La cultura del nostro tempo: intervista a Vittorio Gregotti

La cultura del nostro tempo: intervista a Vittorio Gregotti

Oggi rivestire il ruolo dell’architetto e fare architettura risultano essere due cose drasticamente differenti rispetto al secolo scorso. Sono cambiate le dinamiche, i valori, le committenze e il modo di vivere della società. Nella storia, al fine di poter assecondare al meglio la cultura del nostro tempo, spesso ci si è ritrovati a dover ripensare a come porsi nei confronti della disciplina architettonica. Per cercare di capire cosa sia cambiato rispetto al secolo scorso, è stato intervistato uno dei maestri del ‘900 italiano: Vittorio Gregotti.

1 – A suo parere quali sono le differenze che sussistono, tra oggi e lo scorso secolo, nell’atto del progettare e quindi di fare architettura?

Credo che il problema sia capire quale sia il bisogno che è importante per il futuro, per la qualità. Una delle questioni che caratterizzano la cultura architettonica è questa idea di accettare qualsiasi punto di vista. Mi pare ci siano una serie di caratteri abbastanza precisi che dominano la situazione attuale. Il primo è quello che riguarda gli impegni architettonici di una certa scala e di una certa importanza, come per esempio intere parti di città. Questi in generale sono frutto di una riflessione politica e sociologica. Sono ipotesi fondate su problemi di vantaggi economici di carattere locale e globale. Una volta che vengono definiti questi elementi viene fatto un progetto e poi, soltanto alla fine, viene  chiamato un architetto perché faccia l’immagine del progetto. C’è questa credenza che l’architettura sia diventata l’aspetto esteriore di un sistema, un sistema che però ha le proprie regole e i propri problemi. L’architettura non è più un’organizzazione complessiva, è diventata un’organizzazione fondata su certe esigenze di carattere soprattutto commerciale a cui viene data una immagine che può avere carattere provvisorio o del tutto arbitrario rispetto al contenuto concreto e funzionale dell’elemento. Questa divergenza costituisce naturalmente un problema molto grave. Questa distanza tra l’aspetto architettonico e quello funzionale, è una caratteristica tipica dei grossi interventi di questo periodo. In generale poi le riviste di architettura non contano quasi più niente purtroppo, anche perché sono molto neutrali di fronte a questi problemi. L’architettura si diffonde, come tutti gli altri elementi organizzativi, attraverso strumenti come la televisione che di fatto è diventata un mezzo di diffusione e caratterizzazione. Lo si vede anche a livello delle arti visive. Anche queste hanno subito una forma negativa di interrogazione senza risposta, pensando che l’interrogazione basti, e invece no. Le arti visive nel XX° secolo, specialmente fino agli anni ’80 e ’90, avevano un valore importante nell’interrogazione collettiva, oggi invece mi pare giochino un ruolo prettamente estetico.  Queste sono le grandi difficoltà.

Un’altra difficoltà è data dal fatto che il pensiero teorico è fermo. Non ci sono state delle produzioni importanti negli ultimi 10 anni. Ci sono persone che ogni tanto scrivono libri interessanti, ma di certo non paragonabili, per importanza, a quelli prodotti nella seconda meta del XX° secolo. In quel periodo sono avvenute trasformazioni importanti a cui alcuni hanno dato risposte anche di grande interesse, altri invece si sono affidati a questa capacità di suddividere l’architettura in forme comunicative e sostanza e come tale ne hanno cambiato la struttura. Può darsi che questa struttura sia inevitabile. Può darsi che il mondo, a meno che non affronti degli scontri gravi o importanti da mettere in crisi l’attualità, possa anche considerare l’architettura come un’arte poco interessante, eludendo la capacità di questa disciplina di proporre delle verità che possono spingere in una direzione piuttosto che un’altra.

2 – A suo parere quale è stato l’avvenimento storico che ha decretato il cambiamento in architettura?

Vista la mia età, ormai con la mia testimonianza arrivo a parlare fino agli anni ’50. Sono stato testimone nel 1951 del CIAM fatto a Hoddesdon che è stato molto definitivo dal punto di vista delle interrogazioni poste attorno al destino dell’architettura. Sia perché erano presenti alcuni architetti importanti sia perché la mia generazione aveva una interrogazione attorno all’argomento piuttosto importante. Questo confronto è stato abbastanza segnante per il successivo CIAM fatto a Aix-en-Provence, già il terzo fu un incontro in cui si discuteva della fine dell’architettura moderna. In quest’ultimo secondo me, c’è stato un grande confronto tra gli architetti della generazione di Gropius, i quali si sono altamente interrogati su quello che sarebbe stato il destino successivo. Ci fu una grande rivendicazione della cultura popolare, anche se non era molto chiaro cosa volesse dire. Le idee migliori provenivano dal nord: Svezia, Norvegia ecc… Paesi i cui esponenti avevano portato molto avanti questo tipo di ricerca. Mentre i paesi del sud tipo Francia, Spagna e Italia avevano altre idee che erano invece incentrate sul rapporto tra storia e contesto. L’architettura, per questi soggetti, aveva una responsabilità di modificazione di questo contesto e di modificazione del rapporto con la storia. Questo è stato un argomento molto importante e deformante per certi versi, ma la vera discussione della mia generazione è stata questa. Una discussione che ebbe risposte molto diverse, alcune addirittura di ritorno allo stile precedente, alcune sempre di carattere stilistico, altre invece più concrete e strutturali per portare avanti questa specie di motivazione fondamentale di trasformazione che rappresentava un elemento con responsabilità storica per il futuro.

