Architettura e Tempo: intervista a Marco Biraghi

Architettura e Tempo: intervista a Marco Biraghi

E’ Professore Ordinario; insegna “Storia dell’architettura contemporanea” alla Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano e “Storia dell’architettura contemporanea e del Design” alla Facoltà di Arti, turismo e mercati dell’IULM.
Marco Biraghi ha pubblicato diversi saggi sulle riviste di architettura più importanti italiane ed estere e su numerosi volumi di storia dell’architettura. Tra i suoi libri si ricordano: “Progetto di crisi. Manfredo Tafuri e l’architettura contemporanea” (Christian Marinotti Edizioni, Milano 2005) e “Peter Eisenman. Tutte le opere” (Electa, Milano 2007, con P. V. Aureli e F. Purini). Ha curato l’edizione italiana di “Delirious New York” di Rem Koolhaas (Electa, Milano 2001) e raccolte di scritti di Henri Focillon, Ezio Bonfanti e Reyner Banham. Recentemente ha pubblicato “L’architetto come intellettuale” (Einaudi, Torino 2019).

1 – A suo parere quali sono le differenze che sussistono, tra oggi e lo scorso secolo, nell’atto del progettare e quindi di fare architettura? C’è oggi uno stile che caratterizza la cultura architettonica contemporanea?

Partire dalla questione dello stile mi sembra un errore. Mi sembra un falso problema. Ci sono delle differenze che si potrebbero declinare in mille modi: di linguaggio, di tecnologia, di committenza, ecc… Però mi sembra che l’ultima delle questioni sia quella di raccontare, per come la vedo io, quali fossero gli stili del ‘900 e quali sono gli stili di oggi. Forse, ad un certo punto, si potrebbe arrivare ad incrociare qualcosa che assomigli ad uno stile contemporaneo, ma dopo aver fatto tutta una serie di ragionamenti. Pensare che nel ‘900 ci fossero degli stili chiari e definiti mentre oggi manchino gli stili di riferimento mi sembra una riflessione mal impostata. Mi sembra una direzione che parte da un presupposto che non credo abbia fondamento. Ma non aveva fondamento né ieri né oggi, e non mi sembra che gli stili architettonici abbiano mai avuto una tenuta autonoma rispetto a quelle che sono le condizioni di produzione di progetto.

Oggi, ci sono delle condizioni che per molti aspetti sono molto simili a quelle di una parte del ‘900, tuttavia con un rincrudimento di alcune questioni. Parlando in senso generale, possiamo dire che riferendoci a zone della civiltà occidentale come l’Europa, il centro Europa o l’Italia, rispetto a 30 anni fa le condizioni si sono esacerbate ulteriormente, però partendo da alcuni caratteri comuni. La società capitalistica, in cui viviamo, ha imposto ed affinato sempre di più alcuni meccanismi di produzione dell’oggetto architettonico. Lo si vede, per esempio, nelle ultime grandi operazioni fatte a Milano. Queste operazioni sono state compiute sulla città con ingenti investimenti di capitale e con investitori che spesso e volentieri sono arrivati da fuori, quindi non sapendo nulla del territorio locale su cui hanno operato. Questi individui hanno parcellizzato, per questioni di opportunità, il lavoro su diversi studi. Non c’è più uno studio che fa tutto, tanti soggetti diversi fanno altrettante cose differenti.

Per i nuovi interventi a Milano, come quello di Porta Nuova, erano stati fatti due concorsi che avevano prodotto proposte di progetto da parte di Gregotti, Rossi e Canella. Tutte queste proposte, questi concorsi, sono finiti nel nulla, infatti quando questi interventi sono stati effettivamente realizzati, non si è andati a ripescare i vecchi progetti, ma si è usata una logica diversa. Una logica che in parte corrisponde a quel rincrudimento di cui ho parlato precedentemente e che si esplica in una maggior precisione nell’azione. Non si può sbagliare un’operazione del genere dal punto di vista finanziario. Non è questione di architettura, né tanto meno una questione di stile. L’architettura è una delle voci all’interno del progetto, ma non si fa un edificio per l’architettura. Si fa un edificio per altro. L’architetto, oggi più che mai, è al servizio di un potere economico e pertanto deve fare i conti con le dinamiche che lo regolano. Dunque, credo che l’architetto sia diventato un soggetto. Non è più il protagonista. Ha una posizione che a volte può anche assumere una certa importanza, però è molto più dentro alle fila di quanto non potrebbe sembrare.

2 – Al di là della parola stile, tutta da definire, continuiamo a vedere una differenza tra l’architettura prodotta oggi e quella prodotta nel ‘900. Secondo Lei è solo un cambiamento di tipo economico? Nel ‘900 c’era molta sperimentazione, c’era avanguardia, voglia di fare cose nuove. Si voleva davvero fare architettura. Oggi invece, nei nuovi grossi interventi, sembra di vedere sempre la solita facciata di vetro. Ci vediamo qualcosa di molto diverso.

