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Il Paesaggio domestico: intervista a Nicola Lunardi

Nicola Lunardi, insieme a Veronica Rusca e Lorenzo Trompetto, è uno dei soci dello studio genovese gosplan. Gosplan crede nell’architettura come mezzo di comunicazione di massa. In quanto tale, l’architettura è produzione di forme, racconto dello spazio. Come ogni medium, essa si fonda non sul messaggio che occasionalmente veicola, ma sulle relazioni che istituisce: relazioni tra le forme, poi tra i concetti, infine tra le persone. Un’architettura consapevole del suo ruolo di medium è un’architettura che sa misurare la sua ricaduta sul mondo, perché alle estremità del medium stanno sempre due realtà.

1 – How will we live together? Quello scelto quest’anno da Hashim Sarkis per La Biennale di Venezia è un tema di profonda importanza in architettura. Il titolo di questo evento rappresenta una domanda che ogni architetto dovrebbe porsi prima di approcciarsi ad un progetto. Tu e il tuo studio come vi interfacciate con questo tema?

Il tema della convivenza è una questione fondamentale. È chiaro che l’architetto, al di là di ciò che concerne l’estetica e la comunicazione di concetti, principalmente ha un ruolo sociale che è quello in qualche modo di gestire il tema del “conflitto”. Perché lo spazio, per forza di cose, è anche uno spazio di conflitto, uno spazio dentro al quale agiscono forze che molto spesso non vanno nella stessa direzione. Ci possono essere diverse persone, diverse classi sociali, diverse autorità o entità ecc… Questo tema era stato approfondito in un evento fatto alcuni anni fa insieme ad altri amici genovesi. Si era cercato di ragionare sul fatto che l’architetto, sia quando lavora con la sfera pubblica che con quella privata, si ritrova da un lato a dover gestire le richieste del cliente e dall’altro a dover far accordare queste ultime con un disegno di comunità. Si cerca quindi di filtrare le immediate necessità del cliente nell’ottica di assolvere delle necessità più grandi. Prendiamo come esempio il caso della piazza del Seagram Building di Mies. Non sempre possedere un lotto vuol dire recintarlo e farlo proprio, può anche essere che il progetto giusto sia quello che restituisce una parte di città alla comunità.

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© gosplan architects, Aeschyli, foto di Andrea Bosi, Genova, 2017.

2 – In questo periodo stiamo vivendo una situazione quasi surreale. La libertà, che davamo per scontata, nel giro di pochi giorni ci è venuta a mancare. Siamo passati da una situazione di costante movimento, ad una situazione di stasi in cui la società e l’architettura si sono dovute reinventare. Cosa ne pensi di questo strano momento che stiamo vivendo?

Sicuramente è un periodo che ci ha portato a riconsiderare tante cose. Un periodo che ci ha spinto, non tanto a cambiare idea, quanto effettivamente a dare un valore diverso a qualcosa che magari davamo per scontato. Ci sono due questioni in ballo. La prima è quella che riguarda l’essere confinati nelle proprie case, negli interni. Questo ci ha in qualche modo portato a riconsiderare l’importanza della progettazione di questi spazi. Perché un conto è progettare un interno considerandolo solo come un compito da svolgere e un conto è considerare un interno come il punto di partenza di un paesaggio e di un immaginario fortemente interconnesso con quella che è la personalità delle persone che lo vivono. L’altra questione è data invece dal fatto che forse cominciamo a guardare con occhi diversi il mito della congestione. Il discorso di Koolhaas sulla congestione e sul fatto che questa possa produrre dei temi architettonicamente incredibili rimane, tuttavia non c’è dubbio che in questo particolare periodo una tematica di questo tipo venga vista come negativa, come un nemico. Al contrario invece, il punto di vista del Moderno, di Le Corbusier che vuole diradare Parigi, torna di attualità. Torna quella relazione tra architettura e medicina che da Vitruvio fino alla modernità ha sempre avuto un significato importante e che nel contemporaneo effettivamente si è perduta. Potremmo forse parlare di una risposta medica in qualche modo. E in effetti il moderno ha molto a che fare con un approccio scientifico. Un approccio che forse negli ultimi tempi è stato un po’ lasciato da parte.

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© gosplan architects, Into the woods, foto di Anna Positano, Genova, 2017.

3 – In questo periodo di quarantena ci stiamo ritrovando a spendere la maggior parte della giornata all’interno delle mura domestiche. Ciò ha comportato un’inevitabile riscoperta degli ambienti di casa e un radicale cambiamento di come viviamo questi spazi. Cosa ne pensi di questo fenomeno?