3 – Noi oggi ci sentiamo molto disorientati all’interno del panorama architettonico. Vorremmo sapere se per Lei e per gli architetti della sua generazione la sensazione era la stessa?

No non c’era disorientamento. C’era una presa di posizione graduale, l’interpretazione di queste prese di posizione e il loro confronto. Abbiamo avuto una serie di incontri indipendenti dai CIAM, proprio con gli esponenti della mia generazione. Noi ci confrontavamo con i nostri maestri al fine di ottenere una reale prospettiva a cui fare riferimento, misurando poi quello che si faceva come spostamento di ciò che avevamo imparato dal funzionalismo. Il funzionalismo è stato molto discusso in quegli anni (n.d.r. anni ’60), spesso con alcune versioni molto diverse tra di loro. Ma alla fine sono stati contesto e storia i due grandi elementi che hanno dominato la discussione della mia generazione. Una discussione che ha prodotto risposte anche molto diverse tra loro, ma che comunque erano accomunate da un problema che era di fronte ai nostri occhi.

4 – Oggi, facendo un confronto con lo scorso secolo, ritiene sia ancora possibile parlare di stili o tendenze? Secondo Lei vi è ancora una presa di posizione oggi?

Non parliamo di stili perché è una parola proibita per la mia generazione. Diciamo che sta succedendo un disastro, oggi non vi è assolutamente una presa di posizione. La mia generazione la considero negativa, però è una generazione che ha vissuto cose importanti. Ha vissuto le differenze e le discussioni all’interno della cultura del XX° secolo. Il XXI° secolo per me è il disfacimento di questa discussione autentica costruita su solidi fondamenti e basata su prospettive che oggi non ci sono più se non quelle della provvisorietà. C’è un grande senso della provvisorietà. C’è la grande propensione nel pensare che le forme siano uno strumento di comunicazione propagandistica di un autore, di un gruppo o di un colore. Ma c’è una forte attenzione alla possibilità di una novità provvisoria a breve tempo. Ecco, quello di una novità a breve tempo è il concetto che domina. La pubblicità si è riversata anche sull’architettura.

5 – Quali sono oggi i valori da inseguire per fare architettura?

Non siamo ancora arrivati a un momento di tragedia. Di solito c’è qualche evento veramente importante che rovescia il sistema e che ci indirizza verso nuove tematiche da affrontare. Io non vedo in questo momento un elemento così importante. Non ci sono veri e propri scismi tra i grandi paesi. Certo, ci sono le minacce, i contrasti economici, le possibilità di premere economicamente gli uni sugli altri ma non c’è una distanza radicale.

Può darsi che alla fine di questo secolo, visti i deperimenti che avvengono gradualmente un po’ dappertutto, si arrivi a una preoccupazione condivisa a livello globale che possa far nascere una presa di coscienza unitaria.

6 – Oggi ci troviamo in un’epoca di globalizzazione, vorremmo sapere se secondo Lei la velocità, che questo fenomeno si porta appresso, costituisce un fattore negativo in una realtà dove pare sia più importante la quantità della qualità?

Quella di oggi è sì una globalizzazione, ma prettamente di tipo finanziario e non di intenti e interessi. Tutte le volte che fingiamo di metterci insieme per degli interessi globali, poi questi rimangono solo sulla carta. Può darsi che la realtà ad un certo punto, nella sua difficoltà e nelle sue deficienze attuali, possa portare ad una situazione di crisi la cui unica soluzione sia l’autentica considerazione della globalità come soluzione ad un problema, ma per adesso il fenomeno della globalizzazione rimane a mio avviso solo una questione di tipo economico.

Per quanto riguarda la velocità, credo invece che questo sia più un concetto di apparenza. La situazione generale non cambia. Siamo fermi perché abbiamo delle contraddizioni che non vengono risolte.

L’architettura non è solo quantità, questa è solo una semplificazione. Io credo che ci sia in tutte le facoltà di architettura, nelle riviste e nei libri, una sorta di tentativo di uscire da questo problema,  ma non c’è una sorta di discussione per cui l’esigenza è quella di fare una proposta che sia una ipotesi di verità per quanto riguarda il futuro. Non è neanche presente nessuna sorta di discussione che metta in evidenza anche certe contraddizioni di questo periodo storico. Alcuni nuovi architetti difendono il loro lavoro dicendo che è stato realizzato in una tal maniera al fine di rendere evidente una contraddizione. Ma questo non è possibile! Perché è il contrario del fare architettura. Non si può fare solo questo. Forse le arti visive sì, ma l’architettura no.

7 – Lei ha parlato di verità, ma in un contesto così pieno di contraddizioni come dice Lei, esiste una verità?