Le avanguardie a cui lei si riferisce sono essenzialmente un fenomeno che si colloca intorno agli anni ’20.
Le cosiddette neo-avangurdie degli anni ’60-’70, invece, sono appunto neo-avangurdie, che non producono niente, ma non per caso. Queste realtà sono improduttive quasi per statuto, perché non si poteva più entrare in una relazione produttiva. Ci sono momenti, frammenti.

Consideriamo la politica della socialdemocrazia a Vienna, anche quello è un periodo interessante. Le Corbusier, sperimentatore per antonomasia, progetta la Maison Dom-Ino. Non era mosso da una richiesta sociale o da un consenso sociale, è un architetto che si inventa uno schema. Questa potrebbe sembrare una condizione di libertà, ma in realtà è semplicemente una condizione di non dipendenza, di non inserimento dentro ad un meccanismo produttivo.

– Però forse oggi la ricerca è inattuata!

Su questo io ho qualche dubbio, io non credo sia inattuata.
Oggi c’è molta più produzione architettonica di un tempo. È molto presente, basti guadare nelle scuole. Le scuole di architettura rappresentato un bacino contenente un’enorme quantità di studenti, certi dei quali diventano architetti che possono esercitare la professione o quello che gli pare. Ma non è che non ci sia possibilità di sperimentare.

Prendiamo come riferimento Mies van der Rohe. Mies, ad un certo punto, appena dopo la prima guerra mondiale, iniziò a fare tutta una serie di progetti come il grattacielo in Friedrichstrasse, l’edificio per uffici in cemento e la casa in campagna costruita in mattoni e cemento. Questi sono tutti progetti per cui Mies non ha commissione, è lui che decide di farli, se li inventa. È Mies che determina quale sia il tema che gli interessa approfondire. I temi sono un tipo di architetture fatte per il momento storico in cui vive, dunque lui riteneva che il suo presente avesse bisogno di questi progetti.

3 – Quali erano i fattori che caratterizzavano quell’epoca?

Una crisi economica che non consentiva di costruire, l’assenza di lavoro nel suo studio dovuta ad una serie di condizioni negative di mercato. Dovremmo rivalutare positivamente questo approccio, ed applicarlo non tanto alla crisi, ma a quel momento di passaggio che esiste tra la fine dell’università e l’entrata nel mondo del lavoro.
Perché oggi un’enorme quantità di architetti lavora in condizioni assolutamente sfavorevoli? Perché, in una qualche misura, c’è una sorta di mandato sociale che impone di andare subito a lavorare dopo aver finito gli studi?
Lavorare è l’unico parametro di misura del proprio successo, l’unica forma per poter dire “io esisto”. Tuttavia, ritengo che se una persona ha le possibilità, dovrebbe prendersi un anno sabbatico per poter ragionare liberamente su cosa sia realmente necessario oggi, su cosa manca e su cosa bisogna mettere la testa in alternativa a quello che c’è. Questa non la si può forse chiamare sperimentazione? Perché non la sia fa? Non c’è nessun impedimento.
Questa idea che ci si ritrovi inseriti in una specie di meccanismo, in cui non si sceglie ma si deve essere scelti, credo sia un mito che trascende l’individualità ma che, per quanto difficile, sia necessario sfatare. Credo che questa sia una questione importante, dopodiché la sperimentazione la si può fare individualmente o in gruppo come sta succedendo in questi anni in Italia. Oggi, in Italia, c’è la proliferazione di gruppi di architetti che si sono messi insieme a produrre, senza magari avere del lavoro effettivo, ma generando disegni o intrattenimenti di vario genere. Questa è una sperimentazione? Lo lascio dire a voi… senza dubbio sono forme di reazione, io credo.

4 – Qual è allora il percorso migliore per indagare sullo stile del nostro tempo?

Lo stile definisce un qualcosa che presenta caratteri abbastanza riconoscibili e ripetibili, tanto da fissare anche tenui regole. Insomma, qualcosa che potrebbe identificare alcuni caratteri distinguenti. Però, di nuovo, è questo il problema? Ciò che manca è uno stile distinguibile per la nostra epoca? Io credo di no.