Come ti dicevo prima, tante cose si vedono con occhi diversi. Sicuramente da questo punto di vista, noi architetti ci siamo sentiti abbastanza confermati in certe convinzioni. Credo che in molti, durante questo periodo di reclusione domestica, abbiano capito che la casa non debba essere solo una risposta funzionale alle esigenze primarie, ma qualcosa di più. Sarebbe importante non fermarsi all’estrema necessità. Sicuramente il fatto di dover essere confinati per così tanto tempo nell’ambiente domestico ti porta a rimuginare sul fatto che la casa è anche lo specchio in cui ti rifletti, volente o nolente. Nel momento in cui viene a mancare il confronto con l’esterno, la casa diventa quell’universo con cui ti confronti per capire effettivamente chi sei e quali sono le tue esigenze profonde. Una casa senza qualità può rappresentare un incubo in un periodo come questo, perché sono proprio i dialoghi che riesci a intrattenere con la casa e con ciò che contiene (libri, ricordi, abitudini, comportamenti) che fanno la differenza in questo momento.
Noi nella progettazione di interni diamo sempre molta importanza al fatto che la casa abbia una relazione con lo scorrere del tempo. Cerchiamo di disegnare un luogo che permetta di vedere che la luce si sposta col sole e che la città cambia, una casa che mantenga vivo chi la abita nelle diverse ore della giornata. Anche questo è importante. Il rapporto con la luce e con l’esterno non sono per niente secondari.

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© gosplan architects, Guggenheim Helsinki Design Competition, Helsinki, 2014.

4 – Fuksas e Archea in questo periodo hanno inviato una lettera a Mattarella avanzando proposte per la fase X, la fase post Covid. Una fase dove l’architettura dovrà ripensarsi a partire dagli spazi domestici fino ad arrivare all’edilizia pubblica. Tu cosa ne pensi?

Per alcuni dei punti proposti all’interno della lettera credo che più che di proposte architettoniche si debba parlare di proposte di dotazione. Il fatto di avere un erogatore per l’ossigeno in casa può essere utile, ma il progetto di architettura non cambia. Il discorso degli spazi di convivenza è invece un tema più interessante, che è stato anche molto indagato in passato. Mi viene da pensare a tutto il lavoro fatto per esempio dalle avanguardie russe sui club operai, una tipologia fino a quel momento sconosciuta in quanto non era mai esistita la società di massa. Il tema degli spazi comuni è un tema fortemente legato al moderno, basti pensare a Le Corbusier o a Niemeyer: nelle loro architetture a questi spazi comuni era spesso affidata tutta la forza retorica del progetto, come accade per il tetto giardino e per la “rue intérieure” dell’Unité d’habitation. Negli ultimi anni abbiamo pensato che tutti questi spazi non fossero dovuti per legge, ma che si dovessero generare attraverso la flessibilità degli spazi, secondo una logica di appropriazione “dal basso”. Questo tipo di approccio mi sembra abbia dato anche alcuni buoni risultati, ma è chiaro che garantire che funzionino è sempre molto difficile. Non c’è una ricetta giusta, non c’è una regola: Gregotti ha fatto a Venezia e a Palermo due progetti che potremmo definire simili. Quello di Palermo è diventato il simbolo della cattiva architettura che genera il disagio, mentre in quello di Venezia si vive tranquillamente. Ovviamente il contesto socio-economico fa la differenza. La verità è che l’architettura non risolve i problemi: al massimo può dare loro “forma”, raccontarli, renderli visibili. Se un quartiere disagiato lo dai in mano ad un grande architetto, avrai un quartiere disagiato di design.
Un buon progetto, purtroppo, non è la garanzia di un buon risultato: mi viene da dire che l’architetto ideale, quello davvero bravo, non debba essere semplicemente un buon progettista, ma quasi più uno strano alchimista che riesce a trovare la soluzione giusta nel posto giusto al momento giusto.

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© gosplan architects, A-frame for life | E14, Oulu, 2014.

5 – Arrivando al tema della casa vorrei parlare dei progetti che sviluppi con il tuo studio. Osservando i vostri progetti, sarà banale da dire, ma vedo sempre un certo linguaggio ricorrente. Mi sembra di essere in una ambientazione di Wes Anderson. Sviluppate degli spazi che quasi si distaccano dalla realtà e che forse si avvicinano di più a quella che è la nostra immaginazione.
Una cosa che ho notato in molti vostri progetti è una sorta di esaltazione della scala all’interno degli ambienti. Vorrei chiederti quindi quale ruolo riveste questo elemento per voi e qual è il vostro modo di approcciarvi al progetto.