La verità bisogna proporla. La verità è sempre una proposta. L’architetto fa delle proposte e ognuna di queste è un frammento di verità. E’ una possibilità di avere una relazione con gli oggetti e con le altre persone. Si può proporre attraverso l’architettura una serie di interrogativi che sono importanti da questo punto di vista.

8 – Qual è il punto di contatto tra l’organizzazione progettuale e il progetto?

Una volta, per quanto il progettista fosse legato anche agli aspetti pratici, era comunque responsabile dell’insieme del sistema e non solo della forma del sistema. Adesso invece, l’unica cosa che fa l’architetto è dipingere la forma. Una forma che viene poi sovrapposta ad un sistema. Talvolta questo atto viene fatto anche in maniera interessante, ma essendo una logica che si distacca dall’organismo, tutto ciò diventa un problema. Seguendo questo ragionamento potrei prendere alcune di queste architetture e cambiarne la faccia mantenendo però la stessa struttura. Qui si parla di forma che prescinde dal contenuto.

9 – Come siamo arrivati oggi ad una architettura di facciata?

Ci siamo arrivati perché è cambiata la struttura della società. Sono cambiati i rapporti internazionali. La questione della tecnologia è cambiata molto. Tutti i nuovi sistemi di trasmissione in questo momento rappresentano certamente uno strumento molto importante ma non sono più considerati come uno strumento, sono considerati come una verità. Quello che vediamo in televisione oggi viene percepito come verità e invece no. Questi nuovi strumenti devono essere considerati come tali e non come verità.

10 – Riteniamo che uno dei problemi che stanno portando oggi alla produzione di architetture di qualità mediocre sia l’assenza di critica. La sua generazione conduceva delle vere e proprie battaglie ideologiche, fare architettura era un qualcosa di molto legato alla politica e c’era impegno nei confronti della disciplina. Oggi non riscontriamo più questi caratteri, Lei cosa ne pensa?

Oggi non si fa più architettura, si tende a fare edilizia. Certamente anche l’assenza di critica ha prodotto questo fenomeno. Oggi non c’è più impegno verso la disciplina proprio perché è scomparsa la disciplina. Anche la politica si è trasformata radicalmente, oggi è presente una politica che non ha alle spalle una ideologia. La critica è interessante perché propone delle ipotesi che possono essere ammesse, ma alla fine la cosa importante è chi fa le cose. La critica è importante anche nelle arti visive. La critica è un modo di pensare, è una interpretazione, ma deve sempre essere molto legata al fare. Specialmente nella pittura. Non si può isolare la pittura dalla critica.

11 – Quando come e perché ha deciso che l’architettura sarebbe stata la sua strada?

Io avevo una grande passione per la musica. Suonavo il pianoforte e per un paio di anni feci il tentativo di studiare la musica seriamente. Poi passai alla letteratura la quale mi cambiò un po’, soprattutto con i libri che in quel momento, subito dopo la guerra, venivano pubblicati.

Poi pensai che l’architettura potesse essere interessante. Mio padre mi chiese se volessi trascorrere un periodo all’estero e io decisi di andare a Parigi, perché negli anni ’50 rappresentava un grande centro di cultura. Stetti lì nel ’47 per 6 mesi, ed è lì che capii che l’architettura era quello che mi interessava. A quell’epoca conoscere le persone era una cosa molto facile, tutti frequentavano gli stessi posti e si litigava tantissimo. C’era una grande vivacità.

Tornato a Milano rimasi molto deluso. Andai subito a lavorare dai BBPR. Qui incontrai Rogers che all’epoca aveva una posizione abbastanza importante all’interno del CIAM, ed essendo poi di origine triestina, conosceva il rapporto che c’era stato con l’Austria prima della guerra. Questo era importante perché alterava di molto i giudizi che si potevano dare in quel periodo. Questo mi ha cambiato un po’ la vita.

12 – Ad oggi qual è la sua definizione di architettura?

Io ho cominciato spiegando che l’architettura sta cambiando radicalmente. Per me l’architettura, naturalmente, è rappresentata sempre dal movimento moderno e dalle sue necessità di modificazione e trasformazione proprio per quegli elementi di cui ho parlato, per il problema della storia e del contesto. Questi non erano gli elementi importanti dell’architettura moderna, ma prendendoli in considerazione ci si rende conto di come sia la situazione nella realtà e di come si possa modificarla positivamente.

13 – Quale consiglio vorrebbe dare ai futuri architetti e ai futuri professori?

Vi sono alcuni miei ex allievi che sono ottimi professori. Io credo che sia necessario affrontare il problema contemporaneo di cui ho parlato e cercare di ragionare partendo da una situazione reale che è questa. La modificazione di questa situazione reale è l’obbiettivo che noi dobbiamo avere.

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Duccio Prassoli Administrator
Laureato al Dipartimento di Architettura di Genova, oggi sta portando avanti la Laurea Magistrale al Politecnico di Milano. Si interessa dell’Architettura del XX secolo e dell’influenza che questa sta avendo sulla società ed il pensiero architettonico contemporaneo.
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