Consulenza climatica: intervista ad Arvea Marieni

Consulenza climatica: intervista ad Arvea Marieni

Arvea Marieni è Strategy and Innovation Advisor e Manager specializzata nella cooperazione ambientale tra UE e Cina. Attualmente collabora con Brainscapital Srl e GcM Consulting Srl.
È spesso invitata a presentare eventi globali su tecnologie ambientali, transizione energetica, economia circolare e nuovi modelli di business. Si unisce anche a delegazioni a guida ministeriale (ad esempio, Primo Ministro della Finlandia, 2017; visita a Pechino guidata dal Ministro Federale per l’Ambiente Svenja Schulze, 2019). Come scrittrice poliglotta scrive regolarmente articoli e si impegna con i media internazionali. Ha una conoscenza approfondita delle politiche internazionali in materia di clima, energia e ambiente, ciclo politico e settore industriale, con una specializzazione sulla cooperazione UE-Cina.
Ricopre il ruolo di Expert Evaluator per la Commissione Europea sui bandi Horizon e altre istituzioni nazionali degli Stati membri (i.e. Finpiemonte).

1 – Perché la questione climatica è così importante? Quali sono le sfide da affrontare a livello globale? Quali gli obiettivi da raggiungere?

La questione climatica è importante perché è un rischio esistenziale per la civiltà umana.

Ti rispondo citando le dichiarazioni fatte – ma ce ne sono molte simili – dal Vice-Presidente della Commissione Europea Frans Timemrmans qualche giorno fa. Se noi non affrontiamo la crisi climatica adesso e non siamo pronti a fare qualche sacrificio, i bambini e i giovani di oggi dovranno affrontare un futuro di guerre per l’acqua e il cibo. Per vincere la sfida va trasformato il sistema economico. La prima cosa da fare è stabilire un alto prezzo delle emissioni. Oggi, per la prima volta il carbon price in Europa ha raggiunto i 50euro a tonnellata. Deve salire ancora molto.

Sul cambiamento climatico e la crisi ambientale siamo di fronte a dati scientifici certi che sono stati confermati nei fatti, forse al di là delle peggiori aspettative negli ultimi anni. Tutto ciò è noto da 30 anni. Esattamente dal 1990, l’anno della prima riunione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). L’accelerazione dei cambiamenti climatici e delle catastrofi stanno allarmando i governi di tutto il mondo. Infatti, dopo il 2018, stiamo assistendo a un cambio di marcia. Sono ormai quotidiani i richiami degli alti rappresentanti dei governi, da ultimo anche lo Special Envoy per il clima degli Stati Uniti John Kerry, ad agire con urgenza di fronte alla sfida più grande che l’umanità abbia mai affrontato.

Fino ad oggi, è di fatto mancata la volontà politica di agire. I negoziati portati avanti per trent’anni nel sistema onusiano delle COP Conference of Parties – terminavano in un nulla di fatto o poco più. Il 2020 sembra avere prodotto un cambio di marcia. Per la prima volta nella storia dei negoziati su clima e ambiente, le principali economie del pianeta, EU in testa, hanno assunto impegni unilaterali e non condizionati, per ridurre le emissioni a medio termine entro il 2030, e arrivare alla neutralità climatica entro la metà del secolo. Questi impegni vengono tradotti in legge in questi giorni. In pratica siamo usciti da quel che chiamo “il dilemma del prigioniero” dei negoziati. Con il Green Deal la UE si impegna a ridurre le emissioni del 55% rispetto al 1990, per arrivare alla neutralità climatica nel 2050. La Cina ha annunciato l’obiettivo di zero-emissioni nel 2060. Gli Stati Uniti, con la nuova amministrazione, si allineano al nuovo “consenso internazionale” sul clima e il Presidente Biden ha di recente annunciato di volere decarbonizzare il sistema elettrico del paese entro il 2035. Inoltre, dichiara di volere una riduzione delle emissioni, entro il 2030, del 50% (fino al 52%), ma rispetto ai livelli del 2005. Al di là del fatto che la “baseline” è diversa e quindi i vari impegni non sono immediatamente comparabili, il trend globale è chiaro. Tuttavia, siamo ancora ad impegni e promesse. Il grosso del lavoro, per tutti, comincia adesso.