Hai toccato una serie di temi che ci sono tutti molto cari. Il primo, quello di cercare d’introdurre un elemento di diversità, è relativo al fatto che fare architettura vuol sempre dire immaginare una realtà differente da quella che esiste. Il che non vuol dire fare cose strane, ma cercare di generare quel momento che potremmo definire di “straniamento”. Cioè quel momento in cui tu vedi la realtà con un occhio diverso. Una piccola epifania.
Sicuramente siamo molto affezionati al tema della scala. Immaginando l’ambiente domestico come un paesaggio, la scala diventa facilmente il tema architettonico principe del movimento all’interno dello spazio e quindi della percezione delle sfaccettature di questo paesaggio. Sicuramente, laddove il progetto richiede una scala, è nostro piacere progettarla in modo che sia anche effettivamente protagonista. Perché se la chiudi in un angolo, il movimento che genera questa scala è spesso poco significativo all’interno dell’ambiente. La casa, come ogni architettura (e ogni medium), è anche uno specchio: chiunque la abiti deve poter scorgere nelle sue fattezze qualcosa di sé, qualcosa che gli parli del suo passato, dei luoghi che ha visitato e delle esperienze che ha vissuto, qualcosa della sua personalità. Per questo come studio gosplan cerchiamo di non proiettare mai una nostra “cifra” sui progetti, ma cerchiamo di farli nascere dal rapporto con il cliente, con il luogo, con un contesto allargato, materiale ed immateriale. Analogamente, quando progettiamo uno spazio pubblico, cerchiamo di plasmarlo il più possibile sulla nostra interpretazione di una visione quanto più possibile condivisa della comunità per cui operiamo, in modo da realizzare uno spazio nel quale la comunità stessa possa riconoscersi. Le architetture devono parlarci, e quando le abitiamo non dobbiamo sentirci mai soli. Come quando leggiamo un libro, attraverso l’architettura viaggiamo e conosciamo gli altri. L’importanza di questo aspetto è tanto più evidente oggi, dopo l’esperienza dell’isolamento sanitario.

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© gosplan architects, Molo House, foto di Anna Positano, Genova, 2018.

6 – Quando, come e perché hai deciso che l’Architettura sarebbe stata la tua strada?

In realtà inizialmente volevo fare l’archeologo. Al liceo avevo questa passione. Poi un giorno, parlando con un sovrintendente ai beni archeologici che era venuto a farci una lezione, alla domanda “quali studi devo intraprendere per fare l’archeologo?” lui mi rispose “fai l’architetto, poi da lì, se vuoi, puoi intraprendere la carriera da archeologo”.
Così ho deciso di iscrivermi alla Facoltà di Architettura, rendendomi presto conto che quello che mi appassionava non era tanto catalogare cocci o violare tombe, ma era ricostruire con l’immaginazione spazi, architetture e città, che non esistevano più. È lì che capii che quello che effettivamente mi attirava, era l’architettura.

7 – Ad oggi qual è la tua definizione di Architettura?

Non è ho una. Ricorrendo al motto di gosplan, potrei dire che l’architettura è un mezzo di comunicazione che lavora con lo spazio. Poi, come dicevamo prima, l’architettura è una strana alchimia tra interessi materiali, capacità di gestione politica e sogni intellettuali. È la capacità di gestione del racconto che punta a generare un incontro di idee.

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© gosplan architects, Centro Civico, Milano, 2014.

8 – Quale consiglio vorresti dare ai futuri architetti?

Non so se sia un consiglio, ma vorrei dire loro che l’architettura non è (solo) un mestiere. Se state cercando un mestiere non fate gli architetti, fate altro. Perché la figura dell’architetto è qualcosa che va al di là del “mestiere” e che necessita di una componente intellettuale imprescindibile. È una passione, una volontà che ti permette di superare la diseconomia di questo ruolo. Se non si ha questo tipo di passione si finisce per fare il progettista professionista, attività rispettabilissima che però è un’altra cosa. Il consiglio per i giovani architetti potrebbe essere questo: capite subito se siete disposti a lottare per l’architettura.

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Duccio Prassoli Administrator
Laureato al Dipartimento di Architettura di Genova, oggi sta portando avanti la Laurea Magistrale al Politecnico di Milano. Si interessa dell’Architettura del XX secolo e dell’influenza che questa sta avendo sulla società ed il pensiero architettonico contemporaneo.
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