Guardando i render prodotti dagli studi “medi”, vediamo immagini che si assomigliano molto tra loro. Io credo che sia il frutto, oltre che di una specie di sentire comune, di un qualcosa che forse un domani sarà riconosciuto come stile della nostra epoca. Come nello stile moderno riconoscevamo il volume bianco, oggi c’è questo modernismo riveduto, apparentemente un po’ più sciolto e casuale. È questo lo stile della nostra epoca? Non lo so, ma anche se lo fosse, che tipo di contributo porterebbe questo tipo di unificazione?
Quel tipo di architettura che personalmente ritengo, senza qualificarla o squalificarla, non particolarmente rilevante, non ci offre nuovi spunti se la associassimo ad uno stile “X”. Cosa dovrei guadagnare da questo processo? C’è una ideologia sottostante?

Il moderno era, solo apparentemente, uno stile. In primis ha rappresentato un profondo cambiamento nel modo di approcciare la questione dell’architettura. Questo perché si rivolgeva a classi meno abbienti, anziché ai soliti soggetti a cui l’architettura si era sempre rivolta. Si faceva sperimentazione sulle case economiche popolari in termini non stilistici ma sostanziali. Poco spazio ma organizzato razionalmente! Il moderno è stato un tentativo di applicare standard qualitativi, se pur in una certa misura, a contesti dove c’era poco finanziamento.

5 – Quali sono le necessità contemporanee, le nuove frontiere?

È qua che casca il discorso. Quel tipo di residenza che evocavamo prima, oggi fa riferimento ad una classe media. Una grande fascia della società, che non è portatrice di grandi ideali e la cui unica aspirazione è quella di un upgrade, ovvero un miglioramento della propria condizione, che comunque deve apparire migliore di quanto poi non si collochi all’interno della società, così come la loro casa.

Poi, a corollario di questo, ci possono essere ideali contemporanei: il verde, le preoccupazioni di tipo ambientale e climatico, ecc… ma sono più caratteristiche ideologiche che altro.

6 – Ma Lei pensa che il modo di abitare di oggi sia lo stesso di quello dello scorso secolo? Con le nuove esigenze, imposte dalla nostra società, non crede che ci debba essere un nuovo modo di vivere e quindi un nuovo modo di progettare?

È evidente che ci siano differenze dal punto di vista sociale, di organizzazione del lavoro, del tempo libero e tanti altri fattori in mutamento. Alcune grandi azioni sono rimaste invariate, altre abitudini invece sono cambiate, ma secondo me l’architettura fa ancora fatica a tradurre questi cambiamenti in spazio. Può tradurre ciò in dotazioni tecnologiche, come la cosiddetta “casa domotica”, ma raramente questi cambiamenti influiscono effettivamente sullo spazio.

7 – Qual è la sua opinione critica nei confronti dell’architettura che viene prodotta oggi? Vorremmo sapere anche cosa ne pensa della relazione tra forma e contenuto nell’architettura contemporanea. Oramai il “concetto” è diventato l’immagine proposta dai social. Un’immagine che non risponde più a dei ragionamenti critici ed architettonici, ma che è prettamente estetica e visuale. Lei cosa ne pensa?

Non ci sono dubbi sul fatto che sia un po’ questa la tendenza. C’è stato un distacco per quanto riguarda la questione estetico-formale, ma non è che gli edifici funzionino meno di un tempo. Non c’è nessun tipo di richiesta, e quindi neanche di offerta, per quanto riguarda un nuovo tipo di ragionamento sullo spazio. Sempre rimanendo nel campo residenziale, forse i tagli degli appartamenti non sono più neanche affari da architetti. All’architetto viene chiesto di fare un involucro, poi quello che succede all’interno è più o meno prestabilito da standard e vincoli che guardano al risparmio spaziale ed economico. Il “concetto” che informa le pratiche contemporanee dell’architettura è questo.

Io non credo che oggi si faccia brutta architettura, o un’architettura che non funzioni, o che sia meno interessante rispetto ad altre epoche. Credo che l’architettura sia sempre più legata a quei processi produttivi con i quali fa fatica a trovare una sua autonomia. Un tempo c’erano dei margini, anche di ragionamento sugli spazi, che l’architetto si prendeva. Dei margini dentro alle condizioni. Oggi, per ragioni anche molto spiegabili, c’è un mercato che chiede e molti architetti che si offrono. C’è poca critica da questo punto di vista. Le cose più interessanti sono quelle che si possono ancora fare, piuttosto che quelle che già esistono. Io credo che oggi, non meno di ieri, esista un problema di coscienza e non di reale possibilità. Oggi non ci è impedito nulla, ce lo impediamo da soli. Non ci sono condizioni, ad eccezione di quelle legislative, che l’architetto debba obbligatoriamente seguire. Ci sono ancora possibili margini di dialettica. Quello che dice il cliente non deve essere assunto come un vangelo.