La difficoltà principale si riscontra nel fatto che esistono dei costi importanti per ristrutturare completamente la matrice energetica e produttiva di consumo industriale, questi costi devono essere divisi tra i paesi ricchi ed i paesi poveri, quest’ultimi tuttavia rivendicano il loro diritto allo sviluppo. Ma devono essere anche gestiti all’interno delle società ricche. Una trasformazione di questa portata significa grandi cambiamenti, per esempio, nella distribuzione della ricchezza, del valore degli asset e la perdita di posti di lavoro. Sono tutte cose che devono essere gestite. Una rivoluzione industriale e una grande rivoluzione sociale.

Il cosiddetto “Accordo di Parigi”, adottato nel 2015 ed entrato in vigore nel 2016, stabilisce un quadro globale per limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2ºC rispetto all’anno di riferimento del 1990. Oggi il consenso è che sia necessario limitare l’aumento delle temperature a 1,5ºC (rispetto al 1990). Inoltre, l’Accordo punta a rafforzare la capacità dei paesi di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici ed a sostenerli nei loro sforzi.

Ora, l’IPCC ha calcolato la quantità di emissioni che l’umanità può permettersi di produrre per centrare l’obiettivo di 1,5 gradi. Si trattava allora di 420 gigatonnellate (Gt) di CO2. Le emissioni annuali di CO2 – dalla combustione di combustibili fossili, dai processi industriali e dal cambiamento di uso del suolo – sono stimate a circa 42 Gt all’anno, l’equivalente di 1.332 tonnellate al secondo. Con le emissioni a un livello costante, il budget dovrebbe essere esaurito in meno di sette anni. E di anni ne sono già passati. L’UNEP ha calcolato che per rispettare il vincolo naturale dettato dalla capacità di assorbimento dei sistemi terrestri (atmosfera e sinks di carbonio quali oceani e foreste) e per centrare l’obiettivo del grado e mezzo, ogni anno a partire da oggi le emissioni dovrebbero scendere, fino al 2030, del 7,6%. Per darti un’idea, si tratta più o meno della riduzione che abbiamo sperimentato durante il 2020 con il Covid.

La vita umana e la sostenibilità delle società sono legate ad un periodo storico in cui le variazioni di temperatura si sono tenute entro una certa banda (+ 1 / – 1 gradi centigradi). Questa è la fase dell’Olocene. Durante questa era, il clima e le condizioni del pianeta hanno consentito lo sviluppo dell’agricoltura. L’umanità ha potuto colonizzare gran parte del pianeta e godere della ricchezza delle risorse naturali. Ad esempio, le condizioni ambientali e climatiche, hanno permesso che gli oceani fossero ricchi di pesce. Oggi assistiamo a fenomeni di estinzione di intere specie. La popolazione di tonno pinna blu, per esempio, è scesa dell’85% negli anni novanta a causa della pesca eccessiva. Il punto è che né il pianeta né le sue risorse sono infinite. La triste verità è che depredandole, noi distruggiamo le basi della nostra civiltà e della nostra stessa vita.

Quando cominciano ad alterarsi le variazioni di temperatura, chiaramente vengono impattati anche i sottosistemi planetari. Ci sono poi altri agenti che noi umani immettiamo nell’ecosistema. Elementi chimici, materiali, ecc…, tutti questi hanno effetti nocivi sui sistemi naturali e sulla biodiversità. Pensa ai clorofluorocarburi che determinavano il buco dell’ozono.
Quindi, noi dobbiamo reimparare a vivere e ad operare all’interno di limiti naturali che consentono la rigenerazione e il corretto funzionamento del sistema terra, i “confini planetari” (in inglese planetary boundaries). Il confine più tristemente famoso è dato dalla concentrazione di carbonio nell’atmosfera. La velocità del cambiamento aumenta sempre più pericolosamente. Oggi siamo a PPM 420,14. L’anno scorso, il 5 maggio, eravamo a 415,67.

