale” di Stefano Boeri è un tentativo notevole. Oltre al fatto che sono appartamenti di lusso a Milano ed oltre alle critiche che sono state mosse, all’interno di quel semplice progetto, perché se vogliamo l’idea è quasi banale, c’è in realtà qualcosa di più ambizioso, c’è una visione collettiva, c’è l’intuizione di una città che non rinnega la natura ma l’abbraccia, la coinvolge. Se questo concetto fosse condiviso anche da altri potrebbe diventare, forse, un nuovo “stile”, quello che Boeri chiama la città non-antropocentrica.

7 – Come ti rapporti con gli allestimenti? Sono legati al contesto? Sono legati alla tua cultura o a quella che vuoi raccontare? Entrambe? Contenitore o contenuto?

Generalmente funziona così: c’è un comitato scientifico che vaglia le proposte, quindi si decide di fare una mostra a tema “X”, viene selezionato il curatore che prepara un registro di contenuti e decide chi farà l’allestimento, si organizza la produzione, si inaugura la mostra e sono tutti felici e contenti.

Secondo me c’è un problema in questa modalità che si è consolidata, ovviamente non c’è nulla di sbagliato, anzi, il problema è che è troppo corretta. Ci si dimentica troppo spesso che fare una mostra è una sorta di storytelling, come fare un film per intenderci, quindi bisogna mettere in dubbio tutto. Trovo estremamente problematico tracciare una linea di separazione netta tra l’azione di curatela e quella dell’allestimento. Ho sempre pensato alle mostre come una sorta di progetto architettonico, non nel senso di fare una pseudo architettura, ma riflettendo su come il progetto possa aiutare nel racconto della storia che si vuole raccontare, sono due aspetti inscindibili.

Soprattutto in Italia, siccome le opportunità di progettazione architettonica sono molto limitate, la produzione di allestimenti è diventata una sorta di valvola di sfogo per gli architetti, un surrogato. Negli ultimi anni sono stati proposti allestimenti sempre più eroici, sempre più estremi e fini a sé stessi. Questo aspetto genera allestimenti molto più forti delle opere proposte, soffocando completamente il contenuto che l’esposizione dovrebbe innalzare.
Per questa ragione nel “Museo del Design” si è scelto di non dare l’incarico ad un individuo che si sarebbe trovato in una situazione di “conflitto d’interessi”, che avrebbe dovuto scegliere tra mettere in primo piano gli oggetti oppure se stesso. Ovviamente è una falsa dicotomia, è possibile fare entrambe le cose, però la tentazione generale è quella d’inserire operazioni molto forti dal punto di vista compositivo, che non sono assolutamente utili alla mostra, ma che esaltano il progettista.
Quindi la logica del “Museo del Design” è stata quella di dare primato assoluto al contenuto, cercando, al tempo stesso, di progettare un allestimento a servizio delle opere.

Detto ciò, non sono contrario alle mostre come esercizio di stile, ad esempio allestimenti firmati da grandi progettisti, hanno senso e dobbiamo continuare a farli. Tuttavia, non tutte le mostre devono essere concepite in questa maniera, sennò diventa noioso e penalizzante per i contenuti esposti.

8 – Quando, come e perché hai deciso che l’Architettura sarebbe stata la tua strada?

Credo di averlo deciso a sette anni quando mio padre, architetto, mi regalò una squadra di legno a scorrimento che gli chiesi per il compleanno. Avevo un’idealizzazione totale verso il ruolo del progettista e così creai un piccolo studio dove facevo le mie planimetrie.

Successivamente persi completamente interesse verso la pratica dell’architettura e volli a tutti i costi fare il geografo.

Mi piace pensare che in una certa misura abbia fatto entrambi i mestieri, perché molto del lavoro nel mio studio si esprime attraverso l’interrelazione tra progetto e geografia politica.
Il rapporto tra queste due discipline è l’approccio che mi entusiasma di più, infatti è la base del progetto di Direzione Creativa nella “Design Academy” di Eindhoven.

Comunque, le opportunità più grandi che mi ha offerto l’architettura sono l’essere parte di un team e l’aspetto progettuale nella realizzazione delle cose materiali. Ho un’attrazione ossessiva verso l’atto di creare le cose, possibilmente anche in maniera diretta, infatti non bisognerebbe allontanarsi troppo, come progettisti, dall’azione di creare in prima persona.

L’architetto è una figura di sintesi tra forme diverse d’indagine disciplinare, e questo aspetto mi ha sempre attirato. La professione possiede un forte radicamento in una certa pratica produttiva e progettuale, ma allo stesso tempo curiosità verso altre forme di conoscenza.

9 – Ad oggi qual è la tua definizione di Architettura?

Sintesi materiale della nostra cultura sul territorio.

Tuttavia, non si tratta solamente di una prospettiva funzionale, come creare un qualcosa che abbia un’utilità pratica, anche se l’aspetto dell’utilitas è molto importante, ma la vera sfida sta nella firmitas, che mi interessa di più e credo che vada intesa concettualmente e culturalmente.

10 – Quale consiglio vorresti dare ai futuri architetti?

L’architetto, dal primo giorno della sua pratica universitaria, al suo ultimo giorno sulla Terra, non può mai perdere la curiosità, la consapevolezza che non si finisca mai di imparare. Questo porta con sé anche un certo grado d’umiltà, infatti gli architetti sono propensi ad una forma d’arroganza che credo sia letale, un modo per contrastala è coltivare la passione per l’osservazione del mondo.

Curiosità, umiltà e generosità credo siano i tratti fondamentali da preservare con grande attenzione.

 

 

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Marco Grattarola AdministratorKeymaster
Si laurea in Scienze dell’Architettura nella Scuola Politecnica di Genova con una tesi sull'”Architettura Attiva”. Consegue due tirocini, in una galleria d’arte ed in uno studio di architettura. Attualmente frequenta il Master al Politecnico di Milano. I suoi interessi spaziano dalla musica al disegno, nei quali si cimenta con curiosità e passione.
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