Ritengo che sia necessario uscire da questa specie di incantamento e si debba contrattare quelle condizioni che ancora si possono mettere in discussione. Ma come si contrattano? Innanzitutto avendo una idea. È chiaro che non può avere luogo una discussione senza una controproposta. Bisogna capire i processi, quali sono le condizioni di fattibilità economica, e poi condurre quella sperimentazione di cui abbiamo parlato.
Nel mondo ci sono università che finanziano la ricerca, mi pare che qui da noi la cosa avvenga meno. Ciò ci pone in una sorta di auto-produzione, di auto-apprendimento, per il quale dobbiamo essere noi a produrre delle condizioni in cui si riesca a tirare fuori la sperimentazione, la ricerca e l’ideazione. I giovani dovrebbero aspirare a questo. Non tanto a riprodurre le condizioni esistenti semplicemente rispecchiandole, ma andando a interpretarle in maniera diversa. Esattamente facendo quello di cui lamentate la mancanza. Quello di cui si lamenta la mancanza, alla fine, è quello che si vuole fare e che si deve fare.

8 – Quale può essere la formula per fare quello che dice Lei?

Io non sono affatto negativo nei confronti dell’oggi, né tanto meno del domani. Credo che anche la generazione di oggi sia ben attrezzata, però deve dimostrare di essere capace di cambiare le cose. Ci vogliono idee, impegno, abnegazione e concentrazione. Se prima l’architettura era un ideale, mentre adesso è un mestiere, di chi è la colpa? Non lo so. Non è che non si possa tornare indietro, basta impegnarsi. È banale, ma sembra di essere dominati da un’entità superiore che ci limita l’azione. Invece no, possiamo agire! Se non lo si fa è perché siamo troppo deboli.

Aldo Rossi era un pessimo studente, ma aveva qualcosa che lo animava in una maniera superlativa e queste persone non si distinguono per caso. Io credo che, contro le condizioni di moto indotto dalle cose, sia necessario fare delle scelte e prendere le proprie responsabilità. Facendo così, l’architettura può tornare ad essere qualcosa che abbia senso. Tolti i picchi di crisi, in condizioni più o meno normali, il settore della costruzione è ancora un settore con una sua importanza strategica. Non mi pare che il mondo stia andando verso la negazione della costruzione. Oggi ci sono le condizioni perché si possa fare un’ottima architettura. Ci sono tutte le dotazioni di cui essere desiderosi, ma bisogna riprendere in mano questo meccanismo, altrimenti quello dell’architetto diventa un mestiere.

9 – Ad oggi qual è la sua definizione di Architettura?

E’ il modo in cui risolviamo i nostri problemi di vita in maniera più o meno permanente.
L’architettura è il mondo che ci costruiamo attorno e quindi ha un compito che va ben oltre alle questioni disciplinari, tiene dentro tutto. Quello degli studenti è un compito cruciale. Il mio consiglio è di guardare meno agli architetti del passato e di guardare di più alle condizioni attuali e a ciò che potremmo fare noi, adesso.

10 – Quando, come e perché ha deciso che l’Architettura sarebbe stata la sua strada?

Tardivamente rispetto a tante altre persone, per me non era una chiamata, non ho mai voluto fare l’architetto e infatti non lo faccio. Potrei dire che l’ho deciso nel momento in cui ho capito che l’architettura era una disciplina in cui potevo applicare qualcosa che mi interessava, ovvero un pensiero critico applicabile al concreto. Per me l’architettura è più un campo di applicazione. Occuparmi di architettura vuol dire occuparmi del mondo. Mi interessa sempre di più cercare di capire qual è il ruolo che l’architettura, in generale, può avere nella società.

11 – Quale consiglio vorrebbe dare ai futuri architetti e ai futuri professori?

Sicuramente ci saranno studenti che diventeranno professori, anche se sta diventando sempre meno facile. Il mio consiglio per gli studenti è quello di studiare, criticamente, e di riappropriarsi di quello spazio che non ritengono più loro e che invece gli appartiene. Quello spazio fatto anche di azione, di esercizio alla libertà, che non è dato ma che bisogna un po’ strapparselo. Poi lo si può esercitare a tutti i livelli, in tutti i modi, anche individualmente.

Sono un po’ scoraggiato da una politica partitica che agisce per movimenti di massa, o per collettività unite da un unico ideale. Rimane comunque la possibilità di avere degli ideali individuali, che non siano quelli individualistici in cui il singolo deve prevalere sugli altri. Bisogna cercare di agire per un bene teoricamente comune, anche se si è da soli a farlo.

 

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Duccio Prassoli Administrator
Laureato al Dipartimento di Architettura di Genova, oggi sta portando avanti la Laurea Magistrale al Politecnico di Milano. Si interessa dell’Architettura del XX secolo e dell’influenza che questa sta avendo sulla società ed il pensiero architettonico contemporaneo.
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