2 – Questo ci porta alla seconda domanda. Realizzare gli obiettivi del Paris Agreement costerebbe intorno a 68.000 miliardi di dollari (fonte: Agenzia Internazionale dell’Energia), solo per quanto riguarda la decarbonizzazione, poi parallelamente dovrebbero esserci grossi investimenti sull’adattamento di tutte le catene secondarie che in qualche modo sfruttano l’industria petrolchimica, investimenti sulla remediation, riforestazione, ecc… Dove si trovano tutti questi soldi? Esistono? Ipotizziamo 100.000 miliardi da investire sul climate change, ma poi c’è tutto il resto, come la sanità o l’educazione. Senza dimenticare che la ricchezza mondiale è stimata a 317.000 miliardi di dollari (fonte: Credit Suisse Research).

Ti risponderò con le parole dell’Inviato Speciale per il Clima del Presidente Biden, Senatore John Kerry. In primo luogo, il costo dell’inazione è molto maggiore di quel che dovremmo investire per modificare la struttura della matrice energetica e produttiva mondiale. Inoltre, si tratta di investimenti, non di costi. Kerry chiama questa la più grande sfida mai affrontata dagli esseri umani, ma anche la più grande opportunità economica della nostra storia. Ieri, la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ricordava come all’inizio dell’epopea americana, quella che ha visto l’integrazione economica e finanziaria degli Stati Uniti, la costruzione delle infrastrutture, e in particolare delle ferrovie, ha permesso di gettare le basi per il sistema finanziario americano. Immagina che cosa possiamo fare oggi che abbiamo da ricostruire tutto.

Nella nostra economia globale non abbiamo dato un prezzo, fino ad oggi, alle cosiddette esternalità, che sono l’impatto negativo che viene creato non soltanto sull’ambiente, ma anche sulla salute umana (ad esempio le particelle inquinanti nell’aria che danneggiano i polmoni), così come non sono prezzate la rarità e la scarsità di certe risorse (come acqua, aria, le risorse naturali fondamentali, ecc…), le quali non soltanto non sono rinnovabili, ma sono anche essenziali per la nostra sopravvivenza. Quindi, piuttosto che fare un ragionamento sul costo, farei una riflessione sul valore attribuito alle risorse dal nostro modello economico. Questa è la vera rivoluzione. Cambiare le leve del sistema economico. Il valore di tutte le cose.

Il nostro modello economico si è sempre basato sull’idea d’infinitezza delle risorse, purtroppo la realtà dei fatti è differente. Però dal 2012 questo paradigma ha iniziato a cambiare. Al World Economic Forum di Davos è stato presentato un documento fondamentale intitolato: “Towards the Circular Economy: Accelerating the scale-up across global supply chains”, preparato dalla Fondazione Ellen MacArthur e dalla McKinsey & Company. Questa analisi parte dall’osservazione reale del fatto che stiamo per andare verso una finitezza delle risorse, in alcuni casi vediamo già dei conflitti, come per quanto riguarda i metalli utilizzati dall’industria elettronica. Perciò, il documento sostiene che si debba abbattere il rapporto tra la quantità di risorse utilizzate per la produzione di un’unità di prodotto. Soprattutto che sia necessario fare in modo che i prodotti durino più a lungo (non-obsolescenza, l’Unione Europea si sta muovendo in questo senso), riducendo il sub-problema dei rifiuti, ma anche evitando una perdita economica, giacché all’interno del prodotto buttato sono conservate le risorse ed il lavoro. Il cambiamento di paradigma del quale stavo parlando è caratterizzato dal fatto che, per la prima volta, l’economia ripensa sé stessa e prova a immaginare modi per “inglobare” l’ecologia. Questo deve essere il frutto di un processo fatto razionalmente, ampliando il numero delle variabili prese in considerazione, per esempio il valore reale delle risorse naturali. Secondo il rapporto che ti citavo, l’economia circolare può portare a una crescita addizionale del 3% in alcuni “segmenti” delle economie europee. Bisogna anche dire che vanno cambiati i modelli di consumo, slegandoci dall’economia dello spreco. I cinesi hanno appena passato una legge che vieta gli sprechi alimentari a pena di severe multe.

L’Economia Circolare non riguarda solamente la fine della vita del prodotto (riciclaggio, recupero e riutilizzo), ma è un ridisegno completo della struttura produttiva, delle catene di valore e dei processi industriali che coinvolgono tutti i prodotti, comprendendo il modo in cui questi vengono distribuiti ed utilizzati.
Queste idee cominciano già a diventare strutture e modelli industriali prevalenti, come nel Nord della Danimarca, dove esiste un caso virtuoso – operativo da decenni – di simbiosi industriale. Si tratta di Kalunborg, che ospita alcune grandi aziende europee, le quali hanno sviluppato un circuito quasi “chiuso” per alcuni flussi di materiali, all’interno del quale lo scarto di un’industria è la risorsa o la materia prima dell’altra.

Il governo cinese ha studiato attentamente il modello sopracitato al fine di ragionare sulla propria Legge riguardante l’Economia Circolare (China Circular Economy Promotion Law). Infatti, la Cina è tra i primi paesi (2008) ad aver approvato una legge sulla economia circolare. Peraltro, si tratta anche di un successo italiano, visto che in quegli anni il nostro Ministero dell’Ambiente aveva cofinanziato – insieme con la Banca Mondiale – un’iniziativa che si occupava anche di economia circolare.

3 – A proposito di nuovi modelli: quali cambiamenti strutturali deve affrontare la nostra economia? Si parla di cambiamento sociale necessario, ma in che forma? Qual è il modello?

Vorrei iniziare da qualche dato: l’Unione Europea emette il 9% delle emissioni mondiali, la Cina il 27%, gli Stati Uniti, secondo dati attuali, l’11%, l’India il 7% (il 14% entro il 2030). Questo in termini assoluti, ma quando si legge il dato della carbon intensity, ovvero la quantità di emissioni pro capite, si scopre un trend inverso: le emissioni degli Stati Uniti sono il doppio di quelle cinesi. Quest’ultimo dato restituisce l’indice dell’efficienza energetica di una struttura economica in modo molto più preciso e chiaro, che poi è anche indice di sviluppo economico. La Cina, pur crescendo moltissimo economicamente e portando fuori dalla soglia di povertà una popolazione enorme, ha cercato d’investire sull’efficienza energetica, e aumentato moltissimo gli investimenti in rinnovabili (nel 2018 il doppio degli investimenti fatti dagli Stati Uniti).

L’Europa ha emissioni pro capite minori di quelle cinesi, proponendosi come benchmark internazionale per l’efficienza “carbonica”. Questo non vuol dire che l’Europa abbia dovuto rinunciare allo sviluppo economico, rendendo l’industria meno competitiva, anzi. Spingere una normativa che tenga in considerazione le emissioni, l’ambiente e gli standard, ha permesso all’Europa di essere leader mondiale nell’adozione delle best avaiable techniques, creando condizioni d’eccellenza in alcuni comparti industriali.

Vorrei fare un esempio banale ma che permette di comprendere meglio il tema dei modelli ai quali facevi riferimento: la globalizzazione ha abituato il consumatore a comprare magliette a 5€, questo prezzo è possibile se la maglietta viene prodotta in Bangladesh, senza gestire l’acqua sporca, distruggendo le risorse in loco, senza standard ambientali che regolino le emissioni, lo smaltimento degli scarti di produzione, i coloranti, ecc… Se non diamo un prezzo a tutto questo, continueremo a comprare la maglietta a 5€ ed in Bangladesh non cambierà nulla. Se invece, per importare la maglietta nel mercato Europeo, e quindi essere venduta al consumatore, la merce costasse quello che dovrebbe costare considerato il danno ambientale che ha prodotto, allora il consumatore non la comprerebbe e probabilmente non si riuscirebbe neanche ad importare.
Il modello, in questo caso, deve essere un top-down attraverso normative, prezzi e tassazioni adeguate.

La tassazione è un tema fondamentale. Bisogna riuscire a creare un sistema che non comporti distorsioni di competitività per le nostre industrie, ed al tempo stesso scoraggiare ed impedire l’ingresso nel mercato di determinati prodotti dannosi per l’ambiente.
Invece che parlare di modelli astratti, bisogna definire misure che determino un cambiamento. Nel mondo occidentale non possiamo dare indicazioni su come ci si debba comportare (in Cina è parzialmente possibile), ma dobbiamo indirizzare i comportamenti per fare in modo che ci siano convenienze o penalizzazioni rispetto all’agire del consumatore o dell’azienda produttrice.

Vorrei aggiungere una questione fondamentale rispetto ai modelli; un altro fattore fondamentale è il cambiamento del nostro modello energetico. Deve risuonare questo slogan: elettrificazione, elettrificazione, elettrificazione!
L’infrastruttura sono le reti elettriche, ma qual è il problema? Le rinnovabili sono cresciute, ma perché non riusciamo ad assimilarle completamente? Innanzitutto, perché le energie rinnovabili sono variabili, vale a dire che sono discontinue (il vento non soffia sempre, l’energia solare è sfruttabile solo durante il giorno e non di notte, ecc…), ma soprattutto non possono essere prodotte ovunque, ad esempio in Germania la produzione più importante di energia eolica è situata nel Mare del Nord, ma la base industriale è al Sud oppure ad Ovest, dove di fatto quell’energia dovrebbe essere consumata. Il risultato è uno spreco di elettricità pulita perché non esistono le reti adatte a trasportarla dov’è necessario.
Le reti sono dimensionate per un altro modello energetico, generalmente centralizzato, dove il grosso impianto nucleare, a carbone oppure a gas, produce una grande massa di energia che viene distribuita attorno. Invece le risorse naturali, proprio perché sono naturali, dipendono da fattori specifici come il livello di insolazione oppure il vento, perciò il luogo dove è presente la risorsa non coincide necessariamente con il luogo dove viene consumata l’energia. Il trasporto dell’energia prodotta in questo modo è ostacolato dal fatto che avendo ereditato un sistema centralizzato, allora le reti elettriche sono frammentate, quindi non consentono una gestione ottimale. Questo approccio decentralizzato e multifocale ha bisogno di una tecnologia diversa rispetto a quella del passato, per esempio, di reti ultra-critiche, che sono delle reti in grado di trasportare grandi quantità di energia elettrica per migliaia di chilometri, da questo punto di vista i cinesi sono all’avanguardia. Ma anche di un modo diverso di gestire i sistemi, con l’integrazione e l’interdipendenza di produttori e consumatori, per esempio, e con modelli di business completamente diversi da quelli tradizionali. E’ chiaro che le resistenze siano enormi. Ma pensa anche alle opportunità sono enormi, e la rivoluzione è in marcia.

Anche a causa del calo della domanda durante il Covid, per la prima volta, nel 2020 le rinnovabili hanno generato più elettricità in Europa (39%) rispetto ai combustibili fossili (36%). Negli ultimi tre mesi dell’anno, la produzione da solare in Europa è aumentata del 12%, rispetto all’anno precedente, e raggiunto i 18 TWh. Quasi tutto l’aumento si deve alla sola Spagna. Mi sembra che l’Italia, anche nel suo PNRR (Piano Nazionale di Riprese e Resilienza), sia molto meno decisa nel perseguire gli obiettivi europei.

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Marco Grattarola AdministratorKeymaster
Si laurea in Scienze dell’Architettura nella Scuola Politecnica di Genova con una tesi sull'”Architettura Attiva”. Consegue due tirocini, in una galleria d’arte ed in uno studio di architettura. Attualmente frequenta il Master al Politecnico di Milano. I suoi interessi spaziano dalla musica al disegno, nei quali si cimenta con curiosità e passione